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GUTTUSO, ALGERIA

Olio cera e carboncino su carta intelaiata, 1960

Autore: Giammaria Maffi
Media: Collezione Privata


"Descrivi senza fare il furbo". Il monito di Puskin era una delle frasi che campeggivano nello studio del grande artista siciliano Renato Guttuso, scelta per sintetizzare la poetica e l'etica dal suo essere pittore realista. Tra le opere che egli realizza ispirandosi all'episodio storico della guerra d'Algeria, ci soffermiamo su un quadro dalle dimensioni 50 x 70 cm che semplifica l'evento attraverso la forza di due corpi stesi al suolo ormai inerti, annullando del tutto lo spazio del campo di battaglia. L'opera datata 1960 si inquadra nell'ambito della produzione artistica di impegno civile che nei quadri "La battaglia di Ponte Ammiraglio" del 1952 e "La discussione" del 1959 trova i suoi riferimenti più significativi. Il suo carisma d'artista e la forza espressiva dei suoi lavori si pongono in una linea di continuità e di sintesi emblematica con la grande lezione di Ricasso che, dapprima con Guernica del 1937 e poi con Massacro in Corea del 1951, aveva rinnovato in maniera radicale la modalità espressiva e compositiva della rappresentazione di ispirazione storica. Analogamente all'artista spagnolo, Guttuso staglia su uno sfondo neutro i corpi dei due protagonisti, distesi secondo due direttrici e che, nella specificità delle loro masse e dei loro lineamenti, si fanno assoluti e paradigmatici, emergendo con la semplice forza espressiva di pochi segni che la gestualità ferma dell'artista realizza per rappresentare la fine di un assurdo scontro.
Gli occhi di entrambi spenti, le mani ormai distese a terra, il solo accenno al suolo e ad un fondo nero che aiuta la composizione ad emergere, ma al contempo evoca terribilmente l'ombra della morte e della fine di tutto, della vita, del progresso sociale e della dimensione civile dell'esistenza. Nell'ambito della sua produzione artistica, "Algeria" 1960 si pone come espressione coerente del modo di essere artista per Guttuso. In una modalità che esclude quasi sempre la fase del bozzetto, si percepisce l'urgenza quasi didattica da parte dell'autore di compiere una operazione chiara ed evidente, capace di esprimere in pochi tratti qualcosa di diverso, di potente. Ecco allora che il suo punto di vista attraverso il quadro diventa epilogo della follia, dell'assurdità della guerra e del colonialismo in genere.
Il pubblico riconosce in questa elaborazione personale e quasi ex tempore, un riferimento più ampio a quello più propriamente storicistico di rappresentazione, bensì una parabola sul senso della vita e della morte.
Il realismo di Guttuso si carica così di metafora e monito per la sua generazione, fortemente segnata dagli orrori del conflitto mondiale, ma evidentemente non ancora paga di impugnare le armi per il controllo e il dominio dell'uomo sull'uomo. Il pittore si mette allora a dipingere con lo spirito più semplice. La forza calligrafica dei contorni neri individuano il campo espressivo per le tonalità di colore che attraverso successive velature individuano volumi e forme. Ad accendere il quadro sono gli inequivocabili segni rossi sui corpi e sui volti che sporcano la composizione riportando bruscamente il disegno al fatto di cronaca, alla sostanza della vicenda a cui si assiste. Dal punto di vista più propriamente tecnico, il passaggio tra ciò che Guttuso vede o gli è dato dall'esperienza e quello che riproduce sembra in genere una operazione semplice nel suo concretizzarsi in raffigurazione. Anche in questo caso la composizione nel suo disporsi sulla tela non è frutto di una modalità lungamente intellettualizzata, quasi che il quadro si costruisca da sé, un colore richiami un altro colore, fino ad arrivare a quel grado di verosimiglianza da lui ricercato, che sia per il fruitore accettabile, cioè riconoscibile.


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