Il territorio riveste per l'archeologo un interesse particolare; spesso la sua visione di "terra", come luogo di raccolta d'informazioni culturali, si scontra con l'immagine materialista di alcuni che imperturbabili guardano il terreno, il territorio, lo spazio, in termini esclusivamente economici: come luogo per le attività agricole, rifornimento di acque, per l'acquisizione di risorse naturali e più spesso come zona di edificazione indiscriminata.
Il primo "sguardo" che l'archeologo dà alla terra è superficiale. nello scavalcare le dolci ondulazioni dei terreni solcati da fossati e marane, nell'attraversare i vasti tavolati tufacei così caratteristici della campagna romana, l'archeologo riesce fisicamente a misurare lo spazio e a riconoscere la ricchezza di indicatori archeologici e naturalistici; ed è proprio la concentrazione di materiali ceramici disposta "sopra" la superficie del terreno un segnacolo della presenza di strutture antiche "sotto" terra.
Alla fine degli anni sessanta un'urbanizzazione pressoché indiscriminata e disuniforme ha sconvolto rapidamente il suburbio di Roma ed ha reso impossibile guardare al paesaggio come ad un organismo unitario. Per millenni questo territorio, grazie alla presenza del nodo fluviale Tevere-Aniene e del "complesso dei colli Albani", ha permesso la frequentazione umana ed il suo sviluppo in forme organizzate. Ma è pur vero che non esiste un paesaggio immutato nel tempo, che è impossibile che i lenti processi erosivi e i riempimenti colluviali naturali o i dinamici svolgimenti storici non trasformino irrimediabilmente il quadro naturale.
Nel corso di questi anni l'aumento d'indagini, e quindi di "agenti" operativi nel vasto territorio sud-orientale di Roma, compreso tra la Via Ardeatina e la Via Latina, ha mostrato come l'area sia stata frequentata intensamente a partire dal III millennio a. C.
L'antica via di percorrenza, quella che è divenuta in tempi storici la Via Latina, probabilmente veniva usata come camminamento di transumanza, in quanto percorreva il versante dei Lepini, Musoni ed Aurunci, fino a raggiungere con il passo dell'Algido la lunga e fertile valle Latina (Sacco-Liri).
Molto più sistematiche sono le evidenze sull'area nel corso del XI-X sec. a.C.; un insediamento e distinta area sepolcrale dell'ultima fase del bronzo-inizi ferro sono stati riconosciuti su Via Lucrezia Romana. Ed è in questo periodo che diventa più visibile un'organizzazione territoriale con la ricerca specifica di aree da destinare agli abitati e alle sepolture.
Ma questo sarà un processo lungo e articolato secondo modi non sempre lineari che si realizzerà solo in età storica, quando sarà la città-stato gentilizia di Roma ad esercitare, intorno al VI sec. a.C., forme di controllo territoriale.
Con le riforme attuate in epoca serviana, con la distribuzione di appezzamenti privati di terreno anche a cittadini non facenti parte dei gruppi elitari dapprima nell'area urbana ed in seguito anche nel suburbio, si affermano e si integrano alla piccola proprietà contadina - che sopravvive grazie a questa distribuzione della terra - figure sociali alternative dapprima marginali come gli stranieri o gruppi di artigiani. In base alla residenza Roma diviene "ordinata" e non solo metaforicamente.
Lungo Via del Quadraro cade attualmente il confine tra il IX e X municipio di Roma, coincidendo con una località riconosciuta nell'antichità come teatro di episodi particolari, come quello del vittorioso patrizio romano Coriolano accusato di tradimento si mosse contro la sua città accampandosi sul confine dello stato di Roma e di Albalonga. Per evitare una guerra le donne su quel luogo vollero innalzare un santuario dedicato alla dea Fortuna Muliebre, nel quale era possibile che venisse celebrata una solenne lustratio -una sorta di processione purificatrice- dei confini.
Anche al V miglio della Via Campana sorgeva un antico santuario: quello della Dea Dia, in un luogo (l'odierna stazione della Magliana) che riuniva una confraternita religiosa, i fratres arvales.
Questa "famiglia spirituale" invocava, attraverso un rituale complesso, i "Lari" per la protezione dei confini territoriali (di Roma). In qualità di "lares viales", ovvero dove le strade s'incontrano, gli arvali invocavano questi genii, come protettori dei pagi.
Proprio in connessione dei "crocicchi" si disponevano i villaggi rurali, costituiti da fattorie e case di campagna. Questi villaggi erano di modeste dimensioni (circa 1 ettaro), ma presentavano, già in età alto-medio repubblicana, dei veri e propri fenomeni d'aggregazione, i vici.
