UNA VISIONE DEL TERRITORIO ROMANO: dalla cartografia storica alla fotografia aerea, un salto nella realtà attuale, da Roma verso il mare

di Ursula Piccone

L’inquadramento territoriale attraverso la cartografia ha da sempre affascinato studiosi, viaggiatori, uomini comuni, curiosi di ogni genere. Nasce con l’uomo e con esso il bisogno di muoversi diviene strumento pratico per vivere il mondo e capire l’ambiente.
Per leggere il territorio, senza rischiare di essere presuntuosi, bisogna necessariamente armarsi di un briciolo di pazienza e ripercorrere quell’estensione territoriale denominata Campagna Romana o Agro Romano al fine di capire come essa si sia sviluppata, evoluta e descritta attraverso la cartografia storica. Inutile, ma doveroso, sottolineare che di raccolte cartografiche ne esiste un cospicuo, aggiungerei imbarazzante, quantitativo. Per citarne solo alcune relative al territorio preso in considerazione, bisogna fare riferimento a colui che è stato definito l’ultimo rappresentante della cartografia classica descrittiva, Giuseppe Tomassetti, la cui narrazione procede in forma di itinerario lungo le vie consolari, passeggiando ed evocando memorie, con scarso riferimento alle mappe, alla dimensione delle tenute: “topografia storica” e “topografia del geometra”, ossia quella basata su misure, calcoli e redazione di disegni precisi, risultano ancora scisse nel suo lavoro. Per il Lazio la raccolta più completa è costituita  dalla collezione intitolata Le carte storiche di Amato Pietro Frutaz, che, in due volumi, illustra l’evoluzione della cartografia romana e laziale; fino ad arrivare ai nostri giorni con l’opera del Mammucari – Campagna romana, carte, vedute, piante, costumi -, il quale offre uno spunto più ampio rivolto non esclusivamente alla cartografia, ma soprattutto alle opere pittoriche di autori e vedutisti che hanno, più o meno fedelmente, immortalato la Campagna Romana. 
Interessante seguire il processo evolutivo, i differenti approcci legati alla rappresentazione che hanno portato alla stesura di carte, alcune delle quali con attenzione puntuale verso tematiche specifiche: descrizione di torri, acquedotti, tenute e casali, fortificazioni, ma anche abitazioni più umili come le capanne. Ancora, carte archeologiche, di valore non esclusivamente geografico ma anche naturalistico, nate, a partire dalla fine del Settecento, dalla raccolta di appunti di viaggio ed attente anche ai più minuti dettagli, come la localizzazione di pietre, marmi, brecce, di cave presenti sul territorio, miniere, di fossili,….
Un significativo “sguardo sul territorio”, che si arricchisce di elementi notevoli anche grazie all’ausilio di immagini pittoriche e fotografie d’epoca, oltreché rappresentazioni più attuali quali le “aereofotocielo”, strumenti indispensabili per il “controllo” dall’alto del territorio. Controllo e verifica che troppo spesso sfugge alle Istituzioni, lasciando ampio margine all’azione oltraggiosa dell’uomo.
Per lo studio effettuato, data la vastissima estensione dell’Ager Romanus, si è posto particolare accento su una porzione a Sud dello stesso, che si estende da Roma verso il mare, pensando di stilare un metodo di analisi, una sorta di linea guida, valida anche per l’osservazione di realtà altre, più o meno estese del territorio, scoprendo qua e là intriganti anomalie.
La porzione suddetta ricade in un tratto di terra più ampio, il “Lazio”, che ha visto i suoi confini mutare considerevolmente nel corso dei secoli. In epoca romana, dopo la divisione regionale di Augusto, il termine quasi scompare; raramente viene utilizzato in epoca medievale per designare l’attuale regione. Isidoro di Siviglia (VII secolo), nella sua vasta enciclopedia del sapere, identifica il Lazio con l’Italia tutta; allo stesso modo Paolo Diacono, un secolo dopo, nella sua Historia Longobardorum. Bisogna giungere al XV-XVI secolo per poter distinguere nella regione presa in esame le zone Etruria, Tuscia, Territorio di San Pietro, Sabina, Latium e Campagna di Roma. Quest’ultima risulta evidenziata, accanto alla Terra di Lavoro, in alcune tavole rappresentative di quello che si considera un primo atlante moderno tascabile, redatto dal cartografo e umanista Abraham Ortelius nel 1570, che attesta anche la presenza della Latii pars oriens, comprensiva del territorio a destra del Tevere, da Ostia fino a Pietrasanta e Pontremoli.
