DILETTO E MERAVIGLIA DELLE ANTICHE DIMORE

di Ursula Piccone

Oggi come allora si trae ispirazione dal paesaggio. Arte e natura si fondono insieme, l’architettura come sfondo materiale di una creazione naturale, la frons scaenae, realizzata dalle mani dell’uomo ed il cui intero teatro è costituito dal paesaggio: una natura capricciosa che ispira “capricci”. Il microcosmo dell’architettura si innesta nel macrocosmo della natura limitrofa. A volte un teatro nel teatro, come quello interno di villa Aldobrandini, il teatro d’acqua, contrapposto alla natura del territorio laziale. Esempi di “capricci” sono ravvisabili nei camini-campanile o torri-fumaiolo, che svettano nel parco, nel mascherone di memoria bomarziana e nelle colonne tortili. Un insieme di elementi tutti a completamento del significato allegorico che pervade l’intero costruito della villa.
Il capriccio, nella letteratura artistica indica una categoria cui è attribuito carattere di estrosità fantastica, emerge in particolare nei momenti di polemica contro il dogmatismo classicistico. Il Vasari lo identifica con il termine grottesca, ma sarà proprio l’intento di suscitare curiosità che viene messo in evidenza da un’esponente della trattatistica barocca come il Passeri quando asserisce che … “le tre arti con il capriccio, con la novità e con l’inventione porgono un dolce nutrimento alla curiosità”…G.B.Passeri, Le vite.
Volgendo lo sguardo verso le dimore tuscolane, siamo in accordo con la definizione del Milizia che ricorda come il capriccio sia frutto del lusso e derivi “ dalla sazietà delle migliori cose…” . Proprio nelle ville tuscolane tale sazietà si esplica nella ricerca di un sito suggestivo non solo dal punto di vista naturalistico ma anche per la ricchezza di evocazioni antiche.
La storia delle ville tuscolane è indissolubilmente legata al territorio, sito scelto sin dai tempi più remoti, fatto che nobilitava ancor più la zona, non solo per il mite clima, per le innegabili suggestioni paesaggistiche, non ultimo per la vicinanza con Roma. I riferimenti alle antichità romane evocati più o meno esplicitamente, alle volte innestando le ville direttamente sulle antiche rovine, altre, evocando richiami alla classicità. Determinante per la scelta del luogo, la politica adottata a partire da Papa Paolo III,  con l’acquisizione della Camera Apostolica di gran parte del territorio tuscolano. Da non dimenticare il ruolo offerto dagli ordini religiosi, Camaldolesi, Gesuiti, Cappuccini, che avevano assunto una posizione rilevante all’interno della riforma della chiesa cattolica. Essi ostentavano, nelle loro case di campagna, una voluta austerità e semplicità  in stridente contrasto con le lussuose dimore dell’ambiente romano. Ricordiamo le folli spese di straordinari proprietari come gli Aldobrandini, quelle del cardinale Altemps -biennio 1573-1575-, per la costruzione della villa Mondragone pagata ben 40000 scudi; l’acquisto della villa Mondragone  insieme alla villa Vecchia e alla Reitirata costò al cardinal Scipione Borghese  300000 scudi. Le esorbitanti spese per gli acquisti venivano contrastate dalla solitaria voce di Cesare Baronio che, abitando il casino di villa Lancelotti Piccolomini, alla ricerca di tranquillità e per allontanarsi dalla corruzione di Roma, vedeva sorgere la grande villa Aldobrandini in posizione dominante il colle e di monumentali dimensioni, da impressionarlo a tal punto che così scrisse sulla sua porta: “… a chi deve morire è abbastanza …”. Ancora oggi costeggiando il lungo muro che separa la strada dalle proprietà Aldobrandini, si percepisce lo stridente contrasto tra la mole del Belvedere e la più modesta villa Lancelotti.
Ci si immerge in un tempo lontano, in cui le ville tuscolane erano venute a sorgere da poco, guardando una incisione del Barrière -Roma 1622- dal titolo vero e novo disegno di Frascati con tutte le sue ville convicine; la città di Frascati in primo piano, alle spalle il Belvedere villa Aldobrandina, sulla destra villa del Principe Lodovisio (Torlonia), poi la villa Acquaviva del cardinal Montalto (Grazioli) e villa Bel Pogio del Sig. Duca di Ceri sulla sinistra, rispetto la città, le ville Mondragone, Borghesia (Taverna), La Ruffina (Falconieri) e la Ruffinella (Tuscolana).
