Quando
si percorre la pianura Pontina, con le sue strade parallele
e la terra piatta tagliata dai canali d’irrigazione
della bonifica, specie nei giorni d’estate quando
l’afa la fa da padrona e la vista all’orizzonte
perde la sua fissità, le parole di Sant’Agostino
tornano alla mente pensando a tutte quelle persone che dal
XV secolo hanno perduto la loro vita a causa di questo territorio
malarico: “… l’uomo si porta dentro
la sua precarietà, la testimonianza del suo peccato
e della Tua volontà di resistere ai superbi, e che
tuttavia, piccola parte della Tua creazione, vuol celebrare
le Tue lodi. Sei Tu che susciti in lui questo desiderio,
perché Tu ci hai fatti per Te e il nostro cuore non
ha pace finché non riposa in Te.”
Credo che in ogni contadino che nell’ultimo secolo
ha lavorato queste terre, ci sia incosciamente una parte
del pensiero che Agostino d’Ippona ha illustrato nelle
sue Confessioni e che la nostra cultura ci ha tramandato
per secoli. Migliaia sono stati i morti nell'ultima bonifica
e soltanto con la rassegnata consapevolezza di essere totalmente
affidati a Dio ed al suo volere hanno potuto accettare di
rischiare la propria vita.
Arrivare
a Ninfa attraverso questo territorio che la Cassa del Mezzogiorno
voleva trasformare in un distretto industriale, in parte
riuscito e in parte costellato da industrie oggi abbandonate
ed alcune in grave crisi produttiva, è un tuffo improvviso
in una condizione onirica dell’esistenza, densa di
un profondo senso romantico della morte. Il giardino di
Ninfa nasce in una città morta, da secoli. Il territorio
intorno è brullo e difficile: da una parte i monti
Lepini aridi e pietrosi con Norma che si affaccia da una
terrazza naturale a guardare la pianura sottostante e dall’altra
la terra piatta e monotona.
Come architetto, oggi, mi domando che senso abbia realizzare
un giardino di questo tipo in un territorio che sembra rifiutarlo
in ogni momento del volgere del sole. Oggi l’architetto-paesaggista
cerca di interpretare l’anima del luogo, va alla ricerca
della sua essenza, accettando anche la durezza e la violenza
che un territorio esprime e attraverso la sua identità
elabora e idea un “nuovo” Luogo.
Quando si percorre il giardino, attraverso le vecchie mura
di questa città estinta ci si immerge nel desiderio
di Gelasio Caetani, che negli anni venti del 1900 iniziò
il restauro di Ninfa e volle dare inizio al giardino che
noi oggi possiamo ammirare. Già allora il concetto
realizzativo di questo giardino si poteva considerare legato
al passato, piu’ ottocentesco che contemporaneo ai
futuristi. Più legato ad un ideale romantico dell’esistenza
che a un vigore attivo e intraprendente in voga a quei tempi.
Nel mio lavoro di creativo domando spesso a me stesso se
sia sbagliato assecondare i nostri desideri, i nostri sogni
per restare legati alle forme espressive del tempo in cui
viviamo. Per forza di cose siamo sempre figli del nostro
tempo, le nostre scelte dipendono dal mondo che ci circonda
e da questo ne siamo influenzati. Ritengo, però,
che si debba prima di tutto cercare l’intensità
emotiva e, quindi, arrivare alla forma espressiva.
Nel mio lavoro, di solito, lascio che l’istinto vada
avanti da solo.
Ed è così che mi sono abbandonato in questo
giardino tra ruscelli e piante di varia natura. La tenuta
di Ninfa si estende su 114 ettari di cui sette a giardino
e un’oasi di protezione di 1852 ettari. Le sorgenti
erogano nei periodi di magra 700 litri di acqua al secondo
fino ad un massimo di 2000 che, dopo la creazione della
diga, hanno dato vita ad un lago di 12000 mq. di superficie.
L’umidità raggiunge l’85 per cento e
la temperatura varia dai 0°C (quasi mai li raggiunge)
invernali e i 36 estivi. Inoltre i monti Lepini proteggono
la zona dai freddi venti invernali. Questa è la condizione
climatica che ha permesso la fusione in un unicum straordinario
di tante specie vegetali diverse e di essere, oggi, uno
dei giardini più apprezzati e amati d’Italia.
Descrivere le piante che lo compongono mi sembra inutile
in questo contesto. Credo che Ninfa vada amata nella sua
interezza, nelle sue continue variazioni, nello sbocciare
di un fiore mentre un'altro muore. Nell'emozione di assistere
alla sopraffazione della natura sull'attività umana
che si deteriora nel tempo, nello scoprire un affresco su
di una parte sovrastata dall'edera. Ninfa è il nostro
passato e il giardino è il presente di ognuno di
noi. Un guardare oltre la siepe e decidere di non oltrepassarla
mai. La vista non arriva mai oltre il recinto, l'universo
rimane chiuso, delimitato dai confini labili della natura.