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GLI ACQUEDOTTI ROMANI

Tracciati nella Campagna Romana

Autore: Diego Angeloni
Media: Diego Angeloni


Per tutto il periodo di massimo splendore, durante gli otto secoli dell'età repubblicana e imperiale, Roma non fu eguagliata da nessun'altra potenza per quel che riguarda l'approvvigionamento idrico. La costruzione di arcate monumentali che si stagliavano su tutto il territorio a sud dell'Urbe, l'innalzamento di grandi ponti a guado di fiumi e strade, nonché tutte le opere di servizio come piscine limarie, castelletti, mostre e semplici fontane consentirono che un fiume d'acqua potabile, incanalato alla sorgente, arrivasse direttamente nel centro cittadino ad alimentare la grandezza della Roma imperiale. Christian Norberg-Schulz, nel libro Genius Loci, afferma: "Anche l'acqua può essere "edificata", dandole la definizione precisa di elemento partecipe di un paesaggio culturale,."; così i romani, "edificarono" l'acqua rendendola una componente fondamentale del loro stile di vita.
Grazie agli undici acquedotti che arrivavano in città, poterono essere costruiti grandi complessi termali sparsi tra il centro cittadino e le zone limitrofe; vennero realizzati laghi artificiali circondati da terrazze, portici e peristili scenografici per adornare i grandiosi giardini imperiali; e poi, grazie all'enorme disponibilità d'acqua, si costruirono ninfei arricchiti da statue e stucchi decorativi e ancora stabilimenti balneari e un numero incalcolabile di vasche e fontane disseminate lungo le strade e nelle piazze, per soddisfare le esigenze quotidiane della popolazione che non poteva permettersi l'acqua all'interno delle case.