Dipaniamo subito la confusione che si può ingenerare sui nomi delle dimore tuscolane; spesso identificate con epiteti differenti, fatto dovuto ai passaggi tra proprietari diversi in epoche diverse a partire dalla loro costruzione, cosa di cui ci occuperemo a breve, soffermandoci con sommaria descrizione sui singoli edificati.
Nella storia delle dimore della cittadina laziale è possibile ravvisare tre distinte fasi costruttive tra il 1550 e il 1620. Una prima, circoscrivibile agli anni 1550-1570, in cui si realizzano modeste costruzioni, nella quasi totalità dei casi si tratta di strutture edificate sui resti di antiche fabbriche, modificate ed ampliate in fasi successive per l’affermarsi della cittadina come luogo di villeggiatura della corte papale. Una seconda, innescata dalla ristrutturazione della villa Angelina, da modesto casino in villa lussuosa, da parte del cardinale  Marco Altemps, ora luogo di ricevimento di papi e prelati. Di qui ha inizio l’ostentazione del lusso, con l’intento, neanche troppo velato, di suscitare scalpore e meraviglia.
Dobbiamo immaginare i dintorni di Roma, prima della rinascita del sito, con gli occhi di un visitatore del tempo che li riferisce “selvaggi” … per lo più coperti da edifizi rovinati, sopra i quali sono ortiche … paiono piuttosto luoghi da bestie, – Leandro Alberti, Descrittione di tutta l’Italia, prima edizione 1550 -.
La rinascenza della località inizierà a partire dal Cinquecento, il sito ospiterà assieme alla villa Mondragone, che deve il suo nome al dragone della fontana, simbolo araldico appartenente alla famiglia Borghese, … le dimore Lancelotti (Piccolomini), Torlonia (Ludovisi, Conti), Grazioli Acquaviva Montalto (oggi afferente al comune di Grottaferrata), Falconieri detta “La Ruffina”, villa Tuscolana  detta “Rufinella” . La più imponente tra tutte per linee, vegetazione, posizione: il Belvedere o villa Aldobrandina, di cui scrisse Goethe dopo avervi soggiornato che “… ben difficilmente una villa può trovarsi in una posizione più deliziosa”. La costruzione di quest’ultima costituì il modello per un ulteriore rinnovamento delle altre, soprattutto dei loro giardini. Con essa ha inizio la terza delle fasi costruttive delle dimore cui precedentemente accennato; questa più di ogni altra incarna lo spirito e gli intenti del suo ideatore, volti a generare diletto e meraviglia.
Avvicinandosi a Frascati l’impatto con il Belvedere è forte. Contrappeso ideale, guardando verso Roma, allo sfondo della mole di S. Pietro. Già ne parlava, al tempo della sua ideazione, sotto il pontificato di Papa Clemente VIII – Ippolito Aldobrandini -, desideroso di possedere una villa a Frascati e da poco salito il soglio pontificio, (1592), monsignor Giovan Battista Agucchi, uomo colto ed apprezzato nell’ambiente Farnese, nonché valido rappresentante dell’intellighenzia del tempo, che nella  sua celebre Relatione  dava corpo ai singoli dettagli della futura villa. Il casino originale, di cui restava solo un muro,… “et questo è costato così tanto  per ligarlo bene con gli altri, che sarebbe stato meglio a buttarlo giù del tutto,”… secondo i documenti, fu ingrandito ed ingrandito ancora; la supervisione dei dettagli esterni restava di Giacomo della Porta, diversamente dalle finiture interne. Maderno, alla morte del Della Porta, fu nominato co-architetto, insieme a Domenico Fontana, che molto probabilmente si occupò di quella che veniva considerata la sua specialità: l’acquedotto e i giochi d’acqua.
Sarà sempre l’Agucchi a proporre al cardinale il soggetto per le fontane del teatro d’acqua, grandiosa allegoria di Ercole ed Atlante, (l’Atlante aiutato da Ercole a sostenere la volta celeste, è identificato con Clemente VIII, aiutato nel governo da Pietro Aldobrandini). L’inserimento di una via d’acqua costituisce anche il trionfo sulla difficoltà vinta, poiché sul colle di Frascati questa mancava. Già in epoca romana avevano sopperito a tale mancanza con l’uso di cisterne. Qui, diversamente dalle altre ville, si assiste ad una intima fusione tra acqua ed architettura senza che l’una sovrasti l’altra o venga a costituirne il semplice contorno. L’acqua doveva svolgere un ruolo fondamentale nella nuova villa, …“avendone a riuscire  il più nobile, et il più delizioso luogo non solo di queste parti, ma d’Italia, et che saria per superare di gran lunga il luogo di Bagnaia che viene tanto celebrato”. Lo spunto per i celebri giochi era stato offerto dai giardini di villa Lante nel viterbese, dal sacro bosco di Bomarzo, dalla villa medicea di Pratolino, dal giardino di Boboli presso Firenze, nonché del villino Farnese a Caprarola.
