Evento particolare nel suo genere, la mostra curata da Mario Bevilacqua e Mario Gori Sassoli ed allestita negli spazi del Museo del Corso di Roma offre uno squarcio di quanto ammirato, studiato e riprodotto dal famoso vedutista veneto Giovanni Battista Piranesi (1720-1778), il quale, da profondo studioso dell'archeologia romana, ha condensato in scritti e vedute il suo spassionato amore per l'arte antica e per la città che l'aveva ospitato. Anticipatore del metodo scientifico dell'archeologia moderna, il Piranesi offre al fruitore delle sue incisioni uno sguardo entusiasta e ammirato della Capitale, esaltandone la storia millenaria e quel fascino di sempre che l'ha resa agli occhi del mondo la Città Eterna ed ancora oggi continua ad influenzare l'immaginario collettivo di quanti la visitano.
Promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Roma, la mostra dedicata a Piranesi propone opere inedite provenienti dalla serie di prime incisioni appartenute alla famiglia dei Duchi di Wellington, e testimonia quella curiosità e interesse che da sempre l'immagine della città ha riscosso in tutta Europa.
Stiamo parlando della Roma del Settecento, quando si andava diffondendo la moda del Grand Tour, di cui essa era appunto una meta insostituibile, per la sua bellezza storica e la sua vivacità culturale, tutta radunata intorno alla corte papalina.
Indirettamente quindi questa mostra diventa l'occasione per esaltare la gloria di Roma e porre l'accento sulla vocazione eminentemente culturale che essa ha da sempre assunto in Italia e nei confronti dell'Europa, come apportatrice di valori classici nell'arte ed insieme modernità di vita.
Questa passione di scopritore dei fasti antichi spinse il Piranesi da un lato a realizzare riproduzioni reali e ricostruzioni virtuali di quanto visto e studiato (raccolte dapprima nell'opera "Vedute di Roma" del 1748 e successivamente nei 4 preziosi volumi del 1756 che vanno sotto il titolo di "Antichità romane"); dall'altro a condurre indagini archeologiche attente e scrupolose che gli permisero di elaborare veri e propri compendi d'archeologia moderna, quale l'opera del 1761 "Della magnificenza ed architettura de' Romani".
Parallelamente all'esposizione delle incisioni ad acquaforte, l'allestimento curato da Jean Paul Troili si preoccupa di evocare le qualità da architetto del Piranesi, citando le opere da lui stesso eseguite per la città di Roma: la piazza dei Cavalieri di Malta all'Aventino, la chiesa di Santa Maria del Priorato e il disegno d'interni per il Caffè degli Inglesi di piazza di Spagna, esperienze uniche di quel classicismo pieno di estro e voluttà dell'architetto di Mogliano Veneto che al tempo stesso poteva confrontarsi con le vestigia d'età imperiale della città e con quelle più recenti del grande barocco romano. E' dal loro connubio che nacque uno stile singolare e raffinato, di grande pulizia formale, ma anche ricco di particolari e di "licenze stilistiche".
Oltre alle incisioni ed ai disegni esposti, è possibile inoltre soffermarsi sugli appunti, schizzi e progetti riportati nel cosiddetto "Taccuino di Modena", per la prima volta dato in prestito ed esposto al pubblico, che bene illustra il fervente lavoro di cattura con l'occhio e con l'immaginazione dei caratteri peculiari delle architetture di questa città.
Infine a corollario di tutto ciò, è stata allestita una sezione che, attraverso la modellazione tridimensionale, consente di illustrare e ricostruire le sue idee progettuali rimaste solamente su carta, ma non per questo meno interessanti ed affascinanti, ed ora riproposte per riassaporare il gusto e la raffinatezza di un sapiente creatore e illustratore di spazialità antiche e nuove.