Spesso ci chiedono perché facciamo il lavoro che facciamo. Ognuno di noi ha un perché,
un motivo personale, una concausa di eventi. Quando mi domandano perché faccio il fotografo,
non so mai rispondere in due parole, non c'è un solo perché, non ce n'è uno più importante
di un altro. Ho seguito questa strada soprattutto perché sono rimasto affascinato e direi
catturato dai racconti avventurosi e romantici di mio padre, fotoreporter coraggioso
e appassionato nell'Africa degli anni sessanta e nel Sud America degli anni settanta.
Ma fotografo anche e soprattutto perché mi piace curiosare lì dove non conosco,
infilarmi tra un capannello di persone per scoprire cosa c'è nel mezzo,
mi piace raccontare ciò che vedo.
La fotografia è avventura, romanticismo, ricerca, scoperta.
Se fossi nato cinquecento anni fa avrei certo fatto l'esploratore,
me lo ripeto ormai da due decenni. Avrei voluto viaggiare alla scoperta
di nuovi luoghi, di generi umani, di nuove culture, nuovi sapori, vivere
il percorso della ricerca, dell'esplorazione, superare le difficoltà,
arrivare finalmente alla meta. Viverlo in prima persona, per poi raccontarlo
a chi non c'era. Il fotografo è l'esploratore dei giorni nostri, colui il
quale viaggia dentro e fuori l'uomo alla scoperta di nuovi luoghi, di nuovi
spunti sui quali riflettere. Lo fa attraverso la ricerca di un linguaggio simbolico,
fatto di volumi e colori, lo fa attraverso una lente che ingrandisce una porzione di mondo.
Sua è la scelta nell'orientamento del viaggio.
Il viaggio ha sempre poco a che fare con le motivazioni oggettive che gli costruiamo intorno,
è piuttosto un'esigenza che ci nasce dentro e che ha bisogno di essere vissuto al di fuori.
C'è un motivo interiore che determina la nostra curiosità verso le cose, i luoghi e le persone.
C'è un motivo interiore che spinge inconsapevolmente un fotografo a cercare nel mondo le
immagini che in realtà contiene già dentro se stesso. La macchina fotografica gli permette
di tirarle fuori e renderle oggettive.
La fotografia mi da tutto questo, mi da il senso di un'esplorazione interiore, mi da quel
senso di libertà che nessun altra cosa mi da.
Oggi fotografo perché non posso farne a meno, non potrei immaginare una giornata, una vita s
enza immagini da scattare o da guardare o da pensare. Fotografo perché la macchina
fotografica mi trascina dietro di sé alla ricerca di cose nuove da conoscere, da scoprire,
da inquadrare. Ed ogni volta scopro qualcosa di me. Ogni storia è una verifica
dei propri limiti,
nell'approccio, nella visione, nella conclusione. Le parole possono
mentire se ben costruite, ma le immagini non riescono a tacere
i sentimenti del fotografo nei confronti della storia che racconta.
Ogni storia è una nuova storia, non tanto per gli altri
che guarderanno le foto, ma per chi le scatta perchè ogni volta è una verifica
delle proprie coordinate interiori.
Sono tante le immagini che si inquadrano in una vita, tante quelle che si
imprimono nella memoria. Molte di queste però non
riusciremo mai a scattarle, perché sono quelle che rappresentano i bordi della
nostra mappa virtuale dentro la quale viaggiamo.
Mio padre, quando cominciai ad inquadrare il mondo, mi disse: "ricordati
che le immagini più belle sono quelle che non scatteremo mai,
quelle che ci porteremo dentro". Aveva ragione.