Con questa cerimonia di purificazione è vero che si cercava di allontanare i "fantasmi dei demoni maligni" che circolavano nei vici e suscitare la protezione di demoni benigni; ma attraverso un reticolo di aspetti economici (i momenti di mercato), politici e sacrali veniva anche espresso un ancoraggio territoriale.
Proprio per rispettare la memoria di un territorio o di un locus impregnato di sacralità si ripete un rituale: perché l'irruzione del sacro va tenuta sotto controllo, va trasformata e addomesticata e inserita in un contesto culturalmente accettabile.
Se il pagus Lemonius (o altri villaggi rurali distribuiti nella campagna romana), ricordato da Festo e ancora vitale in età storica, si fosse trasformato o assimilato ad un'unità amministrativa in funzione delle esigenze della città di Roma non è molto importante. Sebbene la comunità civica romana rafforzava la sua identità attraverso istituti già formalizzati (codificati nelle XII tavole), tendenze più dinamiche periferiche costituirono il necessario complemento di un sistema di potere centrale, unitario ma intenzionato a non escludere la possibilità d'arricchimenti culturali e proposte politiche.
Se fino al III e IV miglio è visibile, soprattutto nell'area del Parco delle tombe latine, un'ininterrotta sequenza in cui edifici funerari monumentali e complessi abitativi ".si susseguono senza soluzione di continuità e nette cesure tra il mondo dei vivi e quello dei morti.", dal V-VI miglio, arrivando fino alle falde dei colli Albani, si riscontra a livello archeologico un grande sviluppo agricolo di questo territorio, solcato dai percorsi irradiatisi da Roma ed ormai storicizzati, come la Via Latina, Labicana, Appia e Prenestina. In questo caso le testimonianze archeologiche sono costituite dalle numerose villae rusticae, collegate tra loro da un reticolo di diverticoli, che tra il II e I a.C. (grazie anche alle fonti d'approvvigionamento idrico garantite dagli acquedotti romani) si svolgono con una successione d'ambienti su vasti appezzamenti. Un esempio per tutti, la villa dei Settebassi tra il V e VI miglio della Via Latina, una struttura costituita da tre corpi di fabbrica organizzati intorno ad un ippodromo-giardino, più un quarto corpo distaccato. Completa il quadro d'insieme una grande cisterna, posta alla fine di un piccolo acquedotto, che si allacciava all' Anio novus.
Questo fenomeno d'insediamento rustico sarà più evidente in età imperiale e tardo antica, quando la separazione tra il mondo della campagna e quello della città sarà molto forte, probabilmente dovuto all'innalzamento a scopo difensivo delle mura Aureliane.
I grandi cambiamenti che si succedono con la crisi dell'impero romano d'Occidente investono le componenti essenziali della società. In seguito anche le invasioni germaniche ridefiniscono lo stesso paesaggio.
L'abbandono delle terre meno produttive, che si trasformano in macchie e terreni incolti, perdendo così il loro connotato tipico "dell'ordine romano" centuriato, e la riscoperta economica degli spazi aperti - pascoli e aree marginali come paludi e foreste - che cominciano ad esser presi in considerazione (anche a livello letterario e agrimensorio), sono probabilmente il segno che le "gentes externae" portano nell'economia romana. Non solo: i territori diversi e la loro rilevanza economica sono fatti oggetto di regolamentazioni da parte dei "regimi" barbarici. Figure sociali itineranti come pastori, briganti e in seguito monaci erranti appaiono con la loro aurea di "irregolari" nel periodo tardoantico e successivamente nell'alto medioevo. Anche se l'archeologo racconta millenni di vita in uno spazio brevissimo si è accorto che "segnare" la terra è stata sempre una necessità impellente dell'uomo. Se si tenta, come si è cercato di fare sin dall'inizio, di intendere la "sacralità" come un effetto e tradurla "con l'idea di intoccabilità o inviolabilità - di presupposti, di principi, valori, ma anche di luoghi, [i paesaggi naturali], oggetti e persone -" si è disposti a identificare questi segni come dei luoghi fisici. Così la fisicità di questi "luoghi" si determina per il fatto di promuovere delle attività umane: se esisteva una concentrazione di comportamenti religiosi e laici nel passato nei vari centri del territorio suburbano, è perché esisteva la volontà da parte di un gruppo umano di contrastare con la propria opera di misurazione la fluidità del tempo e l'omogeneità dello spazio.Questa sintesi spazio-temporale, concepita in modi e in tempi diversi, ritorna in ogni tipo di centro, in virtù della capacità d'ogni forma di organizzazione sociale e culturale di operare sul territorio circostante. Ed è proprio questa funzione di "ancoraggio territoriale" che è stata così rilevante in passato, tanto da rivestirla di sacralità, che si deve far propria nell'immediato futuro.