Il COMITATO PER LE SCUOLE DEI CONTADINI NELL’AGRO ROMANO Breve ed intensa storia di un’esperienza didattica intorno a Roma agli inizi del’900

di Stefano Vannozzi

Solo negli ultimi decenni si è avuto un rifiorire di studi, conferenze e mostre su quell’ampia opera d’apostolato svolta dal Comitato delle Scuole per i Contadini, già avviata agli inizi del ‘900, verso le genti bisognose e disperate della campagna romana, comunemente asservite e disprezzate con il nome di “guitti”.
L’idea di portare la scuola nella campagna e, con essa, l’istruzione e la rinascita sia civile che morale dei suoi abitanti, seppure in una forma larvata, venne promossa nel 1904 in seno alla Sezione dell’Unione Femminile Romana (appartenente ad una più ampia associazione Lombarda), allora presente a Trastevere, per opera del suo Presidente, Anna Fraetzel, giovane aristocratica berlinese, figlia e nipote d’illustri medici.
A seguito delle diverse uscite insieme al marito, il noto mariologo Angelo Celli, nelle varie tenute dell’Agro, la stessa signora Celli constatò il grave stato di abbandono di quelle genti, prive di ogni conforto umano. Da qui nacque l’ispirazione di provvedere anche allo spirito di quei fanciulli e giovani, utilizzando proprio i pochi luoghi ove era presente almeno una stazione sanitaria della Croce Rossa o del Comune di Roma.
Questa iniziativa venne appoggiata e seguita da diverse amiche della signora Celli, che già si adoperavano nell’assistenza sanitaria delle famiglie più povere della Capitale, nonché dalla scrittrice Sibilla Aleramo (alias Rina Faccio), a cui ben presto si unì il compagno e letterato Giovanni Cena (redattore della prestigiosa rivista culturale Nuova Antologia), ed infine dal pedagogo Alessandro Marcucci, insieme con l’amico ed artista Duilio Cambellotti. Il Comitato così composto, sostenuto dall’aiuto di alcune famiglie della borghesia romana, si adoperò in ogni modo per compiere quei passi che lo portarono ad aprire le prime scuole.
All’inizio si sfruttò ogni rudere, capanna o grotta esistente, superando mille difficoltà spesso dovute anche ad alcuni affittuari delle tenute che, più di una volta, intervennero per far “sbaraccare” le misere scuole, ritenendole un “inutile lusso ed un vero e proprio pericolo”…di certo non per le menti dei poveri contadini
Nel 1905 si apre una scuola domenicale e serale all’interno del Castello di Lunghezza, in un locale al piano terra del palazzo appartenente ai Duchi Grazioli, ove anche il comune aveva tentato di tenere un’aula rurale, ma senza gran successo. Come descrive a distanza di anni il Direttore delle scuole, Marcucci, tale opera era stata tentata “…servendosi degli stessi locali di una scuola diurna comunale frequentata da pochi alunni figli di benestanti del luogo: del fattore, del guardiano, del dispensiere, del medico, e di qualche altro che poteva permettersi il lusso di non far lavorare i propri figli. Per i “guitti” la sola possibilità di frequentare la scuola era la domenica…”.
Anche qui, dopo un brillante inizio, non mancarono i problemi, dovuti sia al paventato spettro del socialismo e sia alla paura che la gente, istruendosi, potesse sovvertire le secolari consuetudini e ribellarsi alle angherie subite.
Difatti il frate, che ogni domenica andava ad officiare nella chiesetta all’interno del borgo del Castello, cominciò dapprima a fargli concorrenza, proponendo l’idea di una scuola a premi, dopodichè, non sortendo grandi risultati, ricorse al pulpito tuonando contro i poveri contadini ed incitandoli ad abbandonare la scuola laica, vista come un’istituzione del Diavolo, e ammonendoli di non frequentarla per non rinunciare alla salvezza dell’anima!
Ciò non fiaccò l’iniziativa del Comitato che, anzi, nel 1906 aprì nuove scuole, o meglio
capanne-scuole, nel territorio suburbano, come nella vicina Pantano Borghese (situata fra le Vie Prenestina e Casilina), a Granaraccio sulla Via Polense (all’interno del vecchio casale), a Colle di Fuori (Rocca Priora) dopo un primo esperimento a Carchitti e (seppure per un brevissimo periodo) alla Marcigliana sulla Via Salaria. L’anno seguente è la volta, invece, di Corcolle, in una tenuta dei Principi Barberini; ma non vanno dimenticate anche altre località, quali Due Case, Capobianco sulla Via Tiburtina, Procoio Nuovo, ecc.
