GERUSALEMME Il muro del pianto

di Danilo Mercanti

In questo secondo appuntamento si intende rappresentare la storia del Muro del Pianto. E’ ciò che rimane del maestoso Tempio di Gerusalemme distrutto dalle truppe imperiali romane nel settanta D.C.. Il Tempio ha conosciuto nella sua storia tre distruzioni e in particolare quella operata dai Caldei babilonesi di Nabucodonosor nell’Agosto del 587 che lo rasero al suolo completamente, unitamente alla stessa città che lo ospitava. E’ il primo Tempio che, agognato da Davide, viene costruito da suo figlio Salomone, in un tempo di ricchezza economica e di pace nel Paese.
Attraverso il prezioso contributo di alcune fonti, tra le quali il già citato testo di R. Brunelli “Storia di Gerusalemme” e l’opera curata da Henry-Charles Puech “L’ebraismo”, nonché la lettura attenta di una fonte primaria d’eccezione qual’é la Bibbia se ne può tracciare il profilo. Lo splendore del Tempio salomonico era riferito meno alle dimensioni, più modeste del vicino palazzo reale (eccetto per l’altezza che eguagliava), che non alla ricchezza delle sue decorazioni.
Costruito dai tecnici dell’architetto di Tiro, Hiram, era costituito da una sala lunga trenta metri, larga dieci e alta quindici (tutte le misure, dalle fonti, sono espresse in “cubiti equivalenti a circa 0,50 metri), illuminata come nelle basiliche, preceduta da un vestibolo sulla parte anteriore, circondata dagli altri lati da una costruzione di tre piani che rimaneva al di sotto dell’altezza delle finestre. L’interno della sala era tutto foderato di legno di cedro del Libano, offerto dallo stesso Hiram, scolpito con rappresentazioni di cherubini, palme, fiori in boccio e laminato in oro. La parte estrema della sala era occupata in tutta la sua larghezza e per un terzo della sua lunghezza, da una costruzione cubica in cedro, chiamata “Debir” o “Sancta sanctorum”; all’interno del Santo dei Santi si erigeva l’Arca dell’alleanza, attorniata dalle ali di due sfingi o cherubini. Nella sala era compresa una tavola d’oro, posta davanti il “Debir”, per i “pani della proposizione”, offerta permanente già documentata nel santuario di Nobe, dieci candelabri d’oro e un “altare d’oro” che, sembra essere stato usato per bruciare profumi.
Un altare di bronzo, per i sacrifici, era posto all’esterno della sala, assieme a un enorme bacile detto “mare di bronzo”, sorretto da dodici tori anch’essi di bronzo e colmo d’acqua per le abluzioni rituali. Questa facciata, rivolta verso il Monte degli Ulivi era illuminata dal sole sorgente. L’ingresso del vestibolo era fiancheggiato da due colonne non necessarie per sostenere l’edificio. Poiché queste colonne richiamavano quelle del tempio di Melqart di Tiro, descritto da Erodoto, nonche altri edifici sacri dell’antico Oriente, esse dimostrano la presenza di influenze straniere. Si era però rispettata la tradizione israelitica, evitando l’impiego di pietre tagliate. Il “Debir”, abitacolo permanente dell’Arca dell’alleanza, diventa il luogo della concreta presenza di YHWH (leggi Yahwé o Yahwò); di lì, la santità del Signore si irradia attraverso il tempio verso l’ambiente circostante, la montagna di Sion sulla quale si innalza, la città di Gerusalemme e verso tutti i paesi, in tutta la terra.

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