UNA TERRA DI CONFINE Passeggiando fra le strade del Tuscolano dopo circa trent’ anni

di Pasquale Grella

Raccontare la periferia romana, in particolare il quartiere tuscolano, e rievocare il modo in cui si viveva tra gli anni sessanta e settanta, vuol dire raccontare il vissuto di un territorio andato irrimediabilmente perso insieme ai suoi diversi “linguaggi”, prima raggruppati senza alcuna regola, pur essendo fortemente in contrasto tra loro, poi riuniti e amalgamati dal tempo in un unico suono. Un suono capace di comunicare che richiamò l’attenzione dell’intellighentia universitaria post – razionalista, spingendola a visitare e studiare i quartieri urbani più interessanti d’Europa. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, accanto alla Cesira e a Maddalena, Giulio e Nando conobbero Pasolini, Moravia, Bertolucci, Tafuri, Secchi, Adriana Asti, Adele Cambria e Elsa Morante; Tutti insieme lungo la striscia di terra che univa la Tuscolana alla città delle baracche del Mandrione, fino a Porta Maggiore.
Tutti uniti per capire, o per cercar di capire, come si doveva e poteva cambiare il mondo leggendo i sogni di chi aveva vissuto la fatica della guerra, di chi portava con sé i ricordi della borsa nera, dei rastrellamenti, della mancanza di cibo per i propri figli, della Resistenza o dell’appartenenza con orgoglio al Fascismo.
Una striscia di strada povera ma ricca di storia che la politica volle nascondere per ragioni speculative. Una strada che dietro rovi e piccoli boschetti era capace di nascondere autentici gioielli d’arte urbana come il sanatorio del Ramazzini, pagina di resistenza che la storia scelse di non leggere. Questa zona divenne città in breve tempo, in troppo poco tempo, riunendo violentemente aree marginali e centri direzionali.
In tutto questo girare di “zingari, puttane e ladri”( definizione ancor oggi in uso per indicare il Mandrione) incominciava a nascere, fra l’aeroporto di Centocelle ed il Parco degli Acquedotti, una città nella città dove era possibile scrivere la miglior sceneggiatura del cinema italiano, dove le comparse convivevano con gli attori famosi e gli sceneggiatori con l’ambiente raffigurato, e dove si dimenticava la storia.
Una Hollywood italiana di seconda classe capace di sconvolgere le menti della borghesia bigotta, fino al punto di indurla a far bruciare chilometri di pellicola cinematografica ritenuta oscena e blasfema. La stessa borghesia che portò in tribunale moltissimi registi e autori.
In questo territorio, soltanto il gioco dei ragazzi -condiviso da tutti, senza distinzioni di classi sociali- salvò, per un periodo relativamente lungo, la presenza di una comunità fatta di realtà eterogenee, provenienti da tutt’Italia. Furono proprio quei ragazzi, socialmente e culturalmente differenti tra loro, a far cadere gli ultimi brandelli della cultura reazionaria e populista al potere in quegli anni. Nella nuova periferia, dove le scuole vengono ricavate negli scantinati di Piazza Quinto Curzio, via Lemonia, via Lepido, i ragazzi del Tuscolano si ritrovano a comunicare mescolando il dialetto d’origine con un romanesco per loro ancora poco conosciuto, ripetuto più per imitazione che per esperienza diretta. Il parco degli acquedotti, o meglio “la pineta” come la chiamano i “freak” del quartiere, è il centro di questo territorio, mentre la discarica sorta alle pendici della villa delle Vignacce è il campo da calcio per partite senza regole; infine gli ininterrotti campi di grano fra il parco e Torrespaccata, sono i pomeriggi chinati a far cicoria da rivendere nei mercati di Piazza Vittorio, Alberone o San Giovanni. Questa terra di confine diventa il luogo per incontri. Si conoscono nuovi amici e si assiste alle riprese cinematografiche a Cinecittà, appollaiati lungo il muro di cinta, o si va a vedere il primo campo da calcio regolamentare, nato dove ora si trova un centro commerciale.
Spesso, dietro piccoli compensi in denaro o semplicemente per una bevuta al bar, le amicizie servono quando bisogna asportare o distruggere le testimonianze della Roma antica che intralcia la speculazione edilizia e così in poche ore vengono così distrutti i bellissimi (così dicono chi li ha visti) mosaici di Piscine di Torrespaccata, Appio Claudio, via Lemonia, Don Bosco, viene danneggiata l’immensa rete sotterranea di Torre Spaccata, Cecafumo, Quadraro e Tor Fiscale; e spariscono le vasche per l’abbeveraggio degli animali presenti nel territorio, ad eccezione di una inglobata in un campo da golf.
In tutta questa perdita di segni di memoria emerge una città moderna così descritta da Pasolini in “La ricotta” (episodio contenuto nel film ROGOPAG) « …. ruderi antichi di cui nessuno capisce più lo stile e la storia e, di contro, assurde costruzioni moderne che ormai tutti capiscono».
Attorno a questi ruderi una letteratura dialettale, emarginata e confinata nel ridicolo, e un silenzio da parte di chi ha vissuto il passato recente di una storia fatta di violenza e sopraffazione a noi incomprensibile. Solo intorno agli anni ottanta grazie alla caparbietà di un insegnante dell’Istituto Moneta si porterà alla luce il grave atto di rappresaglia nazi – fascista del rastrellamento del Quadraro quando centinaia di persone di sesso maschile furono deportate in Germania. E’ la rivalsa di un popolo emarginato, il “nido di vespe”, che conquista con fatica un ruolo nella storia degli uomini. Innanzi al popolo del Quadraro ci si toglie il cappello, ma è un rispetto parziale e momentaneo, troppo pieno di distinguo, in special modo verso i giovani.
