Tutti i record sono stati più o meno battuti, le vette conquistate, le isole esplorate, i pianeti fotografati, gli usi e costumi dei popoli più lontani rivoltati come guanti, veramente non c'è che la prigione e i suoi abitanti involontari a restare avvolti nel mistero più fitto. Dal momento che anche i popoli ex-primitivi portano jeans e usano la plastica, il carcere costituisce l'ultima comunità paleolitica, o galeolitica, contemporanea.
E' un fossile vivente fuori tempo massimo, una gora spaziale in cui il tempo si è fermato, come quei racconti di fantascienza in cui i dinosauri convivono con l'homo sapiens, una scheggia di passato infissa in un corpo che si ritiene ultramoderno, il luogo del rimosso, il posto della contraddizione. Vi trascina l'esistenza una comunità che, per i più, è ancora avvolta nelle tenebre più fitte ma che, per giunta, non si trova sperduta in chissà quale intrico di giungla pluviale, in quale plaga ancestrale. Al contrario è un popolo invisibile alloggiato all'interno di enormi edifici altamente visibili piazzati giusto al centro, o nelle immediate periferie, delle nostre città a perenne memento di quanto, secondo alcuni, solo il tormento conduca al pentimento. Il carcere è un grande buco nero, misterioso ignominioso, immane discarica per esseri viventi voluta da un mondo che altresì dichiara di volere e dovere riciclare carta, vetro, metalli, acqua, merda. Per gli uomini c'è evidentemente meno interesse.
Forse le nostre galere non sono quella terrificante industria di violenza propinataci da Hollywood, né la modernizzazione di una impenetrabile durezza in puro stile fortezza, forse sono piuttosto una sgangherata macchina che gira a vuoto sfornando a getto continuo individui destinati a rientrarvi per riprodurre un ciclo votato alla totale inutilità. In fondo nessuno di chi vi opera all'interno ne va particolarmente fiero, ma il meccanismo continua a funzionare riproducendo la propria inerziale inefficenza, incapace di proporre un modello migliore. Così i segnali di segno opposto, quelli che intendono far conoscere il mondo della difficoltà, a portarlo all'incontro con la "normalità", trovano spesso una sponda nelle molte iniziative parallele che nascono in prigione. Alcuni esempi: a Milano la Cooperativa del Gran Serraglio, sotto la guida di Alessandro Guerriero, ha attivato laboratori di falegnameria e pelletteria che hanno lavorato su progetti di noti designer realizzando preziose casseforti e borse da scambiare con la vita; al reparto femminile di San Vittore c'è la Cooperativa Alice, gestita da Gigi Mutti, un atelier di sartoria per teatro e tv che confeziona per Rai, La Scala e Mediaset; a Volterra il gruppo teatrale locale si è ormai imposto all'attenzione degli addetti ai lavori; a Udine si è aperta la trattoria "TSO" (Trattamento Sanitario Obbligatorio) che è la prima della serie "Buono da matti" con chef e pazienti ai fornelli; a Roma la cooperativa "Sensibili alle foglie" nel '94 organizzò, su iniziativa di Marina Zatta, Renato Curcio e mia, una mostra scambio tra artisti affermati e altri solo fermati. Non è che si intenda risolvere il problema che affligge la popolazione carceraria opponendogli un mondo idillico composto esclusivamente di pittori & poeti, la creatività non è altro che l'espressione di un desiderio, il segno della possibilità di incanalare le risorse umane in direzioni diverse rispetto a quelle indicate dal codice penale. L'alternativa non è tra far quadri e commettere reati, ma tra lo spreco dei vuoti a perdere e il riutilizzo di materie prime insostituibili. Quando nel '95 l'assesssore alla cultura del comune di Roma, Gianni Borgna, e Giovanna Pugliese dell'Arci-Solidarietà, mi chiesero di entrare nel carcere di Rebibbia per impiantarvi un laboratorio pensai subito a quanto poco l'arte c'entrasse con una simile condizione di costrizione, di sofferenza. La mia normale attitudine nei confronti della creatività e delle sue istituzioni è lo scherzo, lo scherno, e mi pareva francamente difficile riuscire a prendere le cose alla leggera, specie con persone che si trovavano nella condizione esistenziale la più pesante che si possa immaginare. Ma fu l'incontro con Valerio Fioravanti e Francesca Mambro a dissipare ogni dubbio. Riuscirono a spiegarmi che anche quella, la loro, era vita. E come in ogni vita esistevano sfaccettature, sfumature, gradi di sofferenza, momenti di disperazioni e attimi di speranza e, benché predominante, la sfera del dolore poteva lasciare spazio a