Karin Andersen: "nina"
L'umanesimo contiene in sé la visione d'incompletezza dell'uomo. Il completamento viene cercato attraverso la cultura (che ci differenzia dal mondo animale).
La crisi dell'Umanesimo e la susseguente caduta antropocentrica ha dato vita, secondo alcuni filosofi contemporanei, al postumanesimo che si prefigge di ritrovare la totalità nell'ibridazione uomo/macchina e uomo/animale. Tuttavia per altri filosofi il postumanesimo non contiene realmente la perdita della centralità umana. Judith Halberstam ed Ira Livingstom ritengono che "il corpo postumano sia l'epicentro di cambiamenti epistemici pervasivi". Secondo Katherine Hayles (How we become postuman) le concezioni cibernetiche e tecno-ottimistiche non escono dalla dualità corpo-mente della tradizione razionalistica occidentale, la ripropongono anzi come trascendenza tecnologica.
Karin Andersen destabilizza la centralità umana con dualità che sono ibridazioni inedite come quella animale/macchina dei topolini-mouse.
La Andersen si discosta inoltre dal concetto di "mostrificazione" dato dall'angoscia tecno-fobica.
I multiversi o le nicchie spazio-temporali di surrealtà contengono una serenità ed un equilibrio formale da implicare un'accettazione delle realtà altre. E', quella di Karin Andersen, una surrealtà che stupisce e meraviglia e ci racconta di un reale che è un unicum con la fantasia; un reale polimorfo in cui le diversità si fondono senza creare turbamento.
Per il filosofo Sergio Givone la paura della mostrificazione è segno in realtà della nostra incapacità di rapportarci "all'uomo umano", alla vera natura umana: la creazione di un feticcio a nostra immagine e somiglianza per non guardare realmente nella nostra anima, liberandoci dal fardello dei sentimenti e delle complicazioni morali ed etiche.
L'universo di Karin Andersen è un limbo di sogno che attraversa trasversalmente la nostra realtà.
L'intercapedine spazio-temporale in cui si riversa un doppio esistenziale stravolto e distorto nelle sue regole genetiche, è indagata dall'autrice con gli occhi indifferenti di chi ha perso i parametri per giudicare la normalità.
"E se fosse la diversità l'assoluta normalità? Sono l'ombra jungiana o golem d'argilla?"