Perfino P.P.Pasolini che ama questo popolo “fascista e privo di coscienza di classe” nella introduzione del film Mamma Roma lo descrive così: « e in mezzo al prato dei vecchi ruderi color marrone, slabbrati su una gobba di terreno. Sullo sfondo di un acquedotto incrostato di casupole e tuguri, questi ruderi alzano le loro forme sopravvissute : mezzi archi, ricordi di volte, briciole di arcate…… la compagnia di Ettore avanza con pigrizia e ozio domenicale in questo paesaggio che Va a vedere quelli che… giocano nei campi sportivi dell’acqua santa, vicino a Caracalla o sull’Appia Antica».
Pian piano incominciano a scomparire i luoghi dell’incontro, nel giro di pochi anni scompaiono quasi tutte le trattorie, le piccole osterie, i bar con i tavolini all’aperto; le piazze si restringono trasformandosi in luoghi per il commercio ambulante, i pellegrinaggi, a metà tra il sacro e il profano, tipici della tradizione romana si riducono a poca cosa.
L’abitudine di uscire la domenica per recarsi sui prati del Tuscolano e Centocelle si trasforma in un rito individuale.
Diminuiscono le occasioni per una gita ad Ostia al mitico “Vittoria”o “Kursal”. Contro tutto ciò i ragazzi si ribellano, rioccupano prepotentemente e politicamente le piazze del quartiere. Ci si ritrova negli spazi ampi urbani di Piazza dei Consoli, dei Tribuni e la metafisica Piazza Don Bosco Le comitive giovanili qui si incontrano e si scontrano. L’ampia area diventa il dominio anche politico: a Don Bosco i ragazzi di Lotta Continua, al Quadraro FGCI, anarchici e autonomi, al Tuscolano quelli del Manifesto, etc. Sezioni non solo di partito sperimentano momenti di alta socialità, non a caso qui viene inaugurato il primo centro sociale autogestito.
La multiculturalità dell’area del Tuscolano ha qui lo spazio necessario per manifestarsi, scontrandosi con un mondo di adulti che non vuol capire, che non ha alcun interesse a capire.
Anche il parco degli Acquedotti prende una nuova forma sociale, qui il sabato e la domenica si esibiscono i prestigiatori, e negli anni settanta questo diverrà un luogo di sperimentazione, con il primo e timido teatro di strada che accoglie. Ci si incontra per ballare, si organizzano feste portando da casa il mangiadischi, si provano i balli americani. Nello scimmiottamento della danza si contrasta il perbenismo cattolico, le donne acquistano un ruolo predominante.
Solo il movimento delle donne negli anni settanta le renderà ufficialmente protagoniste della storia portandole in piazza a denunciare la pratica degli aborti clandestini, la violenza domestica, la sudditanza economica, etc.
Nel frattempo si continua a giocare con le figurine, a battimuro, utilizzando come moneta le perle di plastica a forma di s che i ragazzi usano per agghindarsi come gli attuali rappers newyorckesi; si gioca a carte utilizzando i giornalini per ragazzi come moneta.
L’approccio con il mondo esterno è tutt’altro che ambientalista, atroci sono le sofferenze inflitte agli animali, il patrimonio pubblico è devastato continuamente.
Ma il territorio, questo territorio, è terra di conquista, di arroganza, violenza fisica e carnale. Quando accadrà il dramma di Jack Lametta negli anni ottanta si punterà l’indice subito contro gli emarginati e gli abitanti del Quadraro per il degrado che in esso regna.
E’ altresì vero che in alcuni quartieri a certe bande giovanili non sta di certo a cuore la vivibilità del territorio, anzi più si è al limite dell’ingovernabilità, più si è orgogliosi del guasto sociale arrecato. In questo contesto sembra quasi un merito definirsi di questa o quella zona. La crisi d’identità è anche la crisi culturale che avanza, rimane la diffidenza per la carta stampata, si vive la differenza e l’identità dei gruppi sociali; questo popolo non si riconosce nell’articolo giornalistico che parla di lui. Anche il nuovo mondo politico stenta a farsi capire, la sua presenza è accettata con fastidio, nessuno vuole esser visto come una persona diversa dagli altri. Quando però negli anni settanta i fascisti tenteranno di pubblicizzare la loro presenza nel quartiere, questa verrà subito respinta con determinazione dagli abitanti delle periferia che però rientreranno in casa in silenzio.
A giudizio personale, è in una scena del film di Renato Castellani, Nella città l’Inferno, che si ritrova la sintesi della filosofia del popolo di periferia: L’ attrice Anna Magnani, dopo aver richiamato l’attenzione dei giornalisti, impedisce ad alcuni fotografi di fotografare una detenuta spiegando che la ragazza avrebbe cambiato vita, che non sarebbe più tornata in quei luoghi; la ragazza per ringraziare chi l’ha difesa si avvicina alla donna per darle un bacio ma lei le rissponde irritata “a scema” tirandole i capelli.
Cosa sognavano i giovani del Tuscolano – e cosa sognano ancora alcuni di loro, non possiamo saperlo ma è indubbio che se il loro mondo, che è stato anche il mio, è nel ricostruirsi una baracchetta, dove avviare le prime pratiche sessuali, o dove dividersi il bottino ricavato dai piccoli furti, la loro- e la mia- emarginazione è stato ed è tuttora un atto sacrificale.

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