Una bambina in una strada di Roma, che piange.
E' il 24 marzo 1944. Le S.S. portano via suo nonno
insieme ad altre persone verso quello che più tardi
sarà denominato "l'eccidio delle Fosse
Ardeatine".
Aveva undici anni quando si aggrappò alle gambe di
suo nonno, legato ed incolonnato dalla polizia nazista sotto
il comando di Kappler. E quando un mitra la puntò
sul viso.
Non aveva paura di loro, voleva solamente suo nonno.
Un prete, urlando, si mise tra di loro, disse in tedesco
che era solo una bambina, una bambina che voleva suo nonno.
Il militare abbassò l'arma, si voltò
e la colonna ripartì, densa di vite alla deriva,
diretta alle cave sulla via Ardeatina, lasciando una bambina
piangente sul bordo di una strada.
Non so come ma il nonno tornò.
Quella bambina era mia madre.
Ho
voluto iniziare raccontando una microstoria familiare perché
parlare delle Fosse Ardeatine, per noi romani, é
raccontare la storia vissuta dai nostri genitori e dai nostri
nonni ed io, ogni volta che visito il mausoleo, non posso
prescindere da questa immagine che mi accompagna sin dall'infanzia,
materializzata attraverso il racconto di mia madre.
La storia è nota. Il 23 marzo 1944 un gruppo di partigiani
diede atto, in via Rasella, ad un attentato contro un reparto
armato delle S.S.. Morirono 33 tedeschi e ci furono molti
feriti. Hitler intimò la fucilazione di dieci italiani
per ogni tedesco ucciso.
Fucilarono all'interno delle cave 335 persone: alcuni
esponenti della Resistenza romana, altri rastrellati per
caso ed altri ancora soltanto perché ebrei. Comunque
tutti estranei all'azione di via Rasella.
I corpi vennero occultati facendo esplodere delle mine che
aprirono la volta della cava.
Oggi
possiamo ancora vedere questa lacerazione del terreno, rafforzata
da un progetto inaugurato nel 1949 e firmato dagli architetti
Giuseppe Perugini, Mario Fiorentini e Nello Aprile che,
insieme, idearono il Sacrario delle Fosse Ardeatine.
Un progetto semplice e severo che comprende il Mausoleo
e le grotte dell'eccidio. Nel piazzale esterno svetta
il gruppo scultoreo dei Martiri di Francesco Coccia e la
cancellata d'entrata é di Mirko Basaldella.
Il mausoleo é una grande aula dove sono raccolte le
salme in una sequenza di bare replicate, equidistanti e
parallele a loro stesse; in un buio tagliato da una lama
di luce che illumina il vuoto tra loro e il grande masso
rettangolare (misura 50x25 metri) di cemento armato in un
unico blocco che sovrasta il tutto come un'immensa
pietra tombale. Simbolicamente vuole rappresentare l'oppressione
della tirannia nazista e l'occultamento dei cadaveri
perpetrato in questo luogo. L'immenso peso degli orrori
dell'umanità non lascia scampo se non per quel
sottile raggio di luce che filtra tutto intorno.
La
semplicità del progetto é la sua forza espressiva
più intensa. Gli interventi realizzati nelle gallerie
sono solo alcune pareti di massi tufacei ed alcuni pilastri
necessari per sostenere i due grandi squarci prodotti dalle
mine. Quasi sempre l'architettura prende forza più
dal sottrarre che dall'aggiungere.
Un'interessante opera di architettura per una pagina
della nostra storia.