La villa si impone nel panorama urbanistico, ne costituisce lo sfondo ideale, con essa termina la città di Frascati; il panorama entra nella fabbrica che diviene il centro del mondo, tutti gli elementi che la compongono trovano pace ed equilibrio  provvidenziale nell’orchestra la cui platea è costituita dalla villa stessa. Diletto e meraviglia, grandiosamente interpretati dall’autore della celebre Relatione, sono i sentimenti di cui è pervaso il visitatore che fino all’arrivo del palazzo si diletta nell’osservazione dell’intorno. Oggi entrando dall’ingresso laterale, per intendersi non quello realizzato dal Bizzaccheri che ha come sfondo prospettico la facciata della villa, fa capolino sulla sinistra una fontana di modeste dimensioni, un piccolo emiciclo incassato nel muro di contenimento, le cui pareti sono foderate da elementi volti a simulare dei sassi, incastrati sul fondo, una sorta di cretoncino, ad anticipare il tema dell’acqua. Poi, salendo,  il visitatore colto da stupore improvviso, una volta aggirata la cortina-sipario del palazzo, si arresta, mentre si apre di fronte il teatro d’acqua la cui larghezza, che raggiunge i  118  metri, impressiona. Teatro, o ninfeo o anfiteatro, comunque lo si voglia definire resta un posto dove iniziare un cammino di purificazione. Ritorna qui il tema allegorico, più volte sottolineato, dell’acqua quale elemento catartico, o più semplicemente un luogo dove cercare frescura mentre l’occhio è distratto e non sa dove fermare lo sguardo. L’importanza del teatro è evidente, basti pensare che da solo costò come tutto il resto della villa – come ricorda  lo Schwanger – e che su di esso, non sulla villa, fu segnata la descrizione celebrativa.
Per sistematizzare gli “scherzi”, tra il 1612 ed il 1620,  fu chiamato il fontaniere specialista Orazio Olivieri, che aveva già lavorato presso villa d’Este. L’intero percorso è teso a sottolineare il difficile rapporto, da sempre esistito, tra uomo e natura. Qui  viene richiamato anche dalle scale per visitatori che corrono a fianco della cordonata di vaschette centrali della scala d’acqua. L’Agucchi invita a fare attenzione agli scherzi della natura, una sorta di memento, poiché dai gradini fuoriescono zampilli che bagnano i visitatori inconsapevoli. Gli effetti che fa l’acqua in scendendo son così belli che si può dire che corra, che caschi, che precipiti, che salti, che balli, che sporga fuori, che faccia bollori et mille altre cose tutte in un tempo (dalla Relatione di monsignor Agucchi).
Ancora scherzi, nella fontana del leone-azzanna-tigre, a colui che  si avvicina per bere alla bocca del leone. La tigre schizza uno spruzzo d’acqua contro il leone, nel fuggire si è bagnati da numerosi altri zampilli d’acqua, la tragedia del combattimento tra fiere, qui rappresentato simbolicamente, diviene farsa. Il gioco diviene arte. Acqua e musica sono gli orchestranti della rappresentazione; per la musica viene chiamato l’organista Guglielmi, che offre preziosi suggerimenti per riprodurre sonorità attraverso l’aria soffiata nei tubi delle statue poste nelle nicchie al lato di Atlante, permettendo di emettere suoni dalla siringa e dalla buccina delle sculture di Polifemo e Centauro. L’obiettivo di suscitare meraviglia viene qui perfettamente incarnato.
L’elemento disvelativo è però costituito dalle Colonne d’Ercole, vero punto di arrivo dell’immaginario percorso di purificazione, monito a non oltrepassarne i limiti. Di derivazione dalle antiche colonne coclidi onorarie, qui rese scherzose e dinamiche, con tono ironico, le colonne danno origine all’acqua che tutto muove.
La testimonianza iconografica più antica sullo stato del palazzo è data dalla incisione del 1620 di Matteo Greuther, che oltre al Belvedere Aldobrandina del Card. Aldovrandini, come descrive il cartiglio, riporta anche le altre ville rappresentate nel loro periodo di massimo splendore.
