"Tanto è zingaro.": questa frase - pensata, fatta intendere, o espressamente pronunciata - è dietro la miriade di episodi di razzismo che colpiscono quotidianamente gli zingari. E a questa frase di volta in volta si unisce la conclusione adatta alla situazione: "...sono fatti così"; "... mica è come per noi";"... per loro è un'altra cosa". Solo pensando così si possono giustificare tante cose.
Ma quando si sente pronunciare queste frasi bisogna iniziare a diffidare: è l'inizio della discriminazione.
Campo nomadi, Roma
"Loro" non sono come "noi": è questo il razzismo; "loro" sono un'altra cosa: sono zingari.
Non è un'esagerazione, tutti abbiamo pensato così almeno una volta; il problema è che molti lo pensano ogni giorno. Solo pensando così si può convivere serenamente con tante cose che altrimenti non ci farebbero dormire, ci scandalizzerebbero o almeno ci farebbero riflettere.
Come accettare che nel 6° Stato più ricco del mondo siano morti decine di bambini di freddo o bruciati per fuggire al freddo?
Come convivere con l'idea che molti dei luoghi dove questi bambini vivono sono degni delle bidonville del terzo mondo e non è raro che siano morsi da topi?
Come pensare che sia normale che una madre sia separata dai propri piccoli, espulsa e rimandata in un paese estero mentre i suoi figli sono lasciati qui, non si sa con chi?
Come non porsi domande di fronte al fatto che tra noi c'è una minoranza che vive in media 25 anni meno di noi?
Come accettare che periodicamente mezzi di informazione e politici lancino campagne e proclami contro di "loro" degni del nazismo?
Come non scandalizzarsi del fatto che molti dei bambini zingari ancora non frequentano la scuola, o non la terminano ed è sempre più frequente sentirsi rispondere dalle scuole che "per lui non c'è posto"?
C'è una sola risposta a tutte queste domande: pensare che "loro" siano diversi.
Ma questo non basta: una delle cose più assurde è che tutti credono di conoscerli e di poterne parlare e sparlare. Lettori di giornali, analisti, sociologi, antropologi, pediatri, operatori sanitari, sindaci, e chi più ne ha più ne metta: tutti hanno avuto un'esperienza, hanno visto una situazione, "sanno" e si permettono di sentenziare con leggerezza. Uno ha incontrato una persona, un altro un bambino, uno ha osservato una situazione, un altro ha subito un furto, a un'altra "gli hanno raccontato"... Risultato: ognuno disquisisce e sentenzia con grande sicurezza. E' sconfortante: anche gente "buona", che parla talvolta per difenderli, o che comunque non gli vuole "male", parla "sugli zingari" (in generale) partendo da micro-esperienze personali. Tutti esperti.
Ma come è possibile parlare in generale degli zingari? Nonostante costituiscano ovunque una minoranza, gli zingari sono un micromondo: tanti diversi gruppi, nazionalità, religioni, abitudini, mestieri...
Campo nomade, Roma
Per restare solo all'Italia, come parlare indifferentemente di "zingari" inglobando nella stessa categoria persone discendenti da famiglie insediate nella penisola dal 1400, e zingari immigrati arrivati da due settimane dalla Romania (discendenti di famiglie che fino al 1800 erano schiavi, passati attraverso il comunismo di Ceaucescu e la nuova "democrazia")?
Come accomunare in un'unica categoria famiglie che abitano in case popolari, altre in case private, altre in ville, altre in campi con luce e acqua, altre in baracche da terzo mondo, altre sui greti dei fiumi o nelle grotte?
Che c'entrano i Rom Korakané bosniaco-mussulmani con i Camminanti Siciliani cattolici italiani?
E si può davvero parlare indifferentemente dei Kaulia scuri di carnagione provenienti dall'Irak (via Francia), e dei "pallidi" zingari polacchi presenti in nord Italia?
Ogni persona con un po' di buon senso risponderebbe no a queste domande; e invece parlare de "gli zingari" (comprendendo tutte "le categorie" sopraindicate e altre ancora) si può, anzi si fa.
Perché si fa con tanta leggerezza? Semplice: per "loro" è diverso, gli zingari sono "un mondo a parte".
E' solo per questo che si tollerano atteggiamenti, comportamenti, parole e gesti che vanno ben al di la anche delle nostre leggi: fiaccolate contro gli insediamenti, blocchi stradali, manifestazioni; la parola nomade o zingaro liberamente associata ad altre quali ladri, sporchi, stupratori, falsi ecc. ecc.
Sono tutti buoni gli zingari in Italia? No di certo. Peraltro, purtroppo, viviamo in un tempo in cui essere buoni non va tanto di moda. Tanto che ormai è in voga usare il termine buonista in senso dispregiativo (ma non ci avevano insegnato da piccoli che bisognava essere buoni?). Tra gli zingari c'è sicuramente qualcuno (peraltro non la maggioranza) che ha avuto problemi con la giustizia (di solito furti o ricettazioni, quasi mai reati contro la persona): ma non vorremo certo dire che nel Paese della Mafia e della Criminalità organizzata diffusa, dei morti per i sassi dai cavalcavia, della violenza sessuale tra le mura domestiche, dei sequestri e delle leggi ad hoc, beh, in questo Paese non si discriminerà certo un gruppo etnico perché "contiene" dei delinquenti.
E allora perché tanto accanimento contro gli zingari? Sicuramente perché c'è bisogno di un capro espiatorio: non me la posso prendere con la criminalità organizzata che gestisce gli appalti, né col politico corrotto che intasca le tangenti, quindi mi sfogo con lo zingaro poveraccio. Ma non solo: la verità è che tutto questo può avvenire perché non li consideriamo fin in fondo uguali a noi.
Infatti, se solo una volta provassimo a metterci nei "loro" panni, a pensare a quei bambini come fossero nostri figli, le cose cambierebbero: non staremmo più nella pelle di fronte a tante assurdità.
"Un mondo a parte" è il titolo di un film sull'apartheid in Sudafrica che una ventina d'anni fa ha colpito una generazione di giovani nati e cresciuti in un Paese libero e democratico come il nostro e che ha contribuito a spingerli ad impegnarsi perché questa assurdità così lontana terminasse. Allora non avrei mai creduto che anni dopo quello stesso titolo potesse descrivere una realtà italiana.