Un breve excursus storico può avere origine dagli Itinera, le piante degli antichi, considerare poi le più utili carte militari (dette oi statmoi) per giungere alle rappresentazioni prospettiche corredate dalla simbologia medievale condensate nella Tabula Peutingeriana. Trattasi del più antico documento cartografico nel quale sono riportati i territori che costituiscono l’attuale “Regione Lazio”, impressi su di un rotolo di pergamena disegnata a colori tra XI e XII secolo, copia medievale di un’originale carta militare del IV secolo, raffigurante Roma, seduta in trono, in posizione baricentrica, da cui si dipartono le vie consolari. Si potrebbe dire un corrispettivo delle carte dei moderni viaggiatori. Un salto ci porta alle descrizioni del XVI secolo. E’ del 1547 la prima, oltremodo nota, Carta della campagna romana di Eufrosino della Volpaia, che riporta, a lettere cubitali spaziate, la divisione del territorio in tre zone distinte: Isola, Lazio, Trasteverina.
Si assiste ad una evoluzione della cartografia storica anche nei metodi di rappresentazione. Dalle poche, ma sempre utili, informazioni offerte dalle mappe – che non hanno molto oltre la descrizione delle proprietà, delle tenute e casali, nelle quali l’idrografia risulta appena accennata e scarso è l’interesse per l’orografia del terreno, mentre la vegetazione è presente solo come riferimento episodico, come “macchia” – si passa ad un maggior dettaglio. Particolare interesse si evince nella carta incisa a bulino, di ispirazione volpaiana datata 1557, per fortificazioni papali ed imperiali, acquedotti e casali, riportati in maniera tridimensionale attraverso una tecnica prospettica definita “a volo d’uccello”. Manca ancora l’indicazione delle torri, cui dedicheremo un personale accento in seguito, al fine di confrontare come queste siano state raccontate dalla cartografia storica fino alla recente fotografia aerea, con riferimento al litorale romano, citando esempi localizzati nell’immediato intorno di Ostia, sulla riva sinistra del Tevere, quelli della Torre Bovacciana e della  michelangiolesca Torre di S. Michele.
Nella suddetta carta ricorre la descrizione grafica di uno tra i caratteri tipologici più frequenti nella campagna romana: la capanna, esempio di abitazione temporanea, strettamente legata alla erraticità della popolazione sul territorio. Insieme ad essa, il Medioevo ereditò ville e fattorie. Esistevano le Domuscultae, istituite a partire dal VIII secolo, diffuse con differente estensione nella campagna romana; a seconda degli autori se ne ravvisa un numero variabile, ne citiamo alcune tra le principali: il Laurentum, S. Cecilia, Antium, Sulpiciana, Calvisiana, Due Galerie, Capracorum, la cui localizzazione è ad oggi ancora riscontrabile ed è possibile seguirne lo sviluppo, nella loro evoluzione temporale,  attraverso le carte storiche.
Si assiste, dunque, ad una compresenza di tipologie abitative: dalle semplici capanne coniche del contadino dell’agro romano, fatte di paglia, di canne di granturco, di strame, alla casa rustica, ai più articolati casali, alle tenute. La rappresentazione delle prime permane, per circa due secoli; dal documento precedentemente citato del 1557, in particolare, nello stralcio della terza tavola del Lazio con le sue più cospicue carte antiche e moderne e principali casali e tenute di esso di Giacomo Filippo Ameti (1693), raffigurante un villaggio di capanne all’interno dell’area di Isola Sacra, sino alle raffigurazioni pittoriche di fine Ottocento di Enrico Coleman, specializzato nella rappresentazione di paesaggi della campagna romana, con particolare interesse rivolto agli aspetti faunistici.