Il tema degli scherzi d’acqua ha affascinato anche il Barrière, che pochi anni dopo, siamo nel 1647, pubblica una incisione in cui vengono rappresentati gli zampilli che si infrangono sulla gradinata del ninfeo. Questa insieme ad altre 18 incisioni costituiscono una preziosa serie a formare il primo ciclo di disegni completi sulla villa. Lo stato attuale è documentato dal rilievo del Franck del 1930, che rivolge puntuale attenzione oltre alle architetture, documentate con piante e sezioni, al rilevamento delle essenze arboree presenti, oltrechè alla loro disposizione. Un boschetto di querce, definito dall’Agucchi “selvetta di querce”, da lontano sembra impostarsi sul palazzo come una volta a padiglione, accento dato dalla natura sull’arte umana per  renderla perfetta. Ancora una volta sottolinea il patto d’alleanza stretto tra architettura e paesaggio.
Oggi restano i due i volti della dimora che si pongono al sguardo del visitatore: uno sobrio, quasi triste, rivolto verso Roma ed esposto in un luogo pubblico, che riconduce alla gravità “riformata”di Giacomo Della Porta ravvisabile, in versione civile, nelle architetture romane del Collegio Romano o della chiesa del Gesù; l’altra, gelosamente riservata ai pochi, sfarzosamente ricca rivolta verso l’interno. Quasi una regola del tardo Rinascimento quella di proporre due facciate distinte. Alcuni autori, hanno inoltre sottolineato la fusione tra tradizione antica ed impulso moderno, tra bellezza e capriccio, rinascimento ed antirinascimento, di cui l’intera struttura della villa è permeata. Esemplificativa la scala interna dell’edificio che segue la forma della lumaca ovata, a pozzo coperto, fatta in modo che … quattro uomini vi possano salire a paro. Mentre accenti più tardi sono ravvisabili nella recinzione, divertente opera settecentesca attribuita al Bizzaccheri; dall’ellisse della terrazza, ai piedi della facciata, appare oggi il “nuovo” del muro interno, da poco reintonacato, in stridente contrasto con il giardino lasciato allo stato brado. Il complesso subì un restauro, a seguito dei danni bellici che non lo risparmiarono, sotto l’egida dell’architetto romano Clemente Busiri Vici. Attualmente l’edificio si staglia contro un suggestivo fondale costituito da una parete verde di lecci, pini e platani, oramai plurisecolari. Conservano oggi, i caratteri originari del luogo il giardino ed il teatro d’acqua oltre alla ferrea volontà, consolidata nei secoli, di creare stupore.
Non lontano, proseguendo il percorso, incontriamo la più piccola tra le ville di Frascati, villa Lancelotti (Piccolomini), la cui peculiarità consta nell’avere una potenzialità panoramica invertita rispetto alle altre ville. Essa si apre infatti verso il colle anziché verso Roma. La costruzione a valle permette lo sfruttamento della terrazza come plateau naturale, che diviene elemento architettonico.
Spenderemo poche parole al fine di ricordare la differente destinazione d’uso originaria. In principio, (siamo intorno al 1578), nata come casa di riposo adibita dal futuro Santo Filippo Neri, ai confratelli bisognosi. Di dimensioni modeste, subì diversi ingrandimenti tali e tanti da definirla, verso la fine del XVI secolo, magna domus.
Danneggiata anch’essa dalla guerra, fino al 1969 non risultano restauri, a parte gli abbondanti rimaneggiamenti di epoca settecentesca riguardanti il rifacimento della facciata ed un documentato restauro del teatro d’acqua risalente al 1870. Recentemente è stata rimessa a nuovo. Il vasto parco di elci, cedri cipressi è stato tagliato dalla strada che porta a Tuscolo. La parte esterna è ora proprietà comunale. Preceduta da un giardino all’italiana il cui impianto risale al periodo in cui essa, da Sede della confraternita degli Oratoriani di San Filippo, diviene dimora gentilizia.  L’incisione del Kircher -1671- mette in evidenza  la modifica del disegno originario delle aiuole del giardino, quadrate un tempo, oggi parterre libero con disegno a spirali  entro parti rettilinee che delimitavano i viali. Al centro campeggia lo stemma Aldobrandini, spia cronologica che attesta il rifacimento della villa attribuendone le modifiche a Filippo Lancelotti. L’ elegante ninfeo con nicchie decorate ricorda il giardino segreto di villa Mondragone.
Poco oltre scorgiamo i riferimenti immediati del panorama che circonda La Ruffina, costituiti dal convento dei Camaldolesi e dalle distese degli oliveti. Il casino si insediava nella stesura orizzontale delle insenature del colle tuscolano.