“Ecco la scuola doveva dare a questi ignoranti e reietti, senza terra, senza anagrafe, una cittadinanza umana e civile. Era questo ben altro assunto che fargli compitare ed eseguire un addizione! La scuola con tutti i suoi sviluppi diveniva lo strumento non soltanto di assistenza materiale, ma di un affermazione dei diritti sociali, di una denunzia al mondo civile d’una superstite feudalità tanto più iniqua quanto più si esercitava sotto forma di commercio, all’ombra di qualche articolo del codice” (Marcucci).
Un momento di crisi si ebbe nel 1908 a seguito di un rifiuto da parte della Corte dei Conti di pagare due mandati (per un totale di circa 20.000 lire) quale contributo della Commissione del Mezzogiorno, non trovando nel Comitato i presupposti d’essere di un ente legalmente riconosciuto; tanto più poi che il suo raggio di intervento e azione era limitato nel Lazio ai soli dintorni di Roma.
Fortuna volle che in aiuto della commissione provvisoria, istituitasi per dirimere la questione, venne da un lato l’auto-rinuncia di denaro da parte di molti insegnanti e, dall’altro, l’intervento diretto dapprima del Comune di Roma (amministrazione Nathan) – che aumentò il sussidio già deliberato da 2000 a 5000 lire – e poi il Ministro della Pubblica Istruzione Luigi Rava – il quale sbloccò e rafforzò l’aiuto precedentemente dato dalla stessa Commissione per il Mezzogiorno.
Per sostenere l’Ente si offrirono, inoltre, diversi amici e personalità dell’epoca, fra cui Enrichetta Hertz, Cesare Pascarella, Andrea Costa, Benedetto Croce, Annie Nathan, Leonardo Bistolfi, solo per ricordarne alcuni.
Dopo questa piccola vittoria si decise di realizzare la prima di una serie di giornate chiamate “Festa della Scuola”, per propagandare ancor di più l’opera, con l’esposizione dei lavori effettuati durante il passato anno scolastico dagli alunni. Si convenne di fissare l’incontro annuale alla seconda domenica di giugno, all’interno della tenuta Borghese di Pantano, ove convennero festose tutte le scuole istituite, fra le quali ricordiamo quelle di Osa, Lunghezza, Pallavicina, Laghetto, Colle di Fuori, Torrenova, Castiglione con più di 400 famiglie ed oltre un centinaio di personalità invitate provenienti da Roma. L’evento venne inoltre ampiamente documentato da una serie di grandi lastre fotografiche. Nello stesso anno si aprivano nuove scuole serali anche sulla Via Salaria, Tiburtina e nel grosso villaggio di capanne di Marcelli presso la tenuta di San Cesareo (all’interno di un vecchio granaio), visitata con soddisfazione dallo stesso Ministro Rava e della Commissione per il Mezzogiorno.
La direzione amministrativa passò al Marcucci, mentre Cena mantenne, sino alla morte (1917), la cura dei rapporti diplomatici per la richiesta d’offerte e sussidi al Comune ed ai suoi amici. Da notare come gli stessi insegnanti, con spirito umanitario, pur di tenere le brevi lezioni nei posti più sperduti si accingevano ogni volta a raggiungere “la scuola” in treno, bicicletta, a piedi, scavalcando fossi e staccionate, ricevendo in cambio il solo rimborso del viaggio.
L’opera artistica del Cambellotti venne messa gratuitamente a disposizione per decorare gli ambienti delle scuole ed eseguire le illustrazioni scolastiche nei libri e sillabari dei ragazzi, che il Marcucci stesso perfezionò, realizzando mirabili opere didattiche all’avanguardia per quell’epoca.
Si sperimentarono fra l’altro l’invenzione del carro scuola e della lavagna ambulante, fornita di tutto il necessario per la lezione – forse suggerite dall’altare portatile già utilizzato a Granaraccio ed in altre zone dell’Agro per portare i conforti religiosi in luoghi privi di qualsiasi edificio o casolare e, ancor più, di una chiesa!
Un filo diretto con le maggiori testate e pubblicazioni culturali dell’epoca permise il contatto continuo fra l’opera del Comitato ed il mondo accademico che, spesso, in mancanza d’aiuti finanziari, sovvenne alle primarie necessità.
