Introduzione
"l'essere questo soltanto:fra gli uomini un uomo." (1)
Con l'amico non abbiamo solo traversato ponticelli di pietra tra fucsie e oleandri, sentieri della memoria sui quali, avvicinando le tempie, ci siamo scambiati sorrisi di estati in campagna carezzando adolescenze dissolte sulla pelle di ragazzi annuvolati dall'incombente virilità.
Con Lillo abbiamo pure vegliato negli anditi umidi e lisi del desiderio illuminati di scorcio da quello stupore che ti fa presente a te stesso, uovo del mondo caldo e lucido, proprio quando il senso si disperde davanti a te, meraviglia e sgomento che ci ricordava le parole di Anna Achamatova alla amica « ...tutto fu roso dall'angoscia famelica. Perché dunque, d'un tratto, siamo serene? » (2). Questo andare che spinge e trattiene, con il tocco affilato e calcinoso della consuetudine, di quella un po' acida che ti sale dalle reni al rosso degli occhi in discoteca, ma anche il salto sul predellino « in un bus periferico » che ti porta al lavoro, colpo di sperone nelle praterie dove lo sguardo rovesciato insegue ancora e sempre lo « sconosciuto/fanciullo invadente ». Siamo così dentro la sua poesia, invaso percorso dal quotidiano con il distacco e la misura che fa di una suppellettile un dono, e nella piaga dell'ostrica riverbera ancora la luce della perla. E' una poesia che sta sul linguaggio in solitudine, appartata e composta, superficie ricettiva, in proposta di sé, senza graffiare, arpionare, ma quasi addebitandosi il senso; poesia prodigale, amica: « da mastro ragno tesserò / fili argentati / per adornare scarni angoli / di stanze buie ». Questa solitudine è come un basso d'armonia, un incavo sonoro che sostiene, fa vibrare gli amori, il paesaggio, l'amicizia.
Proprio perché « schiavi del silenzio » i due amici si riconoscono e giocano sul reale come « discreti osservatori » che lanciano « ammiccanti sguardi » in compiacimento reciproco con i ragazzi.
Predilezione per gli interni dell'anima dove l'esistenza ha un colore rado, brinato, che ti fa trattenere sulla soglia in sottile presentimento della notte quando « perché non c'è più silenzio / sento il frastuono dell'angoscia ». Il tempo del poeta è quello in cui « i giorni parlano piano », è quel « silenzio, amico » dove la presenza si affievolisce nel cono di polvere della memoria, dove avviene il miracolo delle « perle notturne » che risalgono il buio e « incontrano il sole / che nello spazio brilla ». Qui mi sembra esemplato il credo poetico dell'amico che va verso uno sdefinire le cose, un risalire il significante nella sua scarificazione, mèntore una memoria ghirlandata di una sintassi cava predisposta al velluto dei suoni, - ed è sempre il momento vivo del silenzio, tale ché si potrebbe dire che la sua epifania è l'attimo silente - distesa in pennellate a guazzo, con spatole svelte di echi; tutto l'ordito, nell'estrema concisione dell'antitesi, congegnato per trattenere un dileguarsi fino a fermarne l'essenza: « il tuo pallore traspare / timido di fascino».
Nell'arena di questo locus solus, portici e esedre dove l'occhio neoclassico a volte spazientisce nel bozzetto, a volte solleva il velo prospettico fino al biancore del segno geometrico. Lillo disegna anche, e la sua frequentazione della grafica sembra guidare il periodo tra l'incisione e la morbida china, la linea come filo di Arianna per un modellato che è altrove (la realtà?) cui sottilmente allude con monellesca ironia. E' il momento delle « irregolari curve » che sostengono (o alle quali si aggrappa?) un inatteso cupido, dove la teoria dell'attacco riceve senso proprio da questa intrusione; o della beffa scanzonata che gli consente aureolare di coralli e seta un egiziano pene bambino, talmente sollevato dal desiderio che quasi lo oltrepassa, ed ha bisogno, per essere colto, del pleonasmo « Pene del cazzo / pene di un pene».
Sarà quindi il divertimento dei « generi » che lo conduce ora alla ritrattistica virile in una posa alla Ortis un po' blasé (« il viso contro il tramonto »); o che, in Oasi d'oro, distrattamente gozzaneggia (« perdersi ») con quei « transatlantici d'oro » che hanno la malia affettuosa delle gondole ricordo di Venezia; o ancora accetta il prestigio di una grecità crepuscolare (« su un letto di foglie gialle »; « fasciato di luce ») o il lustro pascoliamo in « incolti capelli » le campane funebri ricordano (L'ora di Barga).