La villa dei Falconieri oggi, dal nome del cardinale Falconieri che nel 1727 la fece restaurare, ieri detta “La Ruffina”, in onore di monsignore Rufini che la volle costruita tra il 1545 ed il 1548 sul terreno appartenente, con estrema probabilità, in epoca romana, ai Quintili. Il primo documento risalente al 1549, è offerto dalla medaglia fatta coniare da papa Palo III (Alessandro Farnese), in cui compare la nuova città di Frascati con le mura volute dal papa. Entro queste, il palazzo indicato come “La Ruffina”, edificio squadrato a due piani con avancorpi laterali che sono torri. La facies cinquecentesca, con le quattro torri laterali e la loggia architravata ad ovest, è rappresentata dall’incisione titolata “La Ruffina” del Kircher tratta Latium (Amsterdam 1671), mutuata dal panorama offerto da Matteo Greuther. La costruzione si presenta di fronte ad un giardino all’italiana con fontane e aiuole di bosso tagliato. Soffermiamoci brevemente sulla descrizione del giardino dedotta dalla pianta prospettica del Greuther. Questo, di impianto planimetrico tendente al quadrato, che ricopre uno spazio pari quasi quanto la superficie della villa, è suddiviso in quattro riquadri al loro interno ulteriormente parcellizzati. La simmetria delle cui aiuole viene qui negata, risulta spezzata e diversificata. Al centro del giardino una aiuola circolare, che contiene non una fontana, disposta invece sull’asse diagonale, bensì una essenza arborea non meglio identificabile. Sull’asse della fontana, si colloca un bizzarro pergolato, forse sostenuto da pilastri, da cui svetta un albero. Anche in questo caso non vengono rispettati i canoni di simmetria. Un capriccio, forse voluto dall’ideatore?
Il parco in tutto il suo insieme è articolato in un’area suddivisa in quattro zone ancora ben distinguibili: una pianeggiante, popolata di lecci e densa di vegetazione, antistante il costruito, una seconda costituita dal giardino all’italiana di cui abbiamo descritto, una terza di bosco misto, la quarta coltivata ad oliveto. Celebre nelle descrizioni era il laghetto oblungo, costellato da cipressi, divenuti altissimi, che in gran parte la guerra ha distrutto.
Una iscrizione ricorda che per i lavori di terrazzamento: la rupe fu domata a ferro e a fuoco.
Prima di giungere all’attuale ingresso, la strada costeggia l’antico portale barocco…che porta dopo un breve percorso, alla villa in cui è ravvisabile un’impronta borrominiana. Bisogna rammentare infatti che il celebre architetto lavorava allora per la cappella Falconieri a S. Giovanni dei Fiorentini, ed è probabile che gli stessi rapporti intercorressero tra la famiglia ed i lavori all’interno della villa tuscolana. La mano dell’artista è riscontrabile infatti nella definizione di quattro porte delle sale dell’ala sinistra, realizzate non in blocco unico ma con lastre di peperino rivestite con esili spessori di cipollino, come evidenzia P. Portoghesi, autore della tesi, nel saggio titolato l’opera del Borromini nel Palazzo della villa Falconieri. Restauri settecenteschi sono documentati nei lavori di stima fatti dall’architetto Ferdinando Fuga per il Cardinale Alessandro Falconieri nella sua villa della Ruffina di Frascati. Le sopraelevazioni degli avancorpi invece esistevano ancora alla fine dell’Ottocento. Demolite in epoca successiva, a causa di un terremoto.
Fino all’800 proprietà della famiglia Falconieri, una volta  estinta, la villa passò per successione al conte Luigi Falconieri Carpegna il cui ricco archivio ha costituito una fonte di inestimabile valore per testimoniare l’opera borrominiana all’interno della villa. Venduta in seguito al principe Aldobrandini Lancelotti. E’ proprietà del Governo germanico, fino alla confisca del 1918 da parte del Governo italiano; soggetta ai danni dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, subisce un restauro tra il 1945 ed il 1959. Oggi è ancora sede del centro europeo di educazione.
Proseguendo si vede la più alta delle ville tuscolane che svetta con la possente facciata vanvitelliana, in origine una dipendenza di Villa Falconieri situata alle pendici del monte Tuscolo, la Villa Tuscolana. Come reca l’iscrizione sul portale di accesso dell’ampio viale che porta all’edificato, è detta “La Rufinella”, per distinguerla dalla “Rufina” sempre di proprietà di monsignor Rufini, vescovo di Melfi. Concessa (siamo nel 1581), al cardinale Guido Ferreri è per questo soprannominata Ferreria; attualmente è adibita ad albergo. Appartenente prima all’ordine dei gesuiti del Collegio romano e oggi di proprietà dei salesiani che, dopo averla acquisita, ne hanno pesantemente modificato alcune parti.
