In occasione della mostra Strazza. Opere 1960-2006 che il Museo Civico Umberto Mastroianni di Marino ha ospitato dal 21 ottobre al 7 dicembre in collaborazione con Massenzio Arte e con il patrocinio del Comune di Marino e della Provincia di Roma, Manuela Fine ha incontrato il pittore e incisore Guido Strazza per i lettori di Sguardi.info.
L'interno dell'ex chiesa Santa Lucia, costruita intorno al 1102 e sconsacrata nel 1669, oggi Museo Civico Mastroianni, rappresenta una cornice perfetta, con l'essenzialità della sua struttura che conserva ancora alcuni tratti del gotico negli arconi a sesto acuto, per accogliere ed esaltare le opere astratte di Guido Strazza.
Circondato dai suoi quadri, realizzati durante la lunga carriera artistica, il maestro inizia a raccontare se stesso e la sua arte partendo proprio dalle motivazioni che l'hanno spinto a dedicarsi alla pittura.
La mia passione per l'arte nasce come una necessità e non come una vera ambizione. In effetti, sin da bambino amavo la pittura e dipingevo, ma non ho fatto degli studi artistici, non ho frequentato l'accademia; io ho studiato ingegneria e la mia carriera era piuttosto promettente.
Un bel momento, però, questa passione è diventata un'esigenza, allora ho tagliato i ponti e ho scelto la pittura e l'incisione.
Non c'è stato un avvenimento preciso che mi ha portato a questa decisione, si è trattato piuttosto di una saturazione naturale; ho capito semplicemente che non potevo più tenere i piedi in due staffe e ho abbandonato la professione di ingegnere.
Da allora tutta la mia attività artistica è stata una ricerca, un'indagine e una sperimentazione sul segno.
Perché il segno?
Perché il segno costituisce il moto primo dell'arte; è il mattone di qualsiasi costruzione e, attraverso l'incisione, ho potuto osservarlo nel suo farsi, vale a dire, mentre si trasforma da progetto a realizzazione.
In effetti, il legame esistente tra questa attività e quella di pittore è profondissimo e la mia pittura, come l'incisione, raccoglie segni, presenze sulla tela che nel corso del tempo hanno preso forme e significati diversi.
Durante la mia carriera artistica ho lavorato molto sulla sperimetazione e ho capito che la vera innovazione del linguaggio artistico avviene sempre all'interno della tradizione; è uno sviluppo di ciò che c'è stato prima; neanche le Avanguardie Storiche furono del tutto originali.
Quindi sperimentare significa avere il coraggio di rinnovarsi restando in parte legati ai movimenti artistici già esistenti.
Se consideriamo l'arte antica, vediamo che esistono due modi di approcciarla: si può seguire il metodo accademico, che rappresenta la semplice imitazione delle opere, oppure il metodo analitico, attraverso il quale si tenta di capire le motivazioni che hanno spinto l'artista ad attuare determinate scelte.
Adottando questa seconda prospettiva è possibili isolare e sviluppare delle caratteristiche che contribuisco a rivoluzionare i canoni vigenti creando così delle innovazioni artistiche significative.
Un esempio tra tanti è Mark Rothko che, nell'ambito della pittura astratta, giunge ad una comunione perfetta di geometria e colore, intendendo la prima come qualcosa di linearmente definito e il secondo come uno stato energetico della vita, e tutto questo grazie ai contorni cromatici incerti dei suoi vasti spazi tonali che rimandano ad un aspetto essenziale dell'arte: la comunione tra ordine e non ordine.
La ricerca sul segno ha condotto anche me verso questo aspetto dell'arte, e nel rapporto tra il segno e lo spazio in cui esso si colloca ho potuto ritrovare quella unione di rigore e intuizione.
Gli intenti dell'arte, però, cambiano con il tempo, il clima culturale al quale io appartengo è diverso da quello della società odierna e se dovessi indicare un soggetto predominante nell'arte delle generazioni più giovani, penserei alla contemporaneità stessa; intendo dire che, mentre in passato l'artista ricercava la possibilità di creare un'opera immortale, adesso sembra prevalere la tendenza opposta.
Il mondo dell'arte produce oggetti che devono essere venduti e che, pertanto, seguono le stesse leggi di mercato di qualsiasi prodotto commerciale.
Questa rivoluzione del concetto stesso di arte avviene con l'avvento della Pop Art, quando Andy Warhol, realizzando opere che rappresentano personaggi popolari e oggetti della quotidianità riproducibili in serie, annulla la distinzione tra bello e brutto e trasforma le opere d'arte in oggetti da vendere.
Io non sono affine a questo approccio all'arte ma, di fatto, esso costituisce filosoficamente un altro punto di vista, un'altra possibilità espressiva che, come tutte le altre presenti nell'immenso panorama artistico, può dar vita a qualcosa di straordinario e sorprendente.