Questa linea sa racchiudere impasti cromatici invetrati (« Luna, carrozza argentata »; «Stelle ») dove l'iridescenza notturna è giocata su un registro madreperlaceo che fa del firmamento un puntaspilli vellutato dove poggia il diamante degli occhi del fanciullo dormiente.
Nella definizione della sua poetica - cui peraltro è restio e alla insistenza offre un enigmatico sorriso Lillo mi dice che le parole vengono, dalla gola o dal cuore, con la fedeltà dell'otturatore.
Diffida di masse emisferiche, cerebrali o inconscie, dove il segno lievita scompostamente: sono per lui luoghi malfamati, l'elaborazione, suona anatema in questo hortus conclusus irrigato dalla parola fluida. Al di là c'è l'espediente, la prevaricazione di chi non sa accettarsi, l'abuso di decorazioni sterili che nascondono difetti di struttura, e dice questo con fermezza per me un po' troppo metallica, rimettendo la replica alla discriminante del gusto, che me lo disegna per la mia cattiveria privata - come un bigiottiere calvinista, un Le Corbusier nel gazebo. Ma sò che riderà anche di questo: la nostra amicizia ha un meraviglioso pendant nel dissenso.
Nelle zone, poi, dove il ricordo apre il suo guardaroba, mi pare che difetti quella memoria che è teca e vibrazione, si stempera nell'enumerazione del vissuto stringendosi attorno a un raccontare come nel canto del fuoco, in una penombra stagnante, opaca.
Quanto più libero e vivido, allora, lo sguardo che chiamerei adriatico - perché atteso alle cupole che splendono in Bisanzio, non in vista di un Enea qualsiasi come è costume dei creduli tirreni - che emette sonorità mattutine (« Oasi d'oro »; « Svogliati sbadigli ») o flauti al blu di Prussia (« Figlio della luna »).
Questa luna abat-jour nel salotto delle amiche, quando si esce alle
« eccitazioni uterine » - così ben descritto il diritto a esistere dell'effimero in
« Ombre danzano nella notte » - qui, più che nel ricordo, a me sembra, vive quel « tarlo ingordo » che accende il sesso in articulo mortis, in quell'
« alba / sulle ferite di insetti affamati » che ha l'ardire di rilevare il
« negativo di vecchie pose / nella sacca della solitudine ». E' qui che erompono squarci che premono sul volto la paura: « le sirene sguaiate / nella melma grigia della mia estremità » ricordano la ferita mostruosa di Penna; gli « escrementi di uomini soli » quando « rabbiose sensazioni si sputano contro » ; la « puzza di vite nascoste », le « strade senza fine / sporche di vomito secco » ecc....
Tutto ciò fa parte integrante del tempietto neoclassico e della memoria lirica, li indica come riflesso acquatico: il poeta non rifiuta il vivere, i suoi
« Manichini bianchi » abitano « eden mentali », appartengono alla verità non alla storia, sono voci che ancora provengono da alberi e sorgenti, anche se all'angolo di autostrade o presso il luna-park dove, mescolati nel gioco parossistico dell'antitesi e della ironia, gli uragani sono il «blaterar di vecchie signore».
Lascio l'amico su questa curva che non aderisce alle cose se non come battello all'acqua, la sua poesia di luoghi contigui dove uno ha il privilegio della luce ed è sempre quello apparentemente disadorno, decentrato, una radura troppo chiara e supina forse che ha il profumo del bois laccato. Ma è al suo interno che, in tempi come questi che ci invitano alla profilassi della vita, sboccia una passione neostilnovista che esalta nell'uomo la sua intelligenza amorosa.
(Sandro Bartolucci)
(1) SABA, Il Borgo, Ed. Einaudi, 1961.
(2) A. Achmàtova A. N. Rikova, Poesie, Ed. Nuova Accademia, 1962
Nel silenzio intrecciando pensieri, anno 1981
1)Su un bus periferico
sorrisi e coriandoli
con me tra la gente
libero come un ubriaco
sul tuo respiro di cigno
fisso a contar ei tuoi sguardi
nel freddo mattino d'autunno inoltrato.
Oltre il giorno la sera
Alla fioca luce di una candela
Quasi alla fine il silenzio
Il pensiero di te sconosciuto
Fanciullo invadente
Che ancora cerco nei bus periferici
tra gente assonnata
1978
2)Seta ricopre il corpo
Coralli rossi ornano il collo
Del fanciullo principe
Bianco di pelle
E d'oro i capelli
Che nei sogni appare
A confortarmi il sonno
Da pene disturbato
Pene
Dio pene
Dio bambino
Che pene amare
Pene del cazzo
Pene di un pene
Pene egiziano
Dio enigmatico di sete coperto
E di coralli ornato
1976
3)Ombre danzano nella notte
E su prati di tristezza
Godono ai baci di compagni occasionali
1980
introduzione alla raccolta Malia
« Ai giorni nostri non si può fare poesia. Si può soltanto fare qualcosa per la poesia. Il poeta vive come in un deserto, gli animali feroci lo aggrediscono, perché tutti non li si può ammansire con il canto ».