La forma in cui perviene oggi è attribuita all’opera del Vanvitelli che nel 1741 vi pose mano, progettando un edificio con pianta a T e lunghi corridoi dove affacciavano, su ambo i lati, le celle dei religiosi. Resta oggi l’involucro e la definizione spaziale originaria. Risulta però modificata nelle pavimentazioni, nella decorazione pittorica, nella spazialità di alcuni ambienti.
Probabilmente sorgeva sui resti di una delle ville di Cicerone. Il nostro interesse per il tema del verde ci impone di sottolineare lo stato di conservazione di modestissime parti del giardino all’italiana, che in origine si… “estendeva  per un ampio spazio lungo tutto il fianco sinistro e di fronte al prospetto del casino”… Andata purtroppo perduta la primigenia disposizione del giardino, soggetto a forti rimaneggiamenti ottocenteschi, restano però  le linee essenziali, il ninfeo alla destra della facciata ed il terrazzamento di fronte la costruzione. E’ conservata, inoltre, l’alberatura di lecci e cipressi, ma la sorprendente peculiarità del verde è costituita dall’essenze, alcune secolari, di Sequoia sempervirens.
Un accenno deve essere necessariamente posto su villa Mondragone che, anche se appartenente al territorio di Monte Porzio Catone, rientra nell’ambito cronologico delle dimore tuscolane. Si è più volte sottolineata l’importanza della localizzazione geografica. La villa edificata a monte sfrutta la ripetizione del sistema palazzo-parterre-bosco, questa volta costituito dal fronte dei Colli Albani. Essa incarnò la volontà del Cardinale Altemps che nel 1573 la volle costruita sul terreno appartenente alla gens dei Quintili, come si può rileggere dalle carte tematiche del suburbano tuscolano redatte sul finire dell’ 800. La nuova fabbrica, alla fine del 1574, la cui esecuzione materiale è data a Martino Longhi il Vecchio, risulta diffusamente decorata con lo stemma araldico dei Boncompagni,- Casato di provenienza di papa Gregorio XIII, Ugo Boncompagni – un drago alato, che con molta probabilità darà il nome alla villa. Lo stemma si ripete a partire dall’accesso monumentale, con i draghi incassati nei riquadri della balaustra al di sopra dell’attico che copre il portale d’ingresso, quasi a spezzare la severità dell’impianto di facciata. Alla data di uscita dell’incisione di Matteo Greuther, 1620, la villa è completa così come appare oggi. Il nucleo originario è costituito dal casino Altemps e viene a saldarsi in un unico corpo di fabbrica con la Reitirata. Un terrazzone monumentale chiude l’intero impianto a valle, ospita la fontana dei Draghi, incorniciando l’insieme tra quattro pinnacoli che tendono a sottolineare l’assialità del viale dei cipressi.
Intorno alla metà del XVIII secolo la villa è ancora in buono stato. Si procede verso il declino agli inizi del XIX secolo, allorquando, colpita da un terremoto, crolla in alcune parti. Sede dell’accampamento delle truppe austriache dirette a Sud, ulteriormente battuta da uno sciame sismico nel 1827, seguono alcuni interventi di restauro avviati dalla famiglia Borghese. A partire dal 1868 diviene attuativo il primo impianto dell’Osservatorio  meteorologico Tuscolano.
Il pessimo stato di conservazione al 1969, in cui questa come le altre ville versavano, ne impose un restauro d’urgenza. Una mostra dal titolo ville di Roma e del Lazio, promulgata da Italia nostra, poneva negli stessi anni in rassegna il patrimonio, evidenziando sia lo stato di abbandono ma sopratutto l’urgente bisogno di riqualificazione. Sede del gabinetto di storia naturale, istituito a partire dal 1870, si consegna a noi, oggi, dopo gli ingenti lavori di completamento del 1929, su progetto di Clemente Busiri Vici, alterata nelle forme dell’impianto originario, consentendo però di adeguarsi alla allora nuova destinazione d’uso: una ricettività che toccava le 200 unità.
Nel 1981, finalmente, l’Università di Tor Vergata acquista la villa ed alcune zone limitrofe. Vista dall’esterno ci appare severa e imponente, bisognosa di restauri. All’interno il cortile rosso bruno con la pellicola pittorica decoesa in diversi punti, sconforta. Ci rianimiamo uscendo dopo un breve percorso avvolti da quelle che sembrano le mani protese, oramai secolari, dei lecci.