quella del gioco e della sorpresa. Bisognava innanzitutto provarci. Ed è quello che abbiamo fatto. D'altronde "carcere" è l'anagramma di "cercare". L'idea iniziale era quella di verificare il postulato delle avanguardie storiche (futurismo, dadaismo, surrealismo) che dal principio del secolo andavano teorizzando la necessità di istaurare nel corpo malaticcio dell'arte occidentale i valori selvaggi della primitività, della follia, del sogno. Dal futurismo in poi l'arte voleva essere anti accademica, non scolastica, ignorante, insofferente di ogni regola e dettato, antigraziosa, doveva "fare il brutto", preferire la vita vissuta ai canoni statici di bellezza della cultura classica, privilegiare l'intento dell'autore all'opera compiuta, il "movimento" nella sua molteplicità al capolavoro del singolo genio. Cosa c'era quindi di meglio di una prigione per verificare la giustezza di questi assunti? Questo il progetto sul quale provare a sviluppare un percorso artistico del tutto aperto e contemporaneamente saldamente collegato alla tradizione avanguardista. Era il nostro ismo, il Gattabuismo. All'inizio nacquero varie altre definizioni: Galerismo, Artisti Associati (per forza), ma gattabuismo era legato all'immaginario dei comic, delle favole, del mondo infantile e dunque fu scelto come il più appropriato ad una banda di adulti in castigo a cui era vietato perfino l'uso delle forbici, cosa che non pochi problemi creò nella composizione di alcuni collage. Quello che comunque volevano da noi era che riuscissimo a produrre un qualcosa di esportabile all'esterno, un oggetto visivo che dimostrasse al resto della città che il carcere non è un corpo separato dalla società, una gora in cui scompaiono alla vista gli indesiderabili. Dovevamo rendere visibile l'invisibile. Credo si possa dire che siamo comunque riusciti nell'impresa di costruire una macchina desiderante che ha lanciato segnali seppur flebili, piccole onde che poco alla volta vorrebbero sgretolare le mura, tutte, non solo quelle tangibili, che impediscono la comunicazione tra esseri umani. Oltre alla mostra che si è tenuta nell'estate del '96 al Palazzo delle Esposizioni di Roma (Gattabuismo), con le detenute del reparto femminile abbiamo prodotto il poster ufficiale del Comune per la giornata della donna (Gale8 fu Marzo) e il calendario Arci per il '97 (Calend'aria), Fioravanti e io abbiamo raccontato quest'avventura in Rebibbia Rhapsody (Ed. Stampa Alternativa, postfazione di Luigi Manconi) e scritto un'altro libriccino sul carcere (Il ritorno di Silvio Pellico, Ed. Stampa Alternativa) e perdippiù realizzato, con l'aiuto di Francesca d'Aloja, un film, una silvio pellico-la (Piccoli ergastoli), prodotto e trasmesso da Rai2 in prima serata il 4 settembre del '97 e presentato al Festival del cinema di Venezia e a quello audiovisuale di Biarritz del '98. Con Francesca Mambro ha preso corpo l'idea di un libro scritto e disegnato su storie di donne detenute ciascuna delle quali propone al lettore una personale ricetta gastronomica realizzabile sul semplice fornelletto di dotazione delle celle, cucina carceraria buona per i campeggiatori più improvvisati. Con Lorenzo Spezzano abbiamo approntato una serie di manifesti scritti-disegnati sulla condizione di chi, per piccoli reati, ha visto passare gran parte della propria vita dietro le sbarre, condannato a pene molto più pesanti di un pluriomicida. In più i gattabuisti hanno animato un laboratorio di ceramica e ad una intensa produzione di vasi (E/vasi), vasi a forma di lettera "E", vasi bucati, vasi sprecati come sprecate sono le esistenze di chi vive rinchiuso, impossibilitato a ricrearsi un tessuto di relazioni col mondo e con i propri cari.Ma il gattabuismo non è stata un'attività ricreativa, una terapia ludica, un'impiego del tempo libero, è stata una proposta che può-deve travalicare i confini murari, una scommessa, un virus che deve contaminare di dubbio, capovolgere e rimescolare tutte le certezze, tutte le separatezze. E' stata ottimismo malgradotutto, il tentativo di riportare alla luce un relitto da cui tutti si tengono prudentemente alla larga e che invece, finché c'è, dovrebbe diventare una meta fissa, non di curiosità voyeuristica, ma oggetto di appassionato controllo per trovare quella soluzione che ne acceleri l'estinzione. Rinchiudere i corpi non serve a granché, non sposta di una virgola l'emergenza sociale, dilaziona solo i tempi, quello che serve è re- immetterli nella vita non cancellarli temporaneamente dalla vita.