INVITO
Si poteva anche dire "allegoria".
E se ne parlò. Come di quei trittici fin de siècle, tra liberty e segantinismo. Perché, intanto, c'era prepotente la natura vegetale, e un celestiale che abbaglia ("fragili caviglie e foglie rosse oro e viola").
Le figure ne erano smaltate. E il giardino così concluso nella sua idraulica discreta e brillante, come tasti di pianoforte.
C'erano poi anche stoffe svuotate, dove è trascorsa un'angoscia rumorosa. Trascorsa, però, che ancora qualche traccia è sul pavimento a losanghe ("una perla sul mio sangue profumato di latrine"). C'erano anche birilli in avorio e del panno verde, come sarebbe piaciuto, in una allegoria, all'ultimo Bellini.
Si poteva dunque dire "allegoria". E se ne parlò.
Eravamo tra amici. E quella casa di Lillo, a Sutri, così tiepida di suoni in aprile!
Ma ci sedusse presto la forma sonata e si parlò poi di quartetto.
Oh! avevamo in testa certe musiche da giardino di Poulenc, certamente. Perché poi si pensò che c'era anche l'ebano del clarinetto e un certo argenteo del clavincembalo, ripassato su Casella ("Lacrime di ragazzospandono su cosce di mimosa").
Non avevamo timore di apparire sfrontati.
Furono i segni a giocarci, a chiuderci dentro il loro valicabile cancello. Fu proprio l'idea di un valico a farci pensare alla musica ("la giovinezza che fiorisce alle tue dure natiche").
Perché nell'allegoria tutto è sontuosamente deposto, allogato come il cammeo nella sua pasta ovale di luce.
No. Qui c'erano travasi; anche inseguimenti. Ponti enarmonici, agguati, pieghe. Inganni. Rigagnoli. Prigionie e perle.
Baci che si spogliano di suoni: resta solo l'orma pigiata di un significante d'aggancio. Oh, solida, certo!
C'erano i solchi e il fitto della rosa ("vo cercando tra i maschi mollemente").
Allora fu come avessimo avvertito, per la prima volta, lo stormire dentro questi versi.
Il ragazzo che (lo) ama si scuote, crepita come una scorza di pino. Lillo ne risuona, si fa conchiglia in eco alla sua carne.
Morde anche, il ragazzo ("D'un maschio il vigoroso abbraccio"). Lascia striature sulla pelle. Lillo che torna, ne reca una damascata passamaneria. Alabastri e dalie. Della notte e del giorno pollini che fanno il cammino scosceso e aderente ("durezza dello sguardo d'uno sconosciuto tra le foglie"; "la gentilezza dell'incontro penetrò il mio male"). Pensammo allora che potesse trattarsi di musica perché restavano dei nodi, come note sovrapposte; malli che contengono la possibilità infinita di una frase.
E qui, emistichi taciturni, penduli; trasposizioni, nel segno, di altezze e timbri rosicchiati alla pelle ("Sulla coscia senza volto pose mani timide").
E la musica, nella sua netta partizione di attacchi e finali, un po' austera, forniva i contorni di una storia (" I fanciulli erano i miei eroi").
1 "tempi" ne sono indicati, nel loro dispiegarsi, ad apertura di ogni siparietto. Quattro tempi senza chiaroscuro, in luce gessata, come sinopie.
E' una scrittura rossa, da rubrica appunto, che segnala senza costringere (e senza confortare).
Contorna l'accadere. Anche, un poco, ci sembrò, l'accudisce. Lo deterge (senza sfrangiarlo) nel libero gioco di sinapsi morbide che i temi li connettono, li increspano pure ("nella poca gioia dei venti").
Ci sono momenti in cui brilla un disdegno; un'offesa si erige; una quiete trova un palmo dove tenersi, dove l'epidermide del verso si fa granulosa, supina senza inacidire ("compiaciuto del femmineo in me presente prerogativa alla mia diversità di maschio").
Pensavamo alla musica. Dunque alla fuga: Soggetto, controsoggetto... E quest'ultimo, non sarà per essere del desiderio l'Oggetto?
Tema dunque in S.O. (crasi per Sodoma? Che Sodoma sia. Città solidissima e fiorente, del resto, come tutte le città descritte da Erodoto). Tema pure lacaniano, di un territorio e un rifrangersi. Di un dominio e una spora ("Vespasiani accesi incatenano il respiro"; "nella pieghe del cotone dell'indecenza i semi").
Per l'amante e l'amato, oh quanti giardini, quanto accaldarsi e defluire! Si, c'erano soglie di marmi policromi e invasi abbacinati, pulpiti e intercapedini dai suoni segreti.
