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A CASA VERSO L'AUTONOMIA

Un progetto della cooperativa Arca di Noè

Autore: Manuela Fine e Igor Mariottini
Media: Manuela Fine e Igor Mariottini


La redazione di Sguardi.info grazie alla collaborazione della cooperativa dell'Arca di Noè, e in particolare alla disponibilità dell'educatore Carlo Pinnone, ha incontrato alcuni componenti della comunità marocchina originaria del Krakra, una regione nell'entroterra marocchino, che da quasi trent'anni si è stabilita nel quartiere Quadraro a Roma per motivi di lavoro.
In realtà la comunità non risiede a Roma in maniera permanente, quasi tutti gli uomini tornano periodicamente in Marocco dove vivono i figli più piccoli e le donne.
Infatti si tratta di una comunità di soli uomini che principalmente lavorano come venditori di libri nelle bancarelle. Oltre agli adulti ci sono i ragazzi che arrivano a Roma verso i 12 anni per lavorare insieme ai genitori, pur continuando in molti casi gli studi. E' proprio a loro che si rivolge il progetto "A casa verso l'autonomia" ideato dall'Arca di Noè.
Rivolgiamo quindi alcune domande a Carlo Pinnone per capire meglio gli obiettivi del progetto.


Sig. Piccone, quando e come nasce il progetto "A casa verso l'autonomia"?
Ufficialmente il progetto nasce nel 2004. Per capire al meglio il contesto e le problematiche in cui ha preso forma e si è sviluppato è opportuno tornare indietro al 2000, quando all'interno del VI Municipio del Comune di Roma si cominciano a registrare alcune richieste d'istituzionalizzazione per minori.
Per "Istituzionalizzazione di minori" s'intende l'inserimento del minore in strutture quali Case Famiglia o Istituti che provvedono direttamente alle necessità primarie del ragazzo, nel nostro caso parlando del VI Municipio, alcuni ragazzi furono ospitati alla "Città dei ragazzi". L'esperimento ebbe successo. Da quel momento in Municipio si cominciarono a registrare numerose richieste, così tante da indurre Ilaria Schiaffino, Assistente Sociale del VI Municipio, a proporre un bando per la realizzazione di un progetto che proponesse un'alternativa all'istituzionalizzazione di questi ragazzi, evitando in questo modo l'abbandono della famiglia che il trasferimento in istituto comporta. Come Cooperativa Arca di Noè abbiamo partecipato al bando del VI Municipio con il progetto "A casa verso l'autonomia" ponendo l'accento proprio sull'importanza del "restare", elemento fondamentale che avrebbe permesso a noi educatori e alla nostra mediatrice culturale Zineb Traiki di creare un vero e proprio "momento educativo". Il Municipio ha ritenuto valido il nostro piano di lavoro e dopo circa tre anni, eccoci qui a discuterne.
Che tipo di servizio avete svolto?
Nel sociale generalmente tendiamo a dividere questo tipo di interventi in due grandi fasce, la prima, racchiude tutti quei " servizi" che possiamo definire ad "alta soglia": per alta soglia s'intende tutti i servizi sociali difficilmente raggiungibili, pensiamo ad esempio al Consultorio per i minori o al Centro Assistenza Fiscale (CAF). La seconda, detta anche a "bassa soglia" permette di offrire ai ragazzi dei servizi facilmente raggiungibili, e agli operatori e agli educatori la possibilità di muoversi direttamente sul campo per creare una vera e propria "educazione di strada".
In queste situazioni credo sia fondamentale la sinergia istituzionale. Era importante chiedersi cosa potevamo fare per questi ragazzi, da soli, come educatori e operatori certamente facevamo già molto, siamo riusciti ad assisterli in tutta una serie di situazioni importanti e delicate; penso in particolare alla necessità di vaccinarsi, al rinnovo del permesso di soggiorno, solo per ricordarne alcune, ma era chiaro che avevamo bisogno dell'appoggio di altre istituzioni. Un grande aiuto in questo senso è arrivato dall'Istituto Salesiano Don Bosco che ha permesso a questi ragazzi di apprendere un mestiere che potrà certamente rivelarsi fondamentale nel corso della loro vita.
I ragazzi come hanno recepito il vostro lavoro?
All'inizio c'era molta diffidenza. È normale credo, il primo incontro con alcuni di loro è avvenuto a scuola, una struttura ingombrante, incapace di creare un rapporto diretto tra noi e i ragazzi; a scuola i giovani marocchini erano diventati un po' il capo espiatorio di ogni piccolo conflitto all'interno della classe.
Incontrandoci per la prima volta nell'ambito scolastico eravamo diventati quasi i "complici" di chi li discriminava, e giustamente si chiedevano cosa volevamo da loro.
Una volta usciti da scuola le cose cominciarono ad andare meglio. Il rapporto personale paga, passo dopo passo, siamo riusciti a costruire un rapporto paritetico; parlavamo di noi, di quello che facevamo, di come viviamo, parlavamo di calcio ad esempio; così, lentamente siamo riusciti a staccarci da quanto la scuola aveva fatto fino a quel momento e a trovare una nuova e più efficace strada per costruire un rapporto diretto. Parallelamente abbiamo cercato d'intraprendere un percorso d'integrazione che partisse dalla fiducia.
La loro comunità è molto chiusa e in questo senso l'attività sportiva (tornei di calcetto, nuoto) ci ha aiutati a creare importanti momenti d'incontro. Certamente non abbiamo risolto tutti i problemi, ma dal 2004 a oggi molte cose sono cambiate.
Come si evolverà nel futuro il progetto?
Questo è sicuramente uno dei nodi più delicati. L'intero settore, parlo del sociale, necessita continuamente di nuovi fondi per portare avanti in maniera adeguata le iniziative esistenti e le future. Attualmente abbiamo ripensato il nostro progetto iniziale come una sorta di continuo del lavoro svolto sino ad ora, una trasformazione in corsa che ci permetta di continuare a seguire i ragazzi con degli interventi mirati in determinati periodi dell'anno; penso in particolare al mese di settembre per l'iscrizione a scuola o alla fine dell'anno, periodo delicato per il rinnovo del permesso di soggiorno.
Il progetto è stato consegnato alla Provincia di Roma, ma come puoi facilmente immaginare i tempi d'attesa sono lunghi. Nel frattempo continuiamo a fare il possibile con tutti li limiti e le potenzialità a nostra disposizione.


