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ROMANAE ANTIQUITATES

La storia di un museo archeologico nato all'interno del carcere di Rebibbia

Autore: Luigi Di Mauro
Media: Stefano Abbadessa Mercanti


Romanae Antiquitates è il nome di una raccolta di oggetti archeologici provenienti da uno scavo che la Soprintendenza Archeologica di Roma ha realizzato tra il 2001 e il 2003 all'interno dell'Istituto penitenziario di Rebibbia Nuovo Complesso. Lo scavo ha portato alla luce una cisterna e due necropoli che risalgono ad un periodo compreso tra il I e il VI sec. d.C. I pochi corredi tombali ritrovati erano formati per la maggior parte da oggetti in ceramica e in vetro. Nella necropoli è stato trovata anche una discarica, da cui provengono i materiali esposti: si tratta di frammenti di vario tipo, tra cui anfore da vino e da olio, ceramica da fuoco (per la cottura dei cibi) e ceramica da mensa (per il consumo di cibi e bevande).

L'allestimento è stato realizzato all'interno di uno dei corridoi che fungono da ingresso all'Istituto Penitenziario. Nello spazio che ospita la collezione sono stati collocati anche dei pannelli informativi che raccontano la storia del territorio di Rebibbia dall'epoca preistorica a quella contemporanea. Le teche e i supporti per i pannelli sono stati realizzati dalla falegnameria del penitenziario; le pareti del corridoio sono state affrescate dall'artista Vincenzo Montini con una decorazione liberamente ispirata alle pitture di epoca romana. Nel 2004 la Provincia di Roma ha finanziato un corso di formazione per "Assistenti di scavo archeologico e manutentori di aree verdi" rivolto a dieci detenuti su progetto di Lillo Di Mauro e realizzato dalla Cooperativa Cecilia in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica di Roma e con Eccom che ha curato il percorso didattico e tenuto la direzione scientifica . Al termine del corso si è deciso di intraprendere il restauro dei materiali provenienti dallo scavo allo scopo di realizzare un allestimento museale. Al progetto di musealizzazione dei reperti, finanziato dalla Direzione dell'Amministrazione Penitenziaria, con la direzione didattica di Cristina Da Milano della ECCOM archeologi, restauratori e architetti con i detenuti che hanno frequentato il corso di formazione hanno realizzato il restauro dei reperti e i supporti per l'inserimento nelle teche, nonché la stesura dei testi e la creazione dei pannelli didattici con la supervisione Paola Filippini della Soprintendenza di Roma.

Romanae Antiquitate è un percorso dell'anima. E' un modo di partecipare al piacere della ricerca delle proprie radici, alla storia dell'uomo che a volte appare imprendibile come il suono o la voce. Nella cella laboratorio chiusa da sbarre d'acciaio che rompono la luce e il cuore, dove sale l'eco di lamenti di uomini soli, gli innumerevoli frammenti dei reperti intrisi di sudore antico che al tatto evapora si ricompongono ed evocano la storia del luogo dove sorge il penitenziario che invade e taglia l'atmosfera. Il viso attento al lavoro e alla scoperta dell'uomo recluso curioso e attonito di fronte alla forma che fa assumere agli innumerevoli frammenti senza nome. Nelle sue mani forme si rincorrono, vociano, si ricompongono in un catino, un'anfora, un'olla o un'unguentario incrostato di oli evaporati. Forme che sbocciano come corolle e diventano occasione di riscatto, di libertà dell'anima e del cuore. E' come raccogliere da terra un granello e trovare un diamante nella mano, un processo alchemico che trasforma il pensiero, il desiderio, il sogno. E' in quel frammento che rimanda il sorriso audace di un guerriero saldo su gambe divaricate con i frutti maturi del sesso che spingono l'armatura come il ramo carico spinge verso il cielo; è qui che c'è il museo, la mia idea di recupero intrisa di dolcezza, di passione, d'attenzione alle emozioni. Il mio intimo desiderio di sottolineare sempre l'eleganza e la bellezza. Il museo recluso è un tenace tentativo d'invadere di luce magica i tetri spazi delle galere fisiche e mentali, la voglia di purificare e nobilitare l'uomo per essergli vicino in una comunione lirica che offre petali carichi d'aromi. Romanae antiquitate lascia addosso segni che impigliano come ragnatele, fanno rabbrividire di emozione come i soffi di impollinazioni leggere. I reperti sono oggetti che appartenevano a schiavi, oggi a distanza di millenni sono stati ricomposti da uomini detenuti che in questo lavoro, pur non sapendo dire bene perché, si rispecchiano e si raccontano come in un pezzo di prosa. La mia idea progettuale intende raccontare la storia dell'uomo in una forma nuova, dove la parola è più tiepida, scivola via dal piano della scrittura e della narrazione, per assumere un carattere che rappresenta subito con poche scaglie giochi complessi di senso e di suono: ricostruire un hortus conclusus presso il museo della Civiltà Romana, corsi professionali per operai specializzati in scavi archeologici, il museo, la ricostruzione dell'antico percorso della Francigena da Radicofani a Roma sono una messa in luce di energie sotterranee un modo di stupire e di stupirmi.

Il visitatore di Romanae antiquitate come del giardino romano non è che un testimone, uno che sta in presenza di un avvenimento d'amore e che fa di un banale e squallido camminamento/corridoio di carcere o di un cortile in disuso, un museo, un luogo colorato d'immagini e suoni. Sono percorsi che rappresentano per me e per tutti quelli che ci lavorano, un modo di ripercorrere itinerari, che già ci hanno visto e ancora ci vedono in carcere a fianco di chi soffre libertà negate, tesi al sogno anche quando tutto appare avaro e tempestoso. Credo sia bello e salutare visitare questi luoghi, non lo dico per compiacermi, ma so che vi si può trovare qualcosa che annichilisce e fa smarrire per la lucidità dimostrativa di fatti e conseguenze, un nitore che toglie alla verità delle cose il suo peso, lo rende subito estetica lo porta su livelli temperati e acuti del piacere perché riflette il mio, il nostro modo di essere e operare con tutti i limiti che ovviamente questo comporta. Cosi io vedo questo lavoro unico nel suo genere in Italia e in Europa un lavoro dove recupero del patrimonio artistico e recupero delle persone che compiono reato appartengono allo stesso disegno per un mondo migliore.

 

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