Nel 1911, in occasione della grande Mostra (ai Prati di Castello) per il Cinquantenario dell’Unità d’Italia, i Sovrani visitarono con meraviglia le attività delle scuole, ricreate in un apposito padiglione provvisto di capanna-scuola ed arredato da rustica mobilia realizzata dai ragazzi e dagli adulti “Capranicotti” del villaggio di Colle di Fuori. Solo poche testate radicali enfatizzarono l’episodio definendola “La Mostra dei Selvaggi”.
Giacomo Balla prestò la sua opera gratuitamente, realizzando un ritratto di Leone Tolstoj e dodici vedute della campagna romana che furono acquistate dal Comune di Roma. In questo periodo viene pubblicata anche una serie di cartoline con xilografie a tema rurale, illustrate dal Cambellotti, per contribuire all’accrescimento delle scuole, insieme a molte altre serie fotografiche concernenti i padiglioni della mostra e l’attività stessa delle scolaresche.
Nel medesimo anno della mostra romana, grazie alla tenacia del Cena ed alla raccolta di 400 lire effettuata volontariamente da ognuna delle 40 famiglie di contadini del villaggio di Colle di Fuori (somma poi incrementata a 2000 lire), nasceva la prima scuola stabile in muratura nel luogo che venne poi ribattezzato con l’auspicante nome di Concordia.
Era quella scuola che Marcucci stesso definì “la culla della scuola rurale nel Lazio, il Santuario di Giovanni Cena” a cui prestarono direttamente opera gli abitanti locali. Qui “…il mastro muratore, un bravo ed esperto uomo, Francesco Pierpaoli di Rocca Priora si dedicò con amore a costruire la scuola, per cui non occorse, oh! No, un architetto; venne disegnata… in famiglia e non fu cosa difficile.”. La struttura consisteva in una piccola aula, poi ampliata e raddoppiata a più riprese, decorata con dipinti e maioliche da Cambellotti, che venne visitata con grande commozione nel maggio del 1914 dal Ministro della Pubblica Istruzione di allora e dall’attrice Eleonora Duse.
Fra le varie pubblicazioni nate per l’occasione ci fu nel 1914 il primo libretto “per il Contadino del Lazio”, mentre durante il primo conflitto mondiale uscì (sebbene per pochi numeri) il giornale “Il Piccolissimo”, realizzato in concerto tra tutti gli insegnanti e rivolto ai giovani delle scuole e non solo; al suo interno presentava articoli a carattere storico, geografico e sociale, oltre a dare consigli pratici d’igiene ed economia domestica.
Dalle 90 scuole del 1917, l’Ente, costituito in via ufficiale nel 1924, passa ad avere quasi 2000 scuole ed asili d’infanzia, presenti in tutta l’Italia centrale; ma questo è un periodo di breve fulgore: siamo ormai prossimi all’avvento del Fascismo ed alla progressiva assimilazione e soppressione, specie nello spirito, di questa istituzione umana, passata dapprima all’Opera Nazionale Balilla ed infine alla Gioventù Italiana del Littorio.
Nel 1926 si inaugura a Scauri (presso Formia) il nuovo asilo d’infanzia intitolato alla madre del Ministro Pietro Fedele, Angiolella di Luigia, costruito ispirandosi a motivi architettonici locali, con gli interni, come in tanti altri casi, adornati dall’estro artistico del Cambellotti.
Alla costruzione dell’asilo partecipò direttamente con una cospicua offerta anche la Dott.sa Maria Montessori che la definì “una delle più belle e complete “case dei bambini” fra quante aveva diffuso e visitate nel mondo”.
Nel 1927 è la volta della scuola più vicina a Roma, in località Torre Spaccata (ora Torre Maura), sulla Via Casilina, aperta nel 1937 come asilo d’infanzia ed intitolata alla memoria del Manni, definita modello d’edilizia rurale dallo stesso Marcucci, il quale, in seguito, vi volle affiancare la costruzione del proprio villino-residenza.
Il trittico parietale realizzato per la scuola di Torrespaccata – raffigurante un folto gregge che si abbevera ad un rustico fontanile e sullo sfondo Roma millenaria, vista attraverso un’ampia visuale dei suoi monumenti, che spazia dal Gianicolo fino a porta Maggiore – fu preso quasi a simbolo del lavoro di Cambellotti, figurando addirittura come tavola illustrata, alla voce dell’artista, nell’Enciclopedia Italiana della Treccani, fin dalla sua prima edizione.