Continuando nella nostra passeggiata per le vie del Quadraro, abbiamo incontrato la "parte adulta" di questa comunità, persone che vivono a Roma da oramai più di vent'anni e che senza troppi giri di parole ci dicono: «il Quadraro ci ha scelti, non siamo stati noi a scegliere "lui. Viviamo qui da quando siamo a Roma, saranno almeno venticinque anni. Voi non conoscevate il Quadraro?Beh, perché mai dovevate venire qui?».
Nella frastagliata disposizione che assumono le case in questo quartiere, loro ci raccontano di come la città in questi anni è in fondo rimasta la stessa, delle difficoltà che s'incontrano nel mondo del lavoro soprattutto se si è stranieri.
Con loro abbiamo parlato della rivolta delle Banlieu parigine, di comel'Italia e la Francia affrontano in maniera diversa il problema dell'immigrazione, uno di loro ci dice: «Se nasci in Francia hai di diritto la cittadinanza e se sei disoccupato hai diritto al sussidio per la disoccupazione mentre in Italia no; ma è chiaro, parliamo di due paese diversi».
Spendono volentieri qualche parola anche sulla Spagna, luogo di transito durante i loro viaggi verso il Marocco, del rapido cambiamento nel dopo Franco.
Aggiungono qualche breve considerazione sulle "Obras" , i lavori in corso disseminati lungo tutta la costa meridionale:«Il paese era molto cambiato dopo la morte di Franco, la differenza la potevi vedere anno dopo anno. Prima trovavi strade sterrate e vecchi edifici, ora, come per magia, cantieri e lavoro in corso ovunque, da Malaga ad Alicante passando per la Catalogna».
Gli chiediamo se durante i loro soggiorni in Marocco continuano a lavorare; ci rispondono che generalmente preferiscono riposare, ma questo, evidentemente non è sempre possibile perché a volte servono più soldi.



