UNA CITTA’ SENZA PANCHINE

di Pasquale Grella

Partendo dal presupposto, certamente discutibile, che l’attuale Democrazia “racchiuda” la possibilità di camminare liberamente in città, tra estranei, culture e diverse soggettività, alla luce di recenti avvenimenti urbanistici, provo a dar voce ad una sensazione personale. Mi sembra opportuno partire da una considerazione precisa: nell’attuale sistema democratico la paura dei cittadini richiede una politica di sorveglianza che non ha giustificazioni d’esistere. Dati alla mano, possiamo asserire con una certa tranquillità che in Italia il rapporto tra cittadini e forze dell’ordine è particolarmente sbilanciato in favore di questi ultimi e nonostante il rischio di limitare in maniera sensibile la propria libertà, l’opinione pubblica sembra sempre più orientata verso la rimozione e il controllo dei diversi luoghi d’incontro cittadini (pensiamo ad esempio ad una panchina), dove gli estranei e i diversi spesso costruiscono la propria “casa”.
Le panchine quindi sono dei veri e propri “indicatori” della democrazia di un paese, la testimonianza diretta dell’incapacità di dare risposte ad un problema preminentemente politico, che spinge il “potere” a fornire solo risposte d’apparente emergenza. La messa al bando della piazza come luogo d’incontro, non è che l’ultima di una serie di tendenze sviluppatesi all’interno delle grandi città occidentali; da Parigi a Londra, da New York a Rio de Janeiro, le panchine sono viste come luoghi sospetti dove clochard, barboni e immigrati possono trovare rifugio. Contro di loro, il regolamento urbano diventa soluzione estemporanea che qualche vigile decide di adottare all’istante. In Europa l’unica città che prova a forzare questo tipo d’impostazione è Barcellona, posizionando lungo La Rambla, la sua strada più rappresentativa, una serie di panchine che offrono la possibilità di fermarsi e trascorre il tempo in ozio.
Tornando a Roma e più precisamente nel Parco degli Acquedotti (area interna al più noto Parco Regionale dell’Appia Antica) nei pressi di un quartiere, il Tuscolano, praticamente privo di punti d’incontro collettivo, si assiste ad un particolare uso delle panchine. Per i ragazzi ad esempio la questione si risolve tutta nell’incontro, la panchina a questo punto diventa un vero e proprio luogo di convergenza, tanto da indurre gli stessi giovani a modificarne il posizionamento iniziale, per condurle in luoghi non facilmente raggiungibili; nel più assurdo dei casi addirittura fin sopra gli Acquedotti a notevole altezza dal suolo, con tutti i rischi per monumenti e persone che trovate del genere comportano. Diverso è il discorso per gli anziani, loro hanno bisogno di veder passare le persone per nuove amicizie, di trascorrere momenti sereni, di scegliere un posto rispetto ad un altro solo per l’esigenza di non affaticarsi troppo, magari posizionandosi ai limiti del parco per poter essere contemporaneamente dentro e fuori. Anche in questo caso la panchina non ha “casa” ma deve continuamente essere spostata per rispondere a singole esigenze. Il terzo gruppo di persone è molto più variegato e numeroso, ci riferiamo a tutto quel mondo che orbita intorno al controllo dei minori, mamme, baby sitter e nonni, che preferiscono avere la panchina vicino al loro piccolo per controllarne meglio le mosse. In questo caso, il posizionamento della panchina è modificato a secondo dell’interesse dei bambini, con il risultato che il servizio di controllo e tutela dell’area non salda più le panchine al suolo, permettendo e “assecondando”questi spostamenti nei limiti del possibile.
Le panchine non sono più panchine. Sono la casa, il club, il salotto, il ripostiglio, ma sopratutto l’elemento a cui si appiglia un parte dell’opinione pubblica per fare campagna elettorale, difatti, non pochi sono gli interventi politici che condannano apertamente questa libertaria realtà: “la panchina va posizionata in quel posto” oppure “le priorità sono queste”. Tuttavia un risultato lo si è ottenuto, le nuove panchine sono degli orrendi massi di pietra disposti a grande distanza gli uni dagli altri, con una capienza massima di due persone. L’ambiguità è certamente l’elemento cardine che rende la panchina un oggetto ostile a molti, la duplice possibilità che essa offre è semplicemente incomprensibile ai più; ci si può sedere ma si può anche scivolare comodamente, e lontani da occhi indiscreti magari fare l’amore. La pluralità d’usi che la panchina permette all’interno dello spazio urbano, rompe l’individualismo della metropoli contemporanea costruendo una nuova forma di socialità. La frattura tra comunità e luogo ha portato alla mancanza di riconoscimento e alla violenza, a Bologna negli anni settanta durante la durissima contestazione giovanile, il sindaco vietò di sedersi in terra; negli anni novanta a Roma sotto la pressione della potente associazione dei commercianti, venne scoraggiata l’abitudine di sedersi nelle piazze tramite alcuni provvedimenti mirati, oppure a Palermo, dove si riuscì a impedire che turisti e ragazzi si appoggiassero ai palazzi. Sempre nel capoluogo siciliano, negli ani sessanta prese il via l’osceno piano edilizio di ristrutturazione dell’intero centro storico, uno dei peggiori in assoluto che una città occidentale abbia mai conosciuto.
I luoghi di passeggio all’interno delle città hanno ormai perso il loro status, le panchine sono diventate il luogo per eccellenza degli anziani o degli innamorati poveri. “Stare in panchina” è diventato un sinonimo di marginalità dall’azione; la panchina è il luogo in cui finiscono tutti coloro che non sono più utili al processo produttivo e devono accettare la logica dell’emarginazione. A questo proposito è sufficiente ricordare che nella Parigi degli anni settanta, era proibito sdraiarsi su di una panchina e i molti mimi che affollavano i parchi, venivano regolarmente redarguiti e minacciati dalle forze dell’ordine, come se la panchina descrivesse il limite pericoloso tra il sedersi in modo dignitoso e il lasciarsi andare “giù verso la china”. Il riposo se non è esercitato in linea con le indicazioni dominati diventa un atto osceno, un forte richiamo sessuale (non dimentichiamoci che nei parchi romani è possibile prendere il sole con costumi di dimensioni ridotte mentre è vietato sdraiarsi semplicemente su di una panchina) è bene non dimenticarlo: il corpo disteso incita all’osceno.
La nostra società preferisce definirsi “malata” piuttosto che riconoscere le contraddizioni su cui è fondata. Nel particolare, la città odierna forse il frutto più importante ed evidente di questa deriva, è ormai completo appannaggio degli adulti, di chi produce e consuma, di chi si muove con l’auto, di chi è forte; un luogo ostile e lontano a tutte le cosiddette fasce deboli che avrebbero bisogno di un ambiente comunitario rassicurante e accessibile, sicuro e conviviale.

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