Per queste umili dimore due le tipologie più ricorrenti: una di forma conica – betscurgus – l’altra di forma rettangolare allungata – sacalas. Legata a quest’ultima era la possibilità di ospitare un cospicuo numero di persone (una ventina, circa, secondo la descrizione del Cervesato), come si evince dai disegni del Coleman, che offre una visione torbida di abituri primordialmente barbarici. In primo piano braccianti al lavoro, sullo sfondo una fumosa capanna rettangolare, alta anche dieci metri – come si evince da una foto che ne presenta lo scheletro in costruzione; non possedeva canna fumaria, il fumo fuoriusciva dall’unica apertura che ne costituiva anche l’ingresso, tutto all’interno era annerito. Un buco scavato per terra, al centro, costituiva il focolare. Lo scheletro della struttura era fatto di giunchi – materiale abbondante e di facile reperibilità lungo la costa e nelle zone paludose – tenuti insieme ad intervalli regolari. L’affacciarsi della fotografia ci offre un documento importante anche circa le lestre, capanne anch’esse coniche o rettangolari ma di teneri legni, così come appaiono immortalate in una fotografia storica di fine Ottocento.
Un deserto, disseminato da carcasse di molti ruderi, pochi villaggi, qualche casale, questa l’immagine che si presentava agli occhi di un viaggiatore di primo Ottocento, che ispira ancor oggi ad una Sensucht squisitamente romantica.
Negli scorci caratteristici forniti ancora una volta dalle testimonianze fotografiche, sempre di fine ‘800, compaiono anche resti di acquedotti, massicci elementi spesso a costituire lo sfondo per mandrie di bufale che si abbeverano ad un fontanile o greggi di pecore sparse nell’Agro.
Dopo una breve parentesi fotografica torniamo alla cartografia. Chiaro è che l’accento nella rappresentazione cartografica è dato dal disegnatore; non si può parlare ancora di una vera e propria carta tematica, alla cui redazione si giungerà solo alcuni secoli più tardi. Gerhard Mercator (1585-1589), autore della Carta Topografica della campagna romana, anch’essa di derivazione volpaiana, pone maggior attenzione alla rappresentazione delle torri, di ville e casali, oltrechè dei resti di acquedotti, disegnati a tratti o per intero, condensati in una prospettiva a volo d’uccello. La descrizione si allarga anche al contesto vegetale: qualche macchia sparsa di vegetazione ed i luoghi boschivi vengono sottolineati dalla densità delle essenze arboree. Nella carta, alla sinistra del Tevere, partendo dal mare, immediatamente sopra Ostia, vengono citati i toponimi di Castel Fusano, Palocco e Dragoncello, a tutt’oggi luoghi di “agglomerazione” urbana, satelliti dell’Urbe, che conservano ancora la stessa denominazione. Poco, resta del “verde” graficamente descritto sulle carte, a parte l’isola felice della tenuta di Castelfusano; dopo la bonifica delle paludi, la contemporanea, indiscriminata, espansione edilizia sta ormai digerendo ampi tratti di vegetazione, nonostante l’istituzione, nel 1980, del parco urbano di Castelfusano (confinante con la tenuta di Castelporziano, in parte a ridosso dell’abitato ostiense). Al suo interno si conservano i resti della Via Severiana, della cosiddetta Villa di Plinio, del Vicus Augustanus Laurentium (solo per citare alcuni esempi di interesse archeologico), già individuati nella cartografia tematica ottocentesca, come si evince dallo stralcio della Carta storica della campagna romana del 1811.
Inoltre, a partire dal ‘700, la sostituzione dell’originaria piantumazione dell’area di Castelfusano con pini domestici, del tutto estranei alla vegetazione spontanea che la caratterizzava, ha comportato una sostanziale modifica dell’habitat naturale a causa dell’inaridimento del substrato arbustivo, soprattutto quello erbaceo, soffocato dagli aghi delle nuove essenze; l’antico ambiente dunale distintivo del luogo è attualmente preservato solo in alcuni brevi tratti.
