Eduardo
Chillida è considerato uno dei più grandi
scultori del novecento. Le sue opere sono sparse per il
mondo, ma in un angolo della Spagna, nei paesi baschi -vicino
a San Sebastian, sua città natale- c'e' un museo
a lui dedicato che raccoglie molte delle sue creazioni,
in un'esposizione a cielo aperto, su un terreno di sua proprietà,
che ha coronato un desiderio dell'artista.
La mia visita, come architetto, è orientata a conoscere
questo parco-museo e ad analizzare dal punto di vista paesaggistico
l'integrazione tra le sculture, intese come materializzazione
della personalità di Chillida, con l'ambiente. Quindi
non è mia intenzione esprimere alcun giudizio sull'opera
dell'artista.
Prima
di tutto vorrei illustrare la personalità dell'uomo
e, credo, che queste sue frasi possano riassumere i concetti
essenziali dell'intera sua vita d'artista:
"Sono uno di quelli che ritengono, per me è
molto importante, che noi esseri umani apparteniamo sempre
a qualche luogo. L'ideale e' essere ed avere le radici in
un luogo ma, contemporaneamente, penso che le nostre braccia
devono stringere il mondo intero e che qualsiasi cultura
é perfetta per colui che riesce ad adattarcisi. Io
nel mio paese basco mi sento al mio posto, come un albero
adeguato al suo territorio. Un albero sul suo terreno ma
con le braccia rivolte al mondo intero. Tento di realizzare
l'opera di un uomo, la mia. Poiché sono io, quest'opera
avrà sfumature particolari, una luce nera, che però
è anche la nostra."
Negli ultimi anni della sua vita aveva il grande desiderio
di realizzare quella che sarebbe dovuta essere la sua massima
opera lasciata all'umanità. Voleva creare all'interno
di una montagna, sull'isola di Fuerteventura, un grande
spazio dove tutti gli uomini di qualsiasi nazionalità,
razza e credo, si sarebbero sentiti uguali di fronte all'immensità
dello spazio. L'artista che ha modellato l'argilla, il ferro,
l'alabastro, il cemento, la carta e molte pietre desiderava,
per ultimo, modellare lo "spazio" dove far vivere
in uguaglianza l'umanità. Un desiderio che è
contemporaneamente immersione totale nell'espressività
dell'uomo e visione politica dell'esistenza.
Un desiderio naufragato tra le polemiche, le paure e le
incertezze di una società che spesso dimostra di
non essere adeguata alle grandi idee. Chillida, simbolicamente,
voleva dare un suo contributo all'unione spirituale dei
popoli. Ognuno con la propria cultura e il proprio carattere
ma, anche, con la volontà di amare le diversità
degli altri. Un altro sogno, questa volta pero' realizzato,
era quello di creare uno spazio dove esporre in maniera
permanente le sue opere.
Così nel 1984 Eduardo Chillida e sua moglie
Pilar Belzunce comprarono a 10 chilometri da San Sebastian
(Spagna), ad Hernani, la fattoria Zabalaga, risalente
al 1543. Nasce così il Museo Chillida
Leku, un parco dove oggi ci sono faggi, querce
e magnolie e che accoglie circa 40 sculture, collocate
in modo da essere toccate e vissute come in un luogo
pubblico. Insieme all'architetto Joaquìn Montero,
l'artista ha restaurato l'edificio in rovina della
vecchia azienda agricola per realizzarci un luogo
dove tenere le opere durante la fase di ossidazione
del materiale: oggi, quest'edificio, contiene le opere
piu' piccole ed è un'affascinante ambiente
fatto di vecchie mura, belle strutture lignee a vista
e un'unitaria visione dello spazio.
Il parco
espone le opere in modo esaustivo dal punto di vista museale
ma, secondo me, non riesce a prendere forza come luogo di
fusione tra arte e natura. Le sculture disseminate sul prato,
intense ed evocative, le ho percepite come oggetti isolati.
Trovo che il luogo non riesca ad essere altrettanto intenso
come le opere che espone. Il senso dell'infinito qui
si materializza, perde il significato simbolico che, invece,
alcune sue opere riescono a mantenere in altre collocazioni.
Una scultura che guarda l'oceano, diventa essa stessa
elemento di un paesaggio che l'occhio umano non riesce
a delimitare. E la visione dell'uomo e dell'artista
trova, in ciò, la sua massima espressione. Invece
questo luogo, che dovrebbe rappresentare metaforicamente
l'universo dell'uomo Chillida e quindi il suo desiderio
di dialogo con l'immensità dello spazio, rimane delimitato
da materiali recinzioni che si contrappongono alla poetica
stessa dell'autore e le piantumazioni si percepiscono come
presenze casuali.
Gli elementi
principali del museo sono le sculture che l'artista ha voluto
come assolute protagoniste; scelta comprensibile ma, credo,
che il luogo espositivo all'aperto avrebbe dovuto rispecchiare
di più la poetica espressività dell'artista.
Come lui stesso afferma, ogni uomo appartiene ad un luogo
e la sua visione del mondo dipende dalle proprie radici.
Da questo parco, io visitatore, non riesco a percepire la
volontà dell'artista di aprirsi al mondo. Comunque,
é un interessante esempio di museo all'aperto e più
che altro è il più esaustivo modo di "incontrare"
la ricchezza poetica e la complessività espressiva
di uno dei grandi scultori del '900.