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L'ARCHITETTURA COME METAFORA

Museo Ebraico a Berlino

Autore: Diego Angeloni
Media: by courtesy of Jewish Museum


Il punto di forza del Museo Ebraico di Berlino progettato da Daniel Libeskind, sta nella volontà di rendere immediatamente chiaro il messaggio che l'architetto si fa carico di comunicarci; attraverso il ricorso all'allegoria l'edificio stesso, con la sua teatrale contorsione di volumi, con i suoi spigoli taglienti, sta lì come monito verso le generazioni future. Tale forza catalizzatrice delle coscienze attira un afflusso di pubblico senza precedenti. Quando il museo venne inaugurato era completamente vuoto, gli allestimenti non erano pronti e quindi non c'erano opere esposte al suo interno; ma il museo da solo, con i suoi studiati percorsi di dolore e poi di purificazione, con i suoi colpi di scena patetici e tragici, fu sufficiente, più di qualsiasi allestimento, a far "rivivere" la tragedia dell'Olocausto alle migliaia di persone paganti per vedere un museo vuoto.
Il museo si presenta interamente rivestito di zinco e alluminio, ha la forma di una stella di David deformata, un andamento planimetrico a zig-zag simbolo di un percorso accidentato. Non finestre ma feritoie lunghe e strette, squarci informi privi di logica apparente che ne segnano, come cicatrici, la pelle. Ferite solo apparentemente prive di logica, nella simbologia adottata dall'architetto, richiamano «tracce topografiche di luoghi della città, dove gli ebrei vivevano e che sono stati cancellati». È in realtà un insieme di segni incomprensibili ai più, che delineano semplicemente una trama inquietante. L'edificio è una struttura racchiusa in sé, introversa, non ha un'entrata diretta dall'esterno.

L'ingresso principale si trova nel vecchio museo. Si entra, attraverso una scala si scende un piano sotto terra, poi, bisogna salire di nuovo. Così, l'edificio preesistente dall'impianto ottocentesco, costituisce un tutt'uno con l'ampliamento solo nel piano interrato, denunciando fuori terra l'anomala indipendenza visiva dei due edifici. Il vecchio museo assume la funzione di luogo preparatorio e di attesa prima di avventurarsi in quel percorso di purificazione che costituisce l'accesso al museo vero e proprio. Il piano interrato, segnato dal passaggio dalla luce naturale, alla luce fredda e netta dei neon, dà accesso a tre percorsi e costituisce il luogo di smistamento alle varie sezioni dell'edificio. I tre percorsi simboleggiano i diversi destini del popolo ebraico. Uno dei tre porta al giardino di E.T.A. Hoffmann, che simboleggia l'esilio, un altro, alla scala, che rappresenta la continuità della storia del popolo ebraico. Il terzo percorso indirizza alla Torre dell'Olocausto.
Il giardino è come scavato nel terreno e la sua forma quadrata è sottolineata da un alto muro in cemento armato che indica la condizione di prigionia a cui gli ebrei in esilio furono loro malgrado costretti. Il piano di calpestio è inclinato di sei gradi per esprimere il disagio dell'esiliato in terra straniera.

All'interno del recinto una selva di pilastri è coronata da alberi che rappresentano la speranza di un ritorno in patria. Un altro percorso porta alla Torre dell'Olocausto, l'unico edificio del museo non utilizzato per le mostre, destinato a rimanere come drammatico monito. Si entra attraverso una porta d' acciaio spessa e pesante, che immette in uno spazio trapezoidale alto quasi trenta metri, completamente vuoto e buio, l'unica sorgente di luce è una piccola feritoia in un angolo del soffitto; le pareti e il pavimento sono in cemento armato e non c'è nessun tipo di climatizzazione. I rumori attutiti dell'esterno creano una condizione di inquietudine. Il terzo percorso conduce alla scala di accesso ai vari piani del museo. Si tratta di una scala rettilinea che si arrampica in un unico vano scala che porta alle sale espositive disposte sui tre piani dell'edificio. Questo percorso è interrotto bruscamente da un muro. Lo stretto e alto vano della scala è trafitto da un intrico di travi di diverse dimensioni e disposte diagonalmente che drammatizzano lo spazio.
Ogni dettaglio è studiato per provocare la sensazione di instabilità, di "fastidio"; i corrimano della scala sono frammentati; i pilastri sono sottili schegge di cemento armato; le finestre proseguono con i loro tagli sui soffitti e sui pavimenti degli ambienti; l'intersezione di questo intrigo di linee e superfici vetrate fa si che grandi porzioni di cemento rimangano sospese, galleggianti nel vuoto in un equilibrio precario. La spezzata che dà forma al museo è attraversato da una linea retta, questa compenetrazione planimetrica e spaziale determina sei vuoti di forma trapezoidale, in corrispondenza dei quali si interrompe il percorso museàle. Il vuoto simbolizza l'assenza di milioni di vite provocata nel popolo ebraico dopo l'Olocausto.
Un'architettura costruita attorno alla simbologia è innegabilmente un'opera direttamente legata al pathos, all'enfasi arbitraria; è un'architettura quasi didattica che "accompagna" lo spettatore attraverso dei registri narrativi che lo sollecitano a provare un certo tipo di sensazioni, forzate da espedienti architettonici. E spesso l'architettura che ne esce fuori è talmente carica di suggestioni tragiche, di squarci inquietanti o fisicamente destabilizzanti da risultare pedantemente sentenziosa o peggio ancora gratuita e demagogica. Ma il progetto di Libeskind ha dalla sua parte una coerenza progettuale che guida ogni scelta formale, dalla struttura al dettaglio, coinvolgendo ogni parte dell'edificio e che rende il museo una grande macchina scenica al servizio delle menti meno accorte. Il suo scopo è di non dimenticare l'Olocausto e tale obiettivo è raggiunto, anche a costo di esagerare con forzate analogie.


Approfondimenti
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DANIEL LIBESKIND

Architetto

Nasce in Polonia nel 1946, figlio di due deportati ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti.
Studia pianoforte in


 

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