Ritornando al titolo dell’articolo, ossia diletto e meraviglia delle antiche dimore, si potrebbe creare un parallelo, così come al tempo della loro realizzazione le antiche dimore ingeneravano stupore e meraviglia per bellezza e sfarzosità. Oggi si è pervasi dallo stesso sentimento, per alcune di esse a causa del fatto che non è più possibile apprezzarne l’originaria bellezza. Questo il caso di villa Torlonia, di proprietà della famiglia a partire dall’800, poi Ludovisi, infine Conti, fino al 1820 di cui rimangono solo pochi resti.
Il palazzo fu infatti distrutto da un bombardamento l’8 settembre del 1943. Attualmente sostituito da una costruzione moderna. Si conserva il teatro delle acque, poco al di là dell’ultima scalea che riporta alla villa sostituita da una recente costruzione. Dal 1945 è un parco pubblico.
Il giardino è sicuramente il più ricco di motivi architettonici, di piante e acque. Oggetto di studio puntuale da parte del Franck che ne individua il sistema giardino cascata. Il piccolo podere su cui si insediò la “caravilla” di Annibal Caro, proprietario prima della cessione al cardinal Scipione Borghese, il quale si avvalse dell’opera degli architetti Flaminio Ponzio, Carlo Maderno e Giovanni Fontana chiamati a realizzare il teatro d’acqua a monte della villa.  Il gioco delle acque ha inizio da una grande peschiera. Il liquido scendendo in vasche degradanti, lambite ai lati da scalee, confluisce all’interno di un bacino più ampio confinato da balaustri. Della varietà di essenze e del loro intrecciarsi, di quello che veniva definito come il più ricco e bel giardino della zona all’interno dei giardini all’italiana, così come del giardino segreto, oggi resta un vago ricordo. Le stampe ci forniscono un eloquente documento dello stato prima della sostituzione con filari di platani, gruppi e file di alberi.
Attualmente rimangono le membrature architettoniche, la scalea, il teatro delle acque, la cascata e risulta, purtroppo, mutilo della statuaria.
La villa Belpoggio (Pallavicini), attribuita a Carlo Fontana, autore anche del casino di Monsignor Visconti a Frascati, doveva essere formata, -come appare dalle incisioni del Greuther-, da un corpo quadrangolare elevato su tre piani e munito di torrette belvedere. Davanti al prospetto principale, appare un ampio spazio dedicato ad aiuole e fontane su terrazzamenti, attraverso i quali si scende al parco, che ci appare, oggi, nella sistemazione ottocentesca. La guerra non la ha risparmiata, distrutta quasi completamente, ci sono pervenute due fontane a colonna centrale, costituite da quattro delfini che campeggiano, in basso, altrettanti mascheroni nella parte alta.
Infine, una parola andrebbe spesa sulla villa che il gesuita Eschinardi – per intendersi, l’autore della versione erudita del catasto alessandrino – definisce come quella che: termina tutte le altre ville sul mare ossia villa Muti (Arrigoni). Edificata nel bosco compreso tra Grottaferrata e Frascati, acquisita da Monsignor Pompeo Arrigoni, – difficile da immaginare, di qui il nome!- il quale provvide all’ampliamento della fabbrica nonché del giardino. Quest’ultimo è l’unico esempio di giardino tenuto a verde in Italia, la cui evoluzione possa essere seguita dalla fine del ‘500 sino all’800 e le cui successive aggiunte e modifiche sono state apportate con gusto ed equilibrio, senza snaturare l’impianto originario. Sul finire del XVII secolo viene impiantato un boschetto a monte, il palazzo che si erge su di un giardino ripiano, è affiancato da  un terrazzamento più piccolo, aperto solo da un lato, in seguito si prosegue il taglio della collina con l’aggiunta di un ulteriore terrazzamento. Questo sistema di palazzo-parterre–bosco, si può definire “chiuso”, ovvero risulta privo di elementi di relazione con l’esterno. Il tappeto floreale inglobato all’interno della geometria delle aiuole viene ulteriormente privato delle relazioni con l’esterno dalla presenza di muretti di contenimento. Esiste una modularità del sistema palazzo-parterre-bosco, che si ripete anche all’interno delle singole elementarità. Inoltre il sistema orizzontale del tappeto floreale viene contrapposto a quello verticale del bosco costituito da essenze ad alto fusto. Allo stato attuale il giardino risulta meno esteso di quanto fosse in origine.
Questo schema tipo della villa con giardino è ravvisabile non solo nella villa Muti ma anche nella villa Aldobrandini ed è costituito da un parterre (o aiuole) coperto da un tappeto di fiori, generalmente esposto a Nord. Questo il caso del Belvedere, contrapposto  al bosco caratterizzato da essenze ad alto fusto che, oltre a costituire il nascondiglio per animali selvatici, era fonte di caccia dunque di sostentamento.
