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NOSTRA SIGNORA DEL SUFFRAGIO E S. AGOSTINO DI CANTERBURY

Progetto di Carlo Berarducci - Roma 1992/1999

Autore: Giammaria Maffi
Media: Stefano Abbadessa Mercanti


Complesso parrocchiale di
Nostra Signora del Suffragio e S. Agostino di Canterbury" 1992-1999
Via Walter Tobagi, 133
Località: Torre Maura
Comune di Roma.
Mq: 2.800;
Mc: 15.000.
Incarico del Vicariato di Roma. Opera Romana per la preservazione della fede e la provvista di nuove chiese in Roma
Consacrazione: Cardinale Vicario Camillo Ruini, 10 Aprile 1999
progetto: Carlo Berarducci
strutture: Antonio Michetti Una chiesa riconoscibile come tale. Questo il motivo ispiratore del progetto.
La riconoscibilità della sacralità." Carlo Berarducci

Avvicinarsi alla verità di un luogo, poterne cogliere tutta la sua complessa realtà e rafforzarla con il disegno di nuovi spazi; al tempo stesso invocarne la trascendenza e spiritualità attraverso la qualità di forme nuove. Con in mente questa istanza di sempre per l'architettura, proviamo a commentare un'opera d'edilizia sacra. Il complesso parrocchiale costruito a Roma tra il 1995 ed il 1999, in località Torre Maura, un quartiere situato lungo la consolare Via Casilina, è il frutto dell'esperienza accademica maturata dall'architetto Carlo Berarducci nell'ambito della progettazione.
Già nella prima fase d'elaborazione del tema, due sono state le qualità di partenza del luogo che hanno animato l'iter compositivo: la sua conformazione e la sua storia. Da un lato la presenza di alcune tracce di opere civili e fortificazioni militari sparse nel territorio urbano circostante, è stata oggetto di riflessione per il progettista. Dall'altro lato le caratteristiche del sito - posto lungo un dislivello di circa 18m -, e la sua ubicazione in una parte suburbana di città, che hanno reso più impegnativa la sintesi progettuale, dovendo far conciliare esigenze pratiche di distribuzione delle funzioni, con la necessità di trovare un disegno in grado di ricucire e risignificare un lembo di città.

Questo rapporto dinamico tra sito e edificio, fa sì che il suolo, una volta suggerita la forma all'architettura, venga da essa rimodellato: il complesso così risolve il problema del salto di quota distribuendo a vari livelli le diverse funzioni, tutte inquadrate però in un'unica forma prospettica. Grande artefice di ciò è l'edificio detto delle Opere, perché adibito alle attività della comunità, che si distende per 90 metri con una larghezza di appena 10 metri, a mo' di nastro, un "corridore" che ortogonalmente alla strada principale d'accesso taglia e al tempo stesso sbarra il lotto.
La sua appartenenza al luogo è evidente. L'organismo architettonico appare come una massa compatta, un muro asciutto, senza decori fuorché i tagli funzionali delle bucature ed il disegno del mattone a faccia vista, uno ostacolo allo sguardo che, se non avvisato, difficilmente potrebbe intuire l'evento plastico dell'aula comunitaria, che si erge alle sue spalle. Aggirando la struttura lineare dal punto più basso, s'incontra la lunga scalinata esterna che anima la salita verso il sagrato, cadenzata da una processione di pilastri lineari, i quali creano una tale profondità di chiaroscuro, da negare alla parete retrostante di apparire in superficie. Questo ritmo verticale, forte e inesorabile, si permette di fare da sottofondo plastico alla visione stereometrica dell'articolata massa che costituisce l'aula chiesastica, il cui modellato si pone anch'esso indiscutibilmente in maniera solida, quasi fosse una natura morta di Cezanne, impostata sulla forma del cubo e del cilindro. Inscritta in un quadrato di 27 metri di lato, la pianta della chiesa è a tipologia centrale a croce greca, quindi con i bracci ortogonali tra loro uguali, di larghezza pari ad un terzo del quadrato di base, mentre ai quattro angoli d'intersezione, c'è l'innesto d'altrettanti volumi cilindrici che dilatano, lo spazio centrale, sormontato da una gran copertura orizzontale, carenata al centro, che ribatte a sua volta il motivo della croce. Le testate dei quattro bracci sono invece dei volumi innalzati su tutto, che in prospetto si mostrano come vere e proprie torri compatte e svettanti, mentre dietro sono caratterizzate da delle vetrate che le trasformano in una sorta di canons a lumière per far calare dall'alto la luce all'interno dello spazio sacro.

Questa integrazione prospettica dei due organismi fa risaltare le geometrie semplici, ma potenti, di entrambi, rivolgendosi in modo autorevole al quartiere e alla campagna attraverso un dialogo a distanza, che se da un lato ribatte la forza e la bellezza dell'architettura contemporanea "meditata", dall'altro rafforza l'eco delle preesistenze romane, una sorta d'invito a fermarsi e contemplare.

E qui il gioco si fa sottile nei rimandi tra l'antico e il moderno: l'uso del laterizio in forma strutturale ed estetica, la successione degli architravi che si rapporta con il ritmo dato dagli archi ancora in piedi degli acquedotti antichi, memoria di un segno territoriale forte, anch'esso costretto a superare i notevoli dislivelli e salti di quota del territorio. Inoltre si assiste al gareggiare tra le altezze delle moderne torri di luce della chiesa e quelle delle antiche torri d'avvistamento; oppure si riecheggiano i segni delle travi di legno lasciati sulle antiche murature, attraverso bucature quadrate 10x10 che perforano la massa muraria, animandola di raggi di luce attraverso i diffusori satinati.
Pochi quindi i riferimenti stilistici, scelti solo per trasmettere un'immagine potentemente statica, aggrappata in parte al suolo e in parte al cielo. L'apparato murario con tutto quel laterizio chiaro sembra un guscio di noce, un pericarpo di litchi che riveste la bianca polpa interna, una sorta di protezione degli spazi ricreativi, meditativi e celebrativi, ma soprattutto dell'intimità del luogo. L'opera però non si limita solo a incarnare i valori dello spirito - quello creativo dell'Eterno e quello costruttivo dell'architetto artefice: al tempo stesso la stereometria esibita delle masse fissa l'architettura alla verità del suo spazio locale, all'attualità storica che rappresenta.


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