L'abbondanza di acqua era tale, che permise nella campagna lo sviluppo di un susseguirsi di palazzi, residenze padronali, giardini pensili, terme private e splendide residenze patrizie; ma, allo stesso tempo, anche di semplici residenze legate all'imprenditoria agricola. L'immagine della campagna non era, dunque, come potremmo immaginare, costituita soltanto da un succedersi di campi, vigneti, frutteti e di zone lasciate a pascolo; la componente agraria certo non mancava, ma ad essa si affiancavano emergenze architettoniche che la rendevano un susseguirsi di episodi estremamente vari. La maestosità retorica che percepiamo oggi non era certo avvertita nella Roma antica, gli acquedotti non erano infatti isolati in un paesaggio desolato e deserto; le coltivazioni rigogliose, le zone boscose e le grandiose ville, rendevano il paesaggio armonico, privo di forti contrasti tettonici e brulicante di vita.
E se le ville patrizie erano rivestite di marmi preziosi, gli stessi acquedotti avevano una tattilità materica che li rendeva vibranti di sfumature, tante quanti erano i materiali utilizzati per la loro costruzione: il tufo, il travertino, la selce, il mattone costituivano la struttura delle arcate, mentre il cocciopesto era utilizzato per rendere impermeabili le pareti dei canali di scorrimento dell'acqua. In particolare, il tufo sta a testimoniare l'origine vulcanica del territorio romano, che si riflette sulle arcate degli acquedotti dipinte dai colori terrosi, rese stridule dalle varie tonalità dell'ocra che diventano di un dorato accecante quando il sole romano le trasforma in un'unica fascia luminosa.
I contrasti, dunque, non erano così netti come li percepiamo oggi. Bisogna considerare, infatti, che la componente archeologica instaura un legame profondo con quella ambientale, tanto che questi due aspetti, risulterebbero, oggi, incomprensibili se analizzati singolarmente. Se si leggono gli acquedotti come elementi continui nel paesaggio della Campagna Romana, come riferimenti spaziali ed architettonici, non si può non tener conto che essi erano immersi in una natura rigogliosa. E dunque, nell'antichità, il territorio attorno a Roma era costellato da molti riferimenti visivi; tenendo presente che possono essere riferimenti anche gli elementi vegetazionali -un albero secolare, una macchia di verde che s'insinua tra il costruito o un rilievo montuoso- non solo, quindi, gli episodi architettonici. Quando, però, in un'area, seppur vasta, tali episodi prevalenti diventano molti, diminuisce il loro significato, tendendo piuttosto a formare un "tessuto" riconoscibile solo nel suo insieme.
Tanto più il tessuto è fitto minore sarà la possibilità di estrapolare un elemento che costituisca una matrice visiva. Solo nel caso in cui due entità vicine si differenzino l'una dall'altra per altezza o dimensione, allora il concetto di riferimento si rafforza e si palesa. Ma è anche possibile che soltanto tra due o più elementi attigui si stabilisca una forte armonia, un perfetto equilibrio tra le parti, per cui, insieme, costituiscono un "micro-tessuto". Seguendo questa logica ci si rende conto di quanto la campagna fosse fitta di elementi dominanti. Le ville patrizie costituivano dei tessuti preminenti non solo nella loro parte abitata, ma prendendo in esame anche il parco che le circondava e tutti gli edifici secondari sparsi nel verde. Allo stesso modo, analizzando gli acquedotti, non solo relativamente alle arcate ma anche alle piscine limarie, ai castelletti, alle mostre terminali, essi si configurano come degli organismi compatti, come dei veri e propri tessuti che segnano il territorio.
Tornando al concetto di "riferimento", vediamo come la conformazione odierna della campagna, in cui i resti degli acquedotti sono prevalenti, fa sì che tale principio muti e si rafforzi. I ruderi, seppur talvolta maestosi, delle ville, sono secondari rispetto alle monumentali arcate che si stagliano su un paesaggio spoglio, fatto di poche coltivazioni e di verde antropizzato. Ciò che oggi fa di esse un riferimento visivo è il contrasto con l'espansione mediocre della città, che con i suoi palazzi crea un distacco stridente e nostalgico. Contemporaneamente, però, perdono valore i "tracciati" individuati dagli acquedotti, un tempo estremamente forti perché regolari, dalla forma integra e continua, oggi ridotti a forme incomplete ed isolate che l'occhio non può percorrere fino al loro stadio conclusivo.
A prevalere oggi è lo scorcio paesaggistico, gli antichi acquedotti sono, infatti, il più delle volte osservati da lontano, dalla ferrovia o dalle strade a scorrimento veloce che, li fanno apparire come degli ostacoli all'unitarietà del territorio. Avvicinandosi, però, si riscopre la permeabilità, il continuum che si instaura tra una parte e l'altra del breve tratto di natura conservata nelle loro immediate prossimità. E allora, quei ruderi, quegli ammassi di tufo giustapposti e modellati secondo una forma compiuta, rivelano la loro imponenza. Infatti, osservando da vicino i tratti conservati degli acquedotti, la vista si perde, l'occhio non ne percepisce il limite e il punto d'arrivo; la "direttrice" non è più spazialmente una barriera e il concetto di riferimento riacquista tutta la sua pregnanza di significato. Ancora un altro aspetto emerge e, anzi, si manifesta palesemente: è quello della tridimensionalità.
Ad una distanza di pochi metri l'acquedotto non è più un fondale prospettico, una striscia continua che nasconde tutto ciò che c'è dietro, ma è una massa con un suo spessore, una sua profondità, una sua consistenza materica e plastica. Le arcate non appaiono come dei contorni lineari, come delle cornici sul mondo parallelo che le lambisce sul lato opposto, ma diventano un cannocchiale prospettico, un largo passaggio che demarca un confine con ciò che c'è oltre ma che, allo stesso tempo, lo unisce per similitudine di forme e colori. Il solo luogo racchiuso da ogni arcata e dai vuoti laterali delimita uno spazio, un ambiente in se raccolto e definito. Gli acquedotti risultano, così, dei grandi vuoti cui è stata adattata una cornice intorno; degli ambienti legati a tutta l'architettura romana, dominata da un senso di monumentalità e sovradimensionamento.


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