Dall'alto, non un fresco cimitero marino. No, qui Valèry offre solo orlature, prismi al Narciso. Lillo intende l'infinito come coalescenza di suono nell'acqua, curvo, combaciato.Non sa di tetti tranquilli da infrangere, non sa bene di antère, dello stame maschile dico, là dove urge polline. E di stadi, certo, là Montherlant pone la bellezza e la prova.
Il dolore è già in lui mosaico. Non grida neanche più. Cerca lumeggiature ("la tua bellezza è sovrana respinge il dramma"; "l'oggettività della perfetta unione"). Valeva la pena ancora compendiare? Precisare che il tema è l'amore dei fanciulli, quel "liquido disordine" (Introduzione) così audacemente e limpidamente oggettivo, l'amore del maschio che i fanciulli dischiudono in ansie solo perché è un intimo goduto sigillo?
Che questo amore prevede il ratto reciproco, un trafugamento nella notte (I Tempo), una vertigine che è gioco? Che il turgore, rivelato, sorprende (Il Tempo) e come un fondo marino approssima le rive, sollecita vigilanza e predilizione?
Che c'è poi una sovranità, una saggezza degli amanti (III Tempo) che sanno contenersi in trasparenza e opacità, e che l'erotica è un trascolorare in diafania?
E che la notte, (IV Tempo) è una conversa insonne che preserva, nel nitore e nel calcolo, come un astronomo, il corso regolato dei corpi come dei cieli?
Sandro Bartolucci
Come un soffio 1989
Come un soffio il vento sulla vita
Del suo amaro
Anche quello fa amare.
Il volo lascia
La sua traccia nel pensiero
Come musica soffocata dalla noia
Si trasforma in desiderio
Il fiore colto nei miei sogni
S'apre oggi all'aurora della trascurata esistenza
La vertigine mi avvertirà
De mio ritorno al gioco.
Va cercando tra maschi
Mollemente un rigagnolo di vita
Natiche strette nel lino sgualcito
Col tempo che non ha tempo
E lo sgomento d'essersi perduto.
Sul pavimento l'orma del vento
Che ha condotto sogni
All'arido silenzio
Nascosi il volto nelle pieghe dell'oblio
Sedotto dai tuoi occhi di viola autunnale
Compiaciuto del femmineo in me presente
Prerogativa alla mia diversità di maschio.
Sei cresciuto in me
Nutrito del mio sogno
Identità del mio destino
In te annego la passione
Spinge il desiderio
Un amore incontestabile
L'oggettività della perfetta unione.
Rispetto del tempo 1983
Manichini bianchi
Di paglia strappata
Deluse speranza nella luce del tramonto
Silenziosa accusa
Immobili ma vivi
Narcisi degli eden mentali
Scontate emozioni
Silenziosi lamenti di angosce invecchiate
Notte silente
Uragano di pensieri
Blaterar di vecchie signore.
Qui dove ogni pietra è ieri
Dove ogni foglia muore
E poi rinasce ogni stagione
Qui dove tutto tace come allora
Vivo il mio tempo
A costruir la storia
Si posano
Sul corpo d'un fanciullo
Che riposa
Perle di rugiada d'una aurora vanitosa.
Tre fanciulli ho portato
Col sentiero ad un prato
Coi lampioni e le stelle
Coi sogni e le perle
In quell'ora in cui l'anno finiva
Fra coriandoli e gioie e infante giungeva
Fasciato di sete
Bagnato di doglie
L'anno novello di santi e di troie.
Chambres
Viola raggio d'acqua fusa
verginale d'oro in nulla
terge affusolata oscurità che culla
beltà in miele e mela in sera rossa
veranda di gerani che impreziosisce e sbocca
l'enfio cielo elastico e annoiato
vissuto in versi che ho tardato
Taglia il meriggio in ansia lieve
il profilo cremisi che goccia
imbriglia indistinto
in note incurvate
il gemito il canto e il rimpianto
insaziato.
Di cancello in cancello
indurisce il musicale
un'eco afona goccia accenti
che in me poggiano ombre
lo smarrimento e la voglia
di un tramonto terso
Inaspettata primavera di benessere
soffice in petali
fiaba caotica vissuta in vicoli e piazze
dentro il dolore e le cose
sorprendente e altera aperta in semi chimera
vespro anche della sera
Stringo una lacrima
nel lurido silenzio
ove entrato sono
fino al mistero
colorato e solo
come uccello in volo
mai confuso
Un turbinio di gigolo
come conchiglie sulla sabbia
attraggono splendenti e rari