Esemplificativo del continuo mutare delle condizioni ambientali è il caso della zona del Laurentum (nome derivato, secondo il Lanciani, dalla mitica dea dei boschi Acca Larentia, la cui origine è tratta dai densi boschi di alloro che ricoprivano la regione), di cui si è accennato a proposito delle domuscultae. Plinio il Giovane lascia una accurata descrizione dell’antica Maremma che percorre per recarsi alla sua villa di Laurentum. L’aspetto della campagna non è monotono perché la strada attraversa boschi centenari, ora campi di grano, ora verdi pascoli dove vivono mandrie di buoi e cavalli, armenti di pecore. Quello che fino a poco tempo prima risultava essere uno dei luoghi più malsani della costa tirrenica, aveva raggiunto a quel tempo, a seguito della bonifica, un clima delizioso d‘estate, anche se, dopo la caduta dell’Impero, si riaffacciò la malaria. Si assiste, infatti, al definitivo prosciugamento del Pantano di Lauro (presso la Villa di Plinio), solo molti secoli dopo – intorno al 1907 sotto Vittorio Emanuele III- a seguito delle opere di bonifica idraulica per il risanamento della foresta di caccia di Castelporziano, l’antico Ager solonius individuato nella già citata Carta storica della campagna romana.
Come più volte accennato, la descrizione cartografica diventa, con il passare dei secoli, maggiormente specialistica: rappresentativo il caso esposto in cui, per la prima volta, a detta del Nibby, viene descritta l’orografia del terreno con metodo geologico, non più a volo d’uccello, come nella precedente cartografia tardo Cinquecentesca di impronta volpaiana, ma in piano, con una visione perfettamente perpendicolare al foglio.
Nella stessa carta permangono ancora i segni delle torri, imperituri soldati, unici rimasti a vigilare il territorio, come la Torre qui detta Bufalara, indicata nella cartografia precedente (anonimo del 1750) con lo stesso nome, altre volte evidenziata con designazione numerica, relativa legenda ed incisione descrittiva a margine, come Torre Bovacciana (edizione di Carlo Fea del 1804 della Pianta e veduta dei dintorni di Ostia antica e moderna). Questa ci appare, oggi, isolata dall’ambiente circostante, lambita dalla statale di collegamento tra Ostia e Fiumicino, che la circonda soffocandola, privandola della naturale fascia di rispetto; pur recentemente restaurata, resta avulsa dal contesto, ormai stravolto, che l’ha vista nascere. A poca distanza la Torre di San Michele. Proseguendo “…lungo la spiaggia oltre i tumuleti i bruni tronchi delle poche torri ne sono, a distanza, le pietre miliari, Tor Paterno, Torre Vajanica, Tor S.Anastasia, Tor Caldara… (A.Cervesato): questa immagine di isolamento offerta dal Cervesato che  dipinge lo stato delle torri, congelando la situazione ai primi del Novecento, oggi ci appare in modo ben diverso. Torre Astura, scendendo verso Anzio al confine con l’Agro Pontino, immortalata in un’immagine di “gialla luce” dal Ferrari. Torre Flavia, percorrendo il litorale dalla parte opposta, verso Civitavecchia, all’altezza di Ladispoli. Questi solo alcuni dei segni lasciati dal passato che permangono sul territorio, prima impressi sulla carta, poi sulla terra dell’Agro. Oggi appaiono inglobate in un contesto loro estraneo, occultate a causa della viabilità,  questo il caso di Torre Bovacciana, oppure isolate, come per la Torre di S. Michele, legata in un ambito, che anziché sottolinearne il valore, quasi sembra rifiutarlo.
Infine Torre Flavia, chiusa in una incisione del 1910 dove appare ancora integra, sullo sfondo il mare; cento anni dopo, le fotografie la restituiscono ridotta ad un moncone anche a causa dei danni bellici, ne documentano lo stato attuale. E’ evidente l’arretramento della linea di costa, nella Carta corografica marittima del Carmelli, (siamo sul finire del ‘700) la torre ci appariva ancora salda, se pur ancorata ad uno stretto lembo di terra, oggi, mangiata dal mare, sottoposta all’incessante lavorio di tempo e natura, la struttura è prossima al collasso. Ricordiamo che l’interesse del Carmelli non è limitato alla individuazione delle sole torri, non è solo geografico, ma conserva un carattere squisitamente storico-naturalistico. Egli gettando le basi per le future carte tematiche,  evidenzia un interesse specifico per fossili, cave e miniere di estrazione di pietre da calce, marmi e brecce.