Dopo aver parlato un po'con gli adulti della comunità decidiamo di passeggiare per il quartiere in cerca dei ragazzi più giovani.
Alcuni accetano di parlare con noi altri invece restano in silenzio osservando incuriosioti quello che succede.
La prima cosa che notiamo è l'abbigliamento alla moda, sembrano identici ai loro coetani romani; tra loro c'è anche qualcuno che parla con l'intercalare tipico della capitale, ed è interessante vedere come riescano a passare da una lingua all'altra a seconda che si rivolgano a noi o ai propri connazionali.
C'è un duplice desiderio: quello di integrarsi con la società che li ospita e quello di mantenere salda la cultura delle proprie origini.
Tutti amano il Marocco e tutti ci raccontano che è bello tornare nella regione del Krakra dopo aver lavorato per diversi mesi qui a Roma; allo stesso tempo tutti dicono di trovarsi bene al Quadraro.
A differenza degli adulti che principalmente vendono libri sulle bancarelle, i ragazzi iniziano ad apprendere nuove professioni, molti infatti seguono i corsi per diventare elettricista organizzati dall'Istituto dei Salesiani Don Bosco. Questo perché, come ci spiegano, dà loro maggiori opportunutà di lavoro in Italia, ma anche in Marocco se scegliessero di tornare nel Krakra.
Yousef invece ha seguito un corso per diventare pizzaiolo e ci racconta di aver lavorato in un ristorante.
Gli chiediamo allora: Cosa ti piacerebbe fare in futuro?
Ci risponde: « Magari, come mi ha detto Carlo, potrei aprire una pizzeria in Marocco, o sistemarmi e lavorare qui». Mentre parla sorride spesso; il suo viso, come quello delle altre persone con cui abbiamo avuto modo di parlare, è solare, mette di buon umore.
Come passi la tua giornata?
La mattina vado a lavoro, non ho un orario fisso, apro quando ho voglia. Il pomeriggio invece vado a caricare i libri oppure esco un po'.
Il lavoro è la cosa di cui parlano più spesso e per alcuni i sogni hanno già lasciato il posto alla realtà che deve essere presa così come viene.
Chiedo a T. : Da bambino quando eri in Marocco, prima che arrivassi in Italia, cosa avresti voluto fare da grande?
Lui, con un saggezza inaspettata per i suoi sedici anni, mi risponde: « Beh, sai, quando si è bambini si sognano tante cose ma poi bisogna vedere com'è la realtà, le cose possibili e le cose impossibili e comportarsi di conseguenza ».
Forse grazie anche al progetto dell'Arca di Noè questi ragazzi riescono a credere un po' di più nelle proprie potenzialità.
Carlo ci presenta poi il più piccolo della comunità, R.
Come va a scuola?
Bene, faccio la seconda media.
Vai d'accordo con i compagni?
Sì, sì.
Stai bene qui?
Sì, conosco tutti, sono come fratelli per me, e come stare in Marocco.



Dalle domande che facciamo, riusciamo a capire che i rapporto all'interno della comunità sono buoni, i ragazzi sono seguiti.
La mancanza delle donne però ostacola l'integrazione con gli italiani. Allora chiediamo di nuovo a Youssef : come mai non ci sono donne della vostra terra qui?
Lui ci risonde: « Io non vorrei mai che mia madre venisse qui, perché comunque per noi è un mondo complicato ».
Come biasimarlo. Ci sono case al Quadraro in cui vivono più di 15 marocchini e non sempre in condizioni facili.
Però le difficoltà, per quanto riguarda i ragazzi, vanno ricercate anche nello nostre scuole che, spesso, non creano dei punti di contatto all'interno delle classi per permettere l'integrazione di chi proviene da culture diverse, come ci hanno spiegato gli educatori.
Allora l'auspicio è che questa comunità riesca a vivere in condizioni migliori, abitando in case dignitose, pagando un affitto adeguato al tipo di abitazione, ricevendo una giusta assistenza burocratica. Mentre per i ragazzi italiani ci auguriamo che possano conoscere nuove tradizioni senza doverle recepire sempre come "le usanze dello straniero".

 

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