Tirando le somme, dopo una breve passeggiata attraverso il tempo e la storia, si può sottolineare un nodo fondamentale: cosa resti oggi delle ville, meglio, come queste abbiano adattato la propria destinazione d’uso, o vocazione originaria, alle esigenze della contemporaneità. Molte di queste, infatti, hanno necessariamente dovuto piegarsi alle esigenze ricettive, destinazione d’uso non troppo lontana dall’originaria ma che richiede un adeguamento soprattutto nei servizi – bagni, scale, impianti di risalita – per destinarle a sede per conferenze, convegni, o alberghi di lusso, stravolgendo, in parte, le strutture originarie. Purtroppo, non sempre con risultati di qualità.
Un’eccezione è costituita dall’esempio di villa Grazioli, ieri Montalto Acquaviva, piccolo gioiello incastonato sul colle Tuscolano, cui si accede dopo aver percorso un viale costeggiato ai lati da un giardino all’italiana. Partendo dalle aree più vicine al complesso monumentale della villa si individuano: le terrazze pensili, che offrono, dal fronte principale, una suggestiva veduta sul panorama circostante, il piazzale cui si accede dal viale principale, il giardino paesaggistico, infine il bosco di lecci successivo all’ingresso principale, foggiato a formare una muraglia verde. Il tutto appare oggi estremamente curato sia negli arbusti, contenuti nelle parti geometriche e in quelle naturalistiche, sia nel viale di ippocastani.
Completamente modificato risulta il rapporto con il paesaggio che, come attestano documenti seicenteschi, aveva una destinazione agricola, in particolare a vigneto e che costituiva il naturale contorno della villa. Pur essendo stata riadattata ad albergo di lusso, la villa conserva e mantiene ancora molti dei caratteri originari: gli affreschi della galleria, le sale del piano nobile e del pian terreno. Uno di questi affreschi, incastrato in un medaglione ellittico sorretto da figure mitologiche di satiri, immortala la facies della villa all’epoca della costruzione. Evidenzia un corpo centrale più alto e due ali laterali che vengono avanti, incastrando una galleria al piano terra, caratterizzata da una teoria di quattro arcate, sormontate da un attico scoperto. Soprattutto, restano gli arredi lignei. Gli scuri delle finestre con superfici riccamente decorate, le porte dipinte, i solai di travi rivestite con superfici decorate, i travicelli con tavolato a regolo per convento, dove per convento si intende il giunto. Percorrendo l’interno, attraverso la galleria che racconta i temi naturali del paesaggio, qui inteso con intento nuovo come oggetto di meditazione e contemplazione, ed affacciandosi dal retroprospetto da una delle finestre che conserva i suddetti arredi, il panorama, decisamente, cambia. Se l’interno della villa è ancora preservato in molte delle parti, non si può dire altrettanto dell’intorno. Le antiche vedute a perdita d’occhio sui campi, oggi, a causa anche delle nuove costruzioni, non hanno lo steso valore.
L’autore confida nell’avere assolto l’intento di questo articolo, ossia di costituire un breviario semi-serio. Semi in quanto si ha la consapevolezza di non poter trattare l’argomento con il dovuto approfondimento e rigore scientifico, vista l’estesione della materia in oggetto. Serio, comunque, poiché serva da spunto per una cronologia analitico-scientifica delle dimore prese in esame. Si è cercato di toccare, in maniera più o meno approfondita, i temi del verde, delle correlazioni giardino-parco-bosco, dell’edificato in relazione all’ambiente e delle acque. Volutamente si è sorvolata la descrizione degli interni, con l’eccezione di villa Grazioli e ci si è soffermati sui militanti che hanno contribuito alla realizzazione dei singoli manufatti, siano essi finanziatori o esecutori materiali.

Ursula Piccone, architetto.  Specializzanda  presso la “Scuola di specializzazione in restauro dei monumenti “dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza”, dopo avere conseguito la laurea presso la omonima facoltà di Architettura con una tesi storico-analitico-progettuale in Restauro architettonico. Nell’ambito dei suoi studi ha analizzato il territorio del Lazio Meridionale, contribuendo alla redazione di alcune schede tipo per la catalogazione del paesaggio del Sud Pontino per la Sovrintendenza dei beni Architettonici della Regione Lazio. Studi volti attraverso l’esame della cartografia, degli archivi fotografici nonchè delle vedute dei pittori della Campagna romana. Ha collaborato in diverse missioni del Politecnico di Bari dirette dal Prof. Arch. Giorgio Rocco per il rilievo e la catalogazione di monumenti architettonici e aree archeologiche.

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