Proseguendo l’excursus storico-topografico, relazionando passato e presente, é da notare come al successo per le piante “prospettiche” non corrisponda un eguale entusiasmo per quelle “geometriche”: dopo l’esempio del Bufalini (XVI secolo), infatti, pochi disegnatori forniscono una rappresentazione di tipo geometrico. Alla fine del ‘600, l’agrimensore G. Cingolani realizza il sogno di Papa Alessandro VII, riunendo in una sola grande carta, detta Topografia geometrica dell’Agro romano, le piante delle singole tenute dell’Agro che componevano il noto Catasto Alessandrino. Presenta, rispetto alle precedenti, una più articolata esposizione dei contenuti, un numero  maggiore di informazioni: vengono segnati con precisione i tracciati degli acquedotti, il sistema delle torri, le tenute ed i casali, unico modo, questo per censire gli immobili.
Per tutto il XVII secolo ci si limita allo sfruttamento della cartografia precedente. E’ con il Nolli, geometra ed architetto, che si sostituisce ai criteri artistici di redazione delle carte un’accurata misurazione. Inoltre, con Piranesi, suo collaboratore, subentra un tipo di pianta nella quale si rispecchia la conoscenza della topografia classica, perfezionata e precisata nella successiva cartografia tematica del Canina e del Lanciani. Sarà quest’ultimo a fornire una delimitazione geografica dell’Agro ricordando che “il nome di Campagna Romana è proprio di quel territorio leggermente ondulato, lungo 60 Km largo 45, compreso a Nord dai Monti Sabatini e Cimini, ad Est dai preappennini, a Sud dai Colli Albani in vista del Tevere”. 
Si evolve, l’interesse tematico, in particolare quello archeologico del Canina, concentrato sul tema delle rovine; egli ci regala una Pianta delle rovine di Ostia e di Porto (1830), fermando l’immagine ad un tempo nel quale  Ostia da poco veniva alla luce, rimasta per secoli esposta alle ingiurie del tempo, flagellata dalle alluvioni del Tevere, che sempre più la coprirono di sabbie e detriti; non ebbe, fine improvvisa come Ercolano e Pompei. Fino al 1875 ad Ostia continuò a funzionare una salina, che sfruttava un grande stagno naturale già presente in epoca romana, salina che sin dalle Carte di Eufrosino della Volpaia viene indicata e testimoniata quale carattere dominante il territorio. La bonifica di Ostia, che segna una delle tappe del risanamento dell’Agro, fu intrapresa da un’organizzazione di lavoratori e braccianti romagnoli, che contribuirono anche al recupero di Maccarese, Camposalino e Isola Sacra. Braccianti spesso ritratti in alcune dense fotografie, (Bruno Britti le pubblica in Lazio scomparso, Quasar 1977), nelle quali compaiono immortalati; sullo sfondo le capanne, non dissimili dalle abitazioni di epoca protostorica, alle spalle il castello di Giulio II nel borgo di Ostia antica.
Il vero salto di qualità in topografia si ha, però, con l’analisi storico-topografica-antiquaria del Nibby (1837); l’autore reagisce in modo accorto di fronte al monumento o al rudere, presentando un repertorio alfabetico dei siti.
Si assiste, al notevole avanzamento della cartografia a seguito della occupazione francese in Italia. La presenza di ingegneri ed architetti della Ecoles des Ponts et des Chausses, comportò un affinamento delle tecniche di rilevamento con conseguente maggiore precisione della rappresentazione cartografica.
Alla luce di quanto fin qui scritto – brevi spunti, a volte solo accenni, senza alcuna pretesa di esaustività, dettati da un’ottica maggiormente tesa alla conservazione di ciò che resta di un passato descritto attraverso le carte – risulta evidente come l’ausilio della cartografia, integrata con immagini d’epoca, fotografie (terrestri ed aeree), sia fondamentale non solo per un’analisi accurata dei luoghi dal punto di vista della conoscenza storica, ma, soprattutto, quale strumento di controllo per uno sviluppo regolato, meglio dire regolamentato, del territorio.