(CHRISTA WOLF)
Nonostante la consapevolezza della marginalità della poesia, della sua gratuità o della sua
« inutilità », c'è chi fa poesia, chi è convinto che fare poesia è una necessità e non sa né può rassegnarsi al silenzio.
E' questa ostinazione che ci affascina perché significa che, nonostante tutto, si è ancora fiduciosi, si ha una fede - quasi una religione - nella possibilità di superare la barriera che separa le proprie emozioni dal mondo, nella possibilità di istituire un dialogo di verità.
Se poi i destinatari sono pochi adepti dispersi, e forse sempre di meno, importa poco: la parola poetica è lì con tutto il peso della sua « verità » e per quanto nascosta nel fondo della sua diversità, prima o poi sarà raccolta.
Questa fiducia nella parola poetica - nella sua semplicità e complessità - ci sembra caratterizzare in primo luogo la produzione di Lillo Di Mauro.
Lontano dalle realtà delle grandi città, lontano dai perfidi meccanismi del mercato, Lillo è andato a vivere il proprio tempo e « a costruir la storia » in tempi e luoghi antichi « dove ogni pietra è ieri », « dove tutto tace come allora » e la medievale cittadina di Sutri, nell'alto Lazio, è diventata il luogo privilegiato di un esercizio solitario che è pratica conoscitiva, desiderio di poesia, luogo emblematico di un possibile recupero del « poetico » della vita.
Qui prendono corpo i fanciulli penniani che, illuminati dalla loro sete di primavera, diventano metafora dell'innocenza perduta, possibilità di attimi d'infinito, naturali e privilegiati oggetti erotici.
Qui « i fiori dell'autunno / coi rossi e gli ori / nei contorni » ridiventano vita.
Ma Sutri non è l'Eden e Lillo non è Adamo.
Ai momenti di pace antica « fra gli oleandri e fucsie » o « pei vicoli di tufo / dell'antico borgo » si alternano inquietudini profonde, un bisogno di rompere secolari barriere, di vivere « altro » e allora anche la natura, anche i fanciulli si colorano di rimpianto e vivono in un tempo che è già trascorso o che ancora non è venuto, quando il nosrto poeta si aggira inquieto « fradicio di capricci erotici », « con la voglia di peccare » per luoghi dove la violenza è in agguato « alle latrine della notte / per reprimere il sesso » o dove « sogghignano le voglie / di un uomo coperto / di sacri damaschi ».
E la parola poetica diventa allora ribellione e rivolta « nella rabbia soffocata », « nei domani uccisi », come altrove è « balsamo per quanto d'inappagabile c'è nella vita », per usare ancora parole di Christa Wolf. Due momenti che forse sembrano contraddirsi ma che in realtà sono due aspetti di un unico slancio utopico verso mondi vivibili.
Sono questi i caratteri più evidenti che mi sembra di vedere in questi versi di Lillo, forse a volte ancora discontinui, ma sempre permeati da un'ansia di liberare e di amare e quando di questa ansia diventiamo partecipi per l'immediatezza di immagini e suoni che sono della poesia, non serve più alcuna disposizione a descrivere e a capire: tutto un mondo è lì nella semplicità e complessità della sua verità come il fanciullo timoroso che « nasconde le sue nudità / ma gode felice / dell'amore che gli porto ».
(Francesco Gnerre)
Malia del vento, 1985
1)Il mio fanciullo timoroso
Nasconde le sue nudità
Ma gode felice
Dell'amore che gli porto.
2)Cappelli di villici anziani nel grigio mattino d'autunno
Pei vicoli di tufo dell'antico borgo
Ov'io fanciullo
Incontrai il fuoco d'un falegname timoroso
Che lacerava la mia carne
Col suo fiore già sbocciato.
Piansi perle
Su fredde gradinate
Piansi per peccati mai compiuti.
3)Polizia sui cavalcavia del cielo
Anche nel sole di gennaio
A picchiare uomini stanchi
Con verghe di potere
Nelle latrine della notte
A reprimere il sesso nelle pieghe dei jeans
Di teste libere
Nei sentimenti di odio
Nella rabbia soffocata
Nel mio culo di frocio
Nei domani uccisi nel timore del mattino
Quando al mio amico vado
Dopo giorni di neve.
4)Comunque andremo
Coi nostri sogni ovunque
E con le perle della gioia
Colane faremo
Per ornare i velluti del silenzio.