In occasione del mio ultimo rientro in Italia per le vacanze natalizie, ho avuto modo di poter conoscere e apprezzare un'artista, Giuliana Bocconcello, ceramista scultrice, che ufficialmente afferma di dedicarsi alle opere in terracotta e ceramica raku.
La sua attività artistica inizia a partire del 1987, quando mette a disposizione di ragazzi ed adulti la sua versatilità artistica, cominciando a collaborare con differenti associazioni. Successivamente decide di dare vita ad una sua associazione chiamata, non a caso, «Terra terra», che rappresenterà per lei, e per tutte le persone che le sono state vicine, un «mezzo» per incontrarsi e confrontarsi sull'arte contemporanea e, soprattutto, uno strumento per approfondire lo studio e la cultura della terra.
Parallelamente, la sua passione per le arti plastiche viene tradotta nella maniera più semplice per poter essere trasmessa a bambini, anziani e portatori di handicap, tutto questo con l'appoggio di enti locali e sanitari.
La sua forza creatrice si è tradotta poi in materia scolpita e si è rivelata al pubblico attraverso una serie di appuntamenti e mostre.
Le sue esposizioni sono molto particolari perché non rappresentano degli eventi «statici» dove il pubblico partecipa passivamente; al contrario ogni mostra é l'occasione per cercare una interazione differente e dinamica tra l' artista e lo spettattore che, in un certo senso, riesce a diventare artefice assieme all'artista.
Questo carattere particolare dell'artista è stato messo in evidenza soprattutto da Silvia Sfrecola Romani che a più riprese ha scritto e continua a scrivere sulla Bocconcello. Per lei ogni mostra o presentazione dei lavori dell'artista sono. « Un nuovo cammino intrapreso, una nuova strada da percorrere: ogni volta che Giuliana Bocconcello ci invita a vedere i suoi lavori ha qualcosa di nuovo da dirci. La sua ricerca procede, animata da una linfa sempre fresca e vitale, senza tentennamenti. Stavolta la riflessione è concentrata sulla gravidanza intesa non come maternità ma come fecondazione: non donne, non uomini, ma persone che portano con dignità pance gravide da cui nuove vite nasceranno. L'esistenza è progettare, creare, ideare: in questa visione, la gravidanza è indagata da Giuliana come il simbolo di una progettualità in corso, autentica e sincera, metafora di un concepire che è proprio quel comprendere, contenere, abbracciare su cui da sempre ruota la sua ricerca.»
La Bocconcello è originale nelle sue opere, pur adottando un linguaggio che potremmo definire classico poiché utilizza sempre delle forme come il quadrato e il cerchio - simboli rispettivamente della terra e del cielo- spesso fuse e rigenerate; si tratta di forme che si incontrano per poi potersi scindere in nuovi linguaggi capaci di animare la terra, la quale -fusa con acqua e altri componenti- si trasforma, una volta cotta, in altra materia rigenerata e fortificata.
Questa forza, la simbologia del messaggio, si può ritrovare dai più piccoli oggetti, vedi la mostra dei «cuori», fino ai grossi interventi, come il monumento realizzato per l'associazione dei veneti del territorio Pontino. Quest'ultimo lavoro è stato forse il più impegnativo per l'artista per differenti ragioni.
La prima, la più importante, è sicueramente rappresentata dal simbolo che questo monumento doveva e deve rappresentare: la vita difficile di tutti i coloni veneti, chiamati come pionieri a vivere e, soprattutto, a lavorare quelle terre dell'agro Pontino. Terre malsane, palustri, che la bonifica aveva trasformato, e persone che con il proprio lavoro hanno saputo trarre la forza della loro vita dando forma a una città, a un sistema sociale ed economico, base della vita odierna.
La terra, quindi, ancora una volta è stata per la Bocconcello un punto da cui partire, da cui trarre la forza espressiva per il suo lavoro; plasmarla in tutti i suoi stadi, così come avevano fatto i primi coloni veneti, abitanti dell'agro Pontino.
Questa volta però il confronto con la terra ha rappresentato per l' artista un rapporto forte con la scala urbana della città, per un duplice aspetto: il fatto stesso di dovere realizzare un monumento per la città, qualcosa di importante, imponente, e la scelta di creare un delicato oggetto scultureo da inserire e contestualizzare nel cuore della città di Latina, proprio di fronte ad un altro monumento storico per la città: le poste di Angiolo Mazzoni.
La bocconcello, per risolvere queste perplessità, si é rigenerata seguendo una vera metamorfosi che l'ha portata ad aprire il suo atelier a persone differenti, una vera equipe di artisti artigiani che ha condiviso con lei la genesi dell'opera.
E con l'apertura verso altre maestranze, c' é stato anche «il matrimonio» simbolico tra la sua terra, ovviamente trasformata in terracotta, che viene a fondersi e armonizzarsi con il ferro, anima portante di questa scultura monumento che così viene a definirsi: «una grande, armoniosa doppia porta...» dove la struttura metallica è sormontata da due lastre di terracotta, lavorate a bassorilievo e ingabbiate con argille colorate e impreziosite con i simboli della bonifica, l' aratro, il grano, il mare etc. Così la magia del passato -divenuto presente- la ritroviamo tutta nel momento che attraversiamo questa doppia porta, e scopriamo che l' intradosso è rivestito da una coritna di piccoli mattoncini di terracotta sui quali sono incisi i cognomi delle prime famiglie di pionieri veneti presenti nell'agro Pontino. Si tratta di circa mille famiglie, le stesse alle quali è dedicato il monumento.
Ancora una volta un monumento-scultura dinamico. L'artista ha scelto la forma monumentale ma invita il pubblico, i cittadini, a passare, ad attraversare la porta; a farsi simbolicamente abbracciare dal calore della terracotta, dalla forza delle braccia delle mille famiglie.