Sfingi
dedicate all'Imperatore Augusto; i volti degli Dei
Saturno, Giano e Fauno; l'enorme testa di Proteo-Glauco
sormontata dal globo terrestre che sostiene un castello;
e poi la lotta fra i giganti Ercole e Caco, ancora Pegaso
e la tartaruga e il ninfeo, il teatro e l'elefante
sormontato da una torre, l'orco, i draghi e la casa
pendente che disorienta l'equilibrio.
Sono questi i mostri di Bomarzo, enormi massi di peperino
fatti scolpire dal Principe Orsini come gesto d'amore
e che solo fino alla metà del XVI secolo erano informi
rocce affioranti dal terreno.
La maestria di scultori e scalpellini tuttora sconosciuti,
hanno trasformato questa boscaglia in un luogo di grandi
suggestioni emotive e sensoriali.
Quello
di cui non ci si rende conto vagando per il bosco
è il forte intervento esercitato dall'uomo.
In questo ambiente così naturale le rocce
sono state scalpellinate, picconate, modellate,
lisciate ed infine colorate; il terreno è
stato plasmato artificialmente, sono stati tracciati
sentieri; livellamenti e terrazzamenti hanno articolato
l'andamento naturale del terreno. Eppure tutto
appare armonico, al suo posto, come se un movimento
tellurico avesse fatto affiorare dal terreno l'orco
e l'elefante piuttosto che delle pietre primordiali.
Ci si inerpica per ripide salite, si discendono
gradini scavati nel terreno e nella roccia, si percorrono
sentieri alberati ma ci si ritrova continuamente
in slarghi in cui la maestosa vegetazione lascia
inesorabilmente spazio a quegli interrogativi e
a quell'ebbrezza che le creature inanimate,
ma straordinariamente vive, ci impongono di provare.
Si percorre il Sacro Bosco come se si stesse passeggiando
in un qualsiasi bosco dove ci si aspetta di imbattersi
nella spirale di un serpente, nel salto di un cervo,
in un insetto dalla forma bizzarra e luminescente
oppure in una roccia che la natura ha plasmato e
che ci richiama alla mente un animale, anche solo
accennato, ma che proprio il non compiuto delle
forme, come una scultura cubista, ci da il senso
del movimento. Qui nel Sacro Bosco però lo
stupore è prolungato perché non è
mediato dalla rapidità del movimento o dallo
scatto felino ma è tutto immobile, immutabilmente
se stesso, fin quando non si percepisce il movimento
dei
rami,
il fruscio delle foglie, il rumore della cascata
che si scontra con il ruscello, la luce del sole
che filtra attraverso gli alberi e fa vibrare il
terreno: allora sì che ogni cosa si anima
e la casualità e l'imprevisto ci pervadono
in pieno. Sono
stato a Bomarzo in un giorno piovoso d'autunno.
In questa stagione i rossi e i gialli della variegata
vegetazione, resi più intensi e luminosi
dalla pioggia, si impastano; le macchie multicolore
si fondono riservandoci delle variazioni cromatiche
inaspettate. Le forme antropomorfe e zoomorfe delle
rocce si mimetizzano e le sensazioni di sospensione
e levità al momento della scoperta si moltiplicano.
Se non lasciamo che la pioggia freni il desiderio
di scoprire, il bagnato sarà solo un flebile
ricordo rispetto alla sensazione di fusione e perfetta
armonia che quelle fastidiose, ma provvidenziali
gocce d'acqua, avranno contribuito a creare.
La costruzione del Sacro Bosco inizia nel Cinquecento
quando la regola suggeriva ben altre scelte paesaggistiche;
l'ordine, la simmetria, le visuali prospettiche
erano dei dettami consolidati. Anticipando il Barocco,
a Bomarzo esplode l'asimmetria, il naturalistico,
il caos e l'irrazionale, tutte componenti
che non ci inducono ad uno stato di calma e placida
ammirazione per il bello.
L'armonia che si avverte nel Bosco Sacro non
è solo nella vista, come nei giardini rinascimentali,
ma è in tutto il corpo e coinvolge tutti
i sensi. E' di appartenenza ad un mondo selvaggio
in cui l'intervento dell'uomo è
appena percepibile.