La storia dell'Agro romano è indissolubilmente legata al concetto di corsi e ricorsi storici di vichiana memoria; storia di prosciugamenti, abbandoni e ritorni, di nuovo abbandoni, morte e rinascita. Prosciugamenti già predisposti in epoca romana, forse anche prima, allorquando si inseriscono nuovi elementi su cui innestare percorsi di collegamento tra la nascente Roma e la campagna: le vie consolari. Nastri, prima di terra battuta, poi di nero basalto da cui si snodava la vita di Roma.
Un breve excursus storico ci porta a sottolineare come l'Agro abbia avuto nel tempo, dalle epoche preistoriche sino ad oggi, una storia disomogenea, caratterizzante il dominio di Roma prima, poi quello papale, infine le vicende che seguirono l'annessione del Lazio al Regno d'Italia alla fine del 1870.
Dalla Bonifica, prima etrusca, poi romana, all'ora et labora del medioevo; poi le disperse energie dopo il crollo dell'impero vengono ora rinsaldate e raggruppate dalla regola benedettina. Dal V al XII sec. si esplica l'autosufficienza del castellano, mentre incombono tempi oscuri illuminati dal solo faro del monachesimo.
Abbandoni, di nuovo. Poi, alcuni secoli dopo, il '700 si affaccia con i suoi echi del Grand Tour. Siamo verso la fine del secolo quando la Campagna romana diviene un tema affascinante per viaggiatori, poeti, pittori, spinti a percorrere un lungo e incomodo itinerario per godere della mitezza del clima unita alle incantevoli bellezze dell'Agro.
Nell'800, pittori affascinati e rapiti dalle bellezze di Ninfa, ne rappresentano il fascino cadente. La descrizione pittorica delle rovine si lega al tema della caducità delle cose umane e del lavorio instancabile prodotto dalla natura su di esse. Guardando indietro tra i diari e le memorie dell'età illuministica ci accorgiamo che la Campagna non esercita fascino alcuno, al contrario, i sentimenti che prevalgono in queste cronache sono l'indignazione e perfino il disprezzo. Definita: prodigiosa distesa di piccole colline sterili ed incolte, assolutamente deserte, tristi e orribili al massimo grado, bisognava che Romolo fosse ubriaco quando pensò di costruire Roma in un tale posto. Al viaggiatore interessa il paesaggio umano, tutti hanno in comune la totale indifferenza nei confronti del tema della rovina.
La poesia legata al tema delle antiche rovine rinasce con Goethe: il suo animo custodisce per sempre la preziosa lezione di Winckelmann e neanche il più squallido paesaggio riesce a turbarlo. Le paludi non lo colpiscono negativamente, anzi resta affascinato dal gioco di luci ed ombre prodotto dagli acquitrini. Le variazioni intorno a questo tòpos sublime/tragico si susseguono accanto ad una nuova gamma di temi: il colore, riproposto nelle gradazioni del tramonto mescolate al color lavanda sulla tela intitolata Tramonto di P.Barocci, oppure impastato con i colori lividi del cielo e il verde melmoso degli acquitrini di un A.Vertunni, nelle Paludi pontine, davvero sublime. Il tema della malaria intesa come divina interpretazione dei corrotti, che Dickens dilata a proporzioni bibliche. Il tema della grande distesa solitaria, assimilabile alle città semideserte di De Chirico, reale rappresentazione dei propri incubi mentali, infine il tema dei briganti , piaga radicata e antichissima, fonte da sempre di invenzioni romanzesche.
Si può dire che le condizioni dell'Agro romano, dopo l'evento dell'unità d'Italia erano più o meno quelle di quattro secoli prima: una immensa landa di pascoli e boschi infestati da stagni e paludi, interrotta da pochi seminati ed una fascia di vigne ed orti dentro la città. Scarsissima la popolazione, così descritta:"uno stato di vita quasi selvaggio, vitto scarso e cattivo rendono miserabilissime le condizioni di vita della campagna romana".
Un itinerario di voci suggestive ci fornisce un quadro piuttosto omogeneo sull'Agro Romano, che risulta uno dei luoghi più ricchi di suggestioni, tali da colpire da sempre la sensibilità dell'immaginario collettivo. Così tutte raccontano: molto è stato scritto e detto e dipinto sulla campagna romana. Una voce per tutte quella di Luigi Canina, siamo nel 1839, quando ci descrive il proprio pensiero così sintetizzato: Il descrivere la campagna romana su tutto ciò che riguarda il suo stato antico [.] non è argomento di facile scioglimento, allorché però si voglia render di qualche utilità e per alcuna parte superiore a quanto fin'ora pubblicato su di esso.
A lui si aggiunge anche F. Noack, che già agli inizi del XX secolo, scrive: "[.]sulla campagna romana come è nota alla maggior parte degli uomini, tra coloro i quali ne abbiano conoscenza, più attraverso immagini pittoriche e scritti, piuttosto che da un sopralluogo diretto. Esistono poche strisce di terra sulla nostra sfera terrestre su cui sia stato scritto così tanto come sulla Campagna[.]esistono poche zone che hanno affascinato ed incantato l'Arte come quelle della Campagna romana".