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INTERVISTA A G.COSULICH

Autore: Chiara Proietti
Media: Giorgio Cosulich


Giorgio, quali sono i motivi che ti hanno spinto ad intraprendere un reportage su Piazza Vittorio?
Il mio lavoro è incentrato su questo genere di temi, dunque per me è stata una scelta direi spontanea, quella di intrufolarmi nel punto di maggior aggregazione etnica della città. Il mercato che c'era prima a piazza Vittorio era un crocevia di razze e colori diversi, lungo un percorso ad anello che aveva un suo ordine, un suo senso. Centinaia di persone si riversavano tutti i giorni al centro di quella piazza e animavano il teatro della vita, ognuno con la propria lingua, ognuno con il proprio modo di essere. Ognuno da una origine diversa, ma tutti nello stesso luogo. Era questa la mia scossa ispiratrice, ma volevo andare oltre nel raccontare di come tutto questo affollamento non dava luogo ad alcuna contaminazione, ognuno viaggiava per la sua strada senza guardare al di fuori del proprio percorso. I pochi contatti tra etnie diverse a cui ho assistito sono degenerati in liti teatrali. Un luogo di forti emozioni, immagino. Cosa ti ha colpito di quei sguardi, delle loro espressioni e dei modi di vivere..?
La cosa che mi ha colpito di più era la quantità di razze diverse presenti in una sola piazza. Chi vendeva e chi comprava. Per la sopravvivenza di ognuno, ogni etnia si era creata una o più zone franche all'interno della quale tutti sembravano riconoscersi sotto un'identità comune. Il percorso obbligato del mercato ti portava a fare il giro di un grande anello, per cui si aveva l'occasione di attraversare tutti i territori suddivisi all'interno del mercato e riscontrare atteggiamenti diversi, cibi diversi, colori diversi, vestiti diversi. Tutto mi sembrava normale, come se si sorreggesse su di un equilibrio tacito, non visibile ma che c'era. Se cedeva in un punto, sarebbe crollato tutto il castello. Un castello di carte, questo mi ha colpito.
Forse un rapporto particolare dell'uomo con l'ambiente circostante. A tuo giudizio, di quale tipo?
Il rapporto tra gli uomini di quella piazza e quel medesimo spazio era pessimo. La piazza, ad essere onesti, diventava il letamaio ed il ricettacolo degli scarti del mercato e dei suoi acquirenti. Si veniva a costituire una zona ad altissima intensità umana e produzione di rifiuti proprio al centro della piazza e tutt'intorno gli abitanti dei palazzi umbertini che caratterizzano piazza Vittorio, avevano con il tempo creato un fronte di dissenso nei confronti della situazione. Aver spostato il mercato all'interno di una struttura chiusa, non molto distante, ha senza dubbio restituito la piazza ed il giardino al quartiere. Oggi la piazza è pulita, ma paradossalmente ha perso i suoi colori, quei colori e quegli odori che la rendevano diversa da tutte le altre piazze della città. Il tuo lavoro è noto per i temi sociali che affronti. Qual è la differenza di questi soggetti rispetto agli scatti che li hanno preceduti?
La differenza non è stata tanto nel tema, quanto nel modo di affrontarlo. Solitamente il lavoro ha una stesura di fondo, un canovaccio da seguire. Nel caso di piazza Vittorio, mi sono lasciato trasportare da ciò che il luogo e gli eventi mi suggerivano di volta in volta, cercando di pensare il meno possibile, e invece assecondando il mio istinto. E' stato un progetto che ho portato avanti per tre mesi, andando ogni sabato, e mi accorgevo della strada che stavo facendo e delle immagini che ne venivano fuori. Poche volte sono intervenuto per riempire lacune narrative, il più delle volte mi lasciavo guidare dagli eventi.
E ciò è dovuto all'uso di una tecnica diversa?
Volevo eliminare al minimo il filtro della consapevolezza, quello che ti spinge a comporre l'immagine secondo dei canoni prefissati e che ti impedisce di scattare nell'attimo in cui vedi un'immagine, ma subito dopo. Non volevo essere schiavo né della mia visione, né della tecnica, né della macchina fotografica. Così ho sempre fotografato tenendo la macchina fotografica in mano, all'altezza della cinta, senza mai portarla all'occhio per inquadrare. Avevo calcolato l'esposizione sia in ombra che in luce e mettevo a fuoco l'immagine calcolando la distanza con il soggetto ad occhio. Mi interessava cogliere la realtà senza formalismi tecnici o compositivi, cercando di restituirle un velo di casualità per renderla forse più autentica. Ho cercato di trasformare il mio lavoro in puro istinto visivo.
Nell'immediato futuro, pensi di approfondire un tema di questo genere?
Sono già ritornato ad affrontare lo spazio urbano, con il progetto "Ostiense Project Site 2006". Mi sono soffermato sul cambiamento che lo spazio sta subendo all'interno del quartiere romano di Ostiense, anche qui con una mistura di architetture di epoche diverse. Ma in questo caso lo spazio era contenitore di se stesso, proprio perché contenuto, soggetto principale delle immagini. L'uomo non è stato un elemento importante, direi anzi superfluo. Nel caso di piazza Vittorio, invece, lo spazio urbano, la piazza, era un contenitore letterale di un contenuto che invece era proprio l'elemento umano.
Un'esperienza nuova, quindi. Ti ha lasciato ricordi particolari?
Ricordo il trambusto della piazza sempre con molta gioia, tutti quei colori, quei dialetti, quegli odori di mezzo mondo. Quel mercato era tutto il mondo a portata di mano. Averlo fotografato e quindi frequentato un po' più assiduamente ha creato in me quel senso di appartenenza, ad una realtà che quando non c'è più ti senti anche tu un po' orfano, come fosse passata un'epoca della quale sei stato testimone. Questo è ciò che oggi sento, oggi che il mercato non c'è più. Ricordi umani non ne conservo di speciali, perché come già detto prima nessuno voleva contaminarsi con gli altri.


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BIOGRAFIA G.COSULICH

Dopo essersi diplomato in fotografia all'IED di Roma, Giorgio Cosulich si trasferisce a New York nel 1995 dove entra a lavorare nello studio di moda PIER 59 STUDIO come assistente del fotografo Marco Glaviano

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