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SACRO BOSCO

Bomarzo

Autore: Diego Angeloni
Media: Diego Angeloni


Sfingi dedicate all'Imperatore Augusto; i volti degli Dei Saturno, Giano e Fauno; l'enorme testa di Proteo-Glauco sormontata dal globo terrestre che sostiene un castello; e poi la lotta fra i giganti Ercole e Caco, ancora Pegaso e la tartaruga e il ninfeo, il teatro e l'elefante sormontato da una torre, l'orco, i draghi e la casa pendente che disorienta l'equilibrio.
Sono questi i mostri di Bomarzo, enormi massi di peperino fatti scolpire dal Principe Orsini come gesto d'amore e che solo fino alla metà del XVI secolo erano informi rocce affioranti dal terreno.
La maestria di scultori e scalpellini tuttora sconosciuti, hanno trasformato questa boscaglia in un luogo di grandi suggestioni emotive e sensoriali.

Quello di cui non ci si rende conto vagando per il bosco è il forte intervento esercitato dall'uomo. In questo ambiente così naturale le rocce sono state scalpellinate, picconate, modellate, lisciate ed infine colorate; il terreno è stato plasmato artificialmente, sono stati tracciati sentieri; livellamenti e terrazzamenti hanno articolato l'andamento naturale del terreno. Eppure tutto appare armonico, al suo posto, come se un movimento tellurico avesse fatto affiorare dal terreno l'orco e l'elefante piuttosto che delle pietre primordiali.
Ci si inerpica per ripide salite, si discendono gradini scavati nel terreno e nella roccia, si percorrono sentieri alberati ma ci si ritrova continuamente in slarghi in cui la maestosa vegetazione lascia inesorabilmente spazio a quegli interrogativi e a quell'ebbrezza che le creature inanimate, ma straordinariamente vive, ci impongono di provare. Si percorre il Sacro Bosco come se si stesse passeggiando in un qualsiasi bosco dove ci si aspetta di imbattersi nella spirale di un serpente, nel salto di un cervo, in un insetto dalla forma bizzarra e luminescente oppure in una roccia che la natura ha plasmato e che ci richiama alla mente un animale, anche solo accennato, ma che proprio il non compiuto delle forme, come una scultura cubista, ci da il senso del movimento. Qui nel Sacro Bosco però lo stupore è prolungato perché non è mediato dalla rapidità del movimento o dallo scatto felino ma è tutto immobile, immutabilmente se stesso, fin quando non si percepisce il movimento dei

rami, il fruscio delle foglie, il rumore della cascata che si scontra con il ruscello, la luce del sole che filtra attraverso gli alberi e fa vibrare il terreno: allora sì che ogni cosa si anima e la casualità e l'imprevisto ci pervadono in pieno. Sono stato a Bomarzo in un giorno piovoso d'autunno. In questa stagione i rossi e i gialli della variegata vegetazione, resi più intensi e luminosi dalla pioggia, si impastano; le macchie multicolore si fondono riservandoci delle variazioni cromatiche inaspettate. Le forme antropomorfe e zoomorfe delle rocce si mimetizzano e le sensazioni di sospensione e levità al momento della scoperta si moltiplicano. Se non lasciamo che la pioggia freni il desiderio di scoprire, il bagnato sarà solo un flebile ricordo rispetto alla sensazione di fusione e perfetta armonia che quelle fastidiose, ma provvidenziali gocce d'acqua, avranno contribuito a creare.
La costruzione del Sacro Bosco inizia nel Cinquecento quando la regola suggeriva ben altre scelte paesaggistiche; l'ordine, la simmetria, le visuali prospettiche erano dei dettami consolidati. Anticipando il Barocco, a Bomarzo esplode l'asimmetria, il naturalistico, il caos e l'irrazionale, tutte componenti che non ci inducono ad uno stato di calma e placida ammirazione per il bello.
L'armonia che si avverte nel Bosco Sacro non è solo nella vista, come nei giardini rinascimentali, ma è in tutto il corpo e coinvolge tutti i sensi. E' di appartenenza ad un mondo selvaggio in cui l'intervento dell'uomo è appena percepibile.

 

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