Per l’occasione, inoltre, si inaugurò nella medesima giornata, alla presenza di diverse autorità, fra cui lo stesso Ministro Fedele, anche la successiva scuola di Borghesiana (ora Borgata Finocchio).
Agli inizi del 1936, però, buona parte delle scuole, un tempo delegate all’Ente, vennero messe sotto il controllo del regime fascista, mentre restavano aperte ancora 42 sezioni degli Asili d’Infanzia; successivamente, in data giugno 1942, con un colpo di spugna ed un provvedimento definito “illegale ed ingiusto” dallo stesso Direttore delle scuole, il Comitato direttivo venne sciolto e fu nominato un Ispettore Generale in funzione di Commissario.
Ai primi di marzo del 1943 la storia di questa grande epopea poteva già dirsi compiuta; ma di lì a pochi mesi il rovesciamento delle sorti del conflitto mondiale portò al crollo di quello stesso regime che tanto aveva osteggiato ogni tipo d’iniziativa che non fosse in qualche modo da lui controllata. Sarà poi la guerra a portare alla distruzione parziale, se non totale, di molte delle opere che avevano ornato per anni le modeste aule di quei poveri, ma onesti, campagnoli.

LA CAPANNA – SCUOLA DI PANTANO BORGHESE: un esempio d’edilizia rurale

Come detto, nel 1906, dopo il primo esperimento ben riuscito al Castello di Lunghezza, viene aperta una scuola (la terza dopo la Marcigliana) anche nella tenuta modello di Pantano Borghese sulla Via Casilina.
Durante i suoi primi anni di vita l’aula venne necessariamente arrangiata in un’apposita capanna, costruita a somiglianza del piccolo villaggio abitato dai contadini che vi lavoravano per conto della famiglia lombarda dei Gibelli, affittuari del principe Don Scipione Borghese.
Questa fu una fra le sedi più stabili che la scuola ebbe, grazie alla presenza di un contratto annuale fra l’affittuario stesso e la popolazione, che risiedeva in parte nel casale ed in parte nelle cinquanta capanne presenti. Qualche problema si ebbe, come già capitò a Lunghezza, solo per la diffidenza dimostrata da parte del curato di Montecompatri, ostile a quell’opera d’alfabetizzazione; ma l’ostacolo fu ben presto superato grazie all’interessamento sia dei Borghese, sia della stessa famiglia d’affittuari.
Come descrive un cronista dell’epoca “…essa fu subito entusiasta della piccola scuola. Manda ogni domenica il suo carrettino fino alla stazione lontana (Colonna o Lunghezza) per trasportare il maestro senza troppa pena, lo invita puntualmente a colazione, e fornisce i figlioli più grandicelli per raccogliere la scolaresca sbandata e per aiutare in ogni servizio di sorveglianza…” 
Così i primi sprazzi di cultura poterono raggiungere le numerose famiglie degli oltre 150 agricoltori stabili della tenuta, cui poi si sommavano, per oltre nove mesi all’anno, altri 200 contadini che con le loro famiglie semi-nomadi, alloggiavano presso un apposito villaggio di capanne, posto lungo i canali di bonifica dell’Osa.
Nel giugno del 1909, alla chiusura dell’anno scolastico, vi fu una grande festa in loro onore e in tale occasione, fra bandiere e grande folla, il Direttore delle scuole, Alessandro Marcucci, tenne un discorso sulla liberazione dall’analfabetismo e dall’ignoranza – parole queste che, se da un lato riscattavano la figura dei “guitti”, dando loro dignità di cittadini della Nazione, dall’altro provocavano non poche polemiche e risentimenti nell’opinione pubblica, specie fra i circoli repubblicani -.
La scuola di Pantano Borghese, citata in molti articoli e pubblicazioni dell’epoca, passò successivamente in uno degli ambienti del procoio (annesso rustico recintato per il bestiame), rimanendo in uso fino alla metà degli anni ’30, quando fu soppiantata dalla nuova scuola eretta dal Governatorato nella vicina Borgata Finocchio (ribattezzata negli atti ufficiali Borghesiana – Pantano Borghese) e gestita direttamente dalla Gioventù Italiana del Littorio.
A questo non fu estraneo l’allora Ministro dell’Educazione Nazionale Bottai che non vedeva di buon occhio un tale apparato “parastatale”, ritenuto ormai un anacronistico (sic) esempio per l’Italia nascente.

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