Tenere “sott’occhio” il paesaggio, per tutelarne quei valori di riconosciuto e comprovato rilievo, è di fondamentale importanza, dato lo sconsiderato, nonché sregolato impatto antropico, che spesse volte va sotto il nome di abusivismo edilizio. Si corre altrimenti il rischio di dimenticare i “nostri” monumenti. Un caso fra tanti: la Torre di S. Michele sul litorale ostiense.  Voluta da Pio V (1569) – come reca l’iscrizione al di sopra del portale di ingresso – oggi salvaguardata dai vincoli dettati dalla Soprintendenza che non riescono ad imporsi come deterrenti alle situazioni abusive che la circondano. Tramandiamo al futuro, in questo senso salvaguardiamo, insieme al testo anche il con-testo che veicola e rappresenta il testo stesso: la torre e l’ambiente intorno. Testo inteso come oggetto leggibile, recepito dall’osservatore che esamina ed interpreta ciò che vede, nella continua dialettica oggetto-soggetto, per estrapolare quei caratteri peculiari, unici ed irripetibili che rendono il territorio assimilabile ad un’opera d’arte, assolutamente naturale, pur se modificata dall’azione del tempo e dalle mani ruvide dell’uomo.
Conservazione, tutela e salvaguardia di quel particolare Bene culturale costituito dal paesaggio, già invocate dalla Commissione d’indagine per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio del 1964 (Commissione Franceschini). Attenzione che, purtroppo, raramente trova reale riscontro nella pratica. Un tema delicato quello dello sviluppo ordinato della città, già auspicato da Giovannoni nel 1935 (L’espansione di Roma dai colli verso il mare, estratto dal Piano Regolatore Generale di Roma) quando scrive: “…dovremmo organicamente e sistematicamente svolgere un chiaro ed ampio sviluppo edilizio diffuso sui campi, sui colli e sulle spiagge, non con costruzioni sporadiche e meschine, ma in centri regolarmente costituiti ed ordinati per funzione.
Le realtà sregolate e disorganiche di Vitinia o Acilia, solo per citarne alcune, dovrebbero far riflettere sull’importanza di una pianificazione preventiva. La mancata pianificazione di questi satelliti dell’Urbe risulta particolarmente evidente se confrontata dall’alto con le aereofotocielo.
Anche la zona del Delta Tiberino (in particolare l’entroterra ostiense e Isola Sacra) è stata investita da un processo di sviluppo urbanistico che ne ha drammaticamente accelerato l’espansione: forte lo sviluppo residenziale, per lo più abusivo, nato per rispondere all’esigenza di abitazioni a basso costo. Si passa da un modello insediativo storico costituito da singoli poli lungo il litorale costiero, ad un sistema di tipo reticolare diffuso. Triste notare come il dilagare dell’urbanizzazione “non pianificata” ha inevitabilmente comportato un pesante degrado ambientale e la perdita di identità storica dell’area, alterando e frammentando l’ecosistema originario.
Il tema dell’abusivismo edilizio, ampiamente trattato da diversi autori, viene interpretato dal Delle Donne come oscillante tra autoconsumo e produzione nelle borgate: da necessità a speculazione. Ripercorrendo lo sviluppo della periferia urbana, egli esamina le borgate abusive non solo nelle loro componenti urbanistiche formali, ma all’interno di una corretta analisi dello sviluppo delle caratteristiche di classe e di ceto della popolazione, nel tentativo di individuare le dinamiche e le forze sociali e politiche sottostanti al particolare sviluppo disordinato della Capitale e delle zone contermini, inclusa quell’area che rientra nella ormai labile dizione di Agro romano.
Si è compreso, dunque, come il metodo principale per la conoscenza del territorio si realizzi attraverso la lettura della sua storia, dei segni lasciati dall’uomo, più in generale, dei resti della cultura materiale che permangono su di esso indelebili come cicatrici. I monumenti della Campagna Romana stan lì, a memento non di ciò che un popolo è stato, ma di ciò che non è più: “…la campagna romana, cosparsa di lunghi frammenti di acquedotti, rappresenta ai miei occhi la più sublime delle tragedie”  (Stendhal, la frase è riportata in S. Negro, Seconda Roma, Vicenza 1966).

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