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AUGUST SANDER

AL METROPOLITAN MUSEUM OF ART DI NEW YORK

Autore: William James Travis
Media: William James Travis


Che cosa vediamo quando guardiamo un ritratto? La fisionomia dell'individuo? L'intuizione del carattere? Un'emozione momentanea? Un inconsapevole autoritratto dell'artista? Forse tutte queste cose e anche di più, ma per August Sander (1876-1964), maestro nell'arte della fotografia che fiorì nella prosperosa Germania di Weimar, nessuna di queste ragioni ha avuto importanza, quanta ne ha avuta la capacità di registrare la società.
E, a cominciare dal 1910, egli ha portato avanti questo compito con un'energia e una enciclopedica capacità mentale, da rimanere senza rivali fino ai giorni nostri.?Chiamò il progetto Menchen des zwanzigsten Jahrhunderts e nel 1929 pubblicò la sua prima collezione in un libro intitolato Antlitz der Zeit, (Volti dei nostri giorni).
Molte di queste notevoli opere sono state in mostra al Metropolitan Museum of Art, dal 25 maggio al 24 settembre 2004. La maggior parte delle immagini prodotte da Sander nel 1920, mentre la Germania era al collasso, hanno una particolare intensità.

La presenza di ebrei, zingari, rivoluzionari, oppressi, gli procurano guai con i nazisti che, una volta giunti al potere, gli distrussero le lastre originali e bandirono isuoi libri (1936)). Successivamente uccisero molti dei soggetti di Sander. Anche in assenza di sinistre e disastrose immagini, le fotografie sprigionano una grande forza e una grande bellezza. Sander stesso definiva il suo lavoro come intersezione tra l'universale e il particolare: l'interesse per l'individuo principalmente come membro di un gruppo più grande e non come singolo. Questo suo credo lo ha portato a dividere il suo progetto in sette sezioni (contadini, esperti commercianti, donne, classi sociali e professioni, artisti, città e "ultima gente" quali ciechi e paralitici).
Incontriamo pastori, insegnanti,pugili, che non hanno nomi propri (no Herr Schmidt o Fraulein Muller) perchè per Sander i nomi allontanano l'attenzione dal vero interesse che è l'argomento che relaziona l'individuo alla società come parte del tutto. Sander ebbe successo anche negli scritti di sociologia, come osservò Alfred Doblin nel 1929 nella sua introduzione ad "Antlitz der Zeit", non attraverso la scrittura, ma attraverso la produzione di fotografie ,di fotografie di facce e non di semplici costumi.
Oggi è improbabile che un uomo solo o una donna ( fotografo o altro ), possa tentare qualcosa di così universale. Il concetto di assoluto diventa sospetto e il presupposto non mette in discussione il lavoro di Sander. E'un sistema che riduce tutto a un ruolo sociale, come definito per caso, specialmente quando questi ruoli eludono la caratterizzazione visiva. Senza le loro etichette di identificazione, quanti di noi sarebbero in grado di distinguere un fabbro da un compositore o un Bohemien da un critico teatrale?
O ancora, l'idea che un uomo incarni un pasticciere può diventare una lettura statica della società? Uno chef sogna soltanto i suoi bignèes di crema? Il sistema può essere enciclopedico ma ugualmente riduce i suoi soggetti ad ombre più grandi di loro.
Le foto stesse sono eseguite in modo straordinario. Stampe in gelatina d'argento di formato medio, ritraggono i loro soggetti con grande semplicità: alzati, seduti, visti di fronte o di tre quarti e di solito con lo sguardo rivolto direttamente alla macchina fotografica in un contesto neutro.  

 

I tedeschi di Sander fissano l'eternità accigliati, minacciosi, poveri, sopportando silenziosamente il dolore, facendo percepire una grande dignità interiore e quasi mai sorridendo. Quando lo fanno il loro sorriso sembra forzato, artificiale, come quello della ragazza della Grammar-school (n° 39 nel suo libro ), il cui volto giovanile ci trasmette col sorriso, la vulnerabilità e ci commuove.
Il taglio del suo cappotto, i guanti di pelle, l'elegante filo di perle, sottolineano la sua posizione sociale, ma le sue gambe, rivolte maldestramente verso l'interno, e il sorriso infelice, suggeriscono la fragilità della sua condizione. Un eloquente, ma incompreso linguaggio del corpo, si estende all'intera serie di fotografie. Raramente troviamo una curva ondeggiante, o le membra che si tendono in una manifestazione di esuberanza, perchè lo spazio e la gente che lo abita, è stretto, intenso, claustrofobico.
Il suo rifiuto di ritrarre qualsiasi cosa tranne la gente, è profondamente umano, ma anche nell'anti-umanità, nell'asciuttezza della gente, della loro individualità, il lavoro di Sander è una delle più grandi realizzazioni fotografiche del XX secolo. Sander sperava di poter nascondere le emozioni dei suoi soggetti, ma nelle pose scomode, nelle espressioni sperimentali, e nell'obiettivo della macchina fotografica, l'emozione vitale riesce a venire fuori. La maggior parte della sua collezione è concentrata sull'interiorità dei suoi personaggi e questo credo che sia il motivo per cui le sue immagini continuano a commuoverci ancora oggi.


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