Dopo numerosi anni consacrati al restauro e alla rivalutazione dei suoi spazi, il museo dell'Orangerie riapre finalmente le porte al pubblico, per ospitare al meglio le sue due collezioni più importanti: la serie delle Ninfee di Monet e la collezione Paul Guillame.
Costruito nel 1852 dall'architetto F. Bourgeois e concluso dall'architetto Ludovico Visconti, il museo dell'Orangerie non nasce come museo, ma come spazio annesso al più celebre giardino delle Tuilerie, per proteggere durante l'inverno, gli agrumi presenti nel parco.
Nel 1921 lo spazio venne destinato al Musèe du Luxembourg, come luogo deputato all'arte moderna assieme al museo Musèe Jeu de Paume.
Qui, su proposta di G. Clemenceau, Monet decise di installare la grande collezione murale delle Ninfee, alla quale l'artista lavorava fin dal 1914 e la cui presentazione e dono ufficiale ai Francesi, era prevista per il 1918.
È importante sottolineare che l'apertura del museo dell'Orangerie non avvenne in quell'anno, ma nel maggio del 1927, a un anno di distanza dalla morte di Monet.
Il tempo necessario all'apertura del museo fu impiegato per studiare l'allestimento. Sia il gusto Art Decò che Monet stesso influenzarono il progetto dell'architetto Lefevre, incaricato di seguire i lavori.
In principio fu allestito un solo livello, di cui una buona parte venne lasciata alle opere di Monet e la restante destinata a galleria/esposizione.
Grazie a questo restauro l'edificio vive di una nuova concezione degli spazi ed è permeato da una diverso uso della luce: tutto il piano terra d'accesso al museo, dedicato alla collezione delle Ninfee, e il piano interrato occupato dalla collezione Paul Guillame.
Per poter comprendere al meglio il Ciclo delle Ninfee di Monet, bisogna sicuramente prendere in considerazione il periodo in cui l'artista visse e il momento in cui creò il suo giardino-laboratorio a Giverny. Questo era un luogo idilliaco, nel quale aveva creato un bacino artificiale, fonte di ispirazione artistica, da cui nascono più di trecento opere, e fra queste, una quarantina di grandi dimensioni, come quelle presentate all'Orangerie.
In queste tele il maestro dell'impressionismo coglie l'occasione per mostrare una profondità di concezione, una libertà creatrice, e una delicatissima mescolanza di differenti caratteri storici legati all'arte occidentale.
Queste quaranta opere a grande scala culminano con il ciclo delle Ninfee dell' Orangerie; é fortissimo il contrasto tra queste e il giardino che l'artista stesso aveva costruito, che con il tempo si trasformò, in un vero e proprio laboratorio di ricerca estetica.
E questo luogo che ancora oggi può essere « confuso » con un dipinto, ha la capacità di poter cambiare d'aspetto secondo le ore della giornata e secondo le stagioni.
Ed é proprio qui che le caratteristiche della pittura di Monet possono essere ritrovate: il gusto per l'illimitatezza, per l'aleatorietà, il tempo che passa e fugge nonchè la perfetta e naturale fusione tra oggetti e soggetti, che dalla realtà si fondono sulla tela. Il tutto avviene grazie a un forte ed efficace trait d'union: la luce sottoforma di bagliori, di ombre non più nere, ma leggermente colorate, di nuvole e riflessi. Un vero e proprio spettacolo, dove la mano dell'artista si confonde con quella della natura, uno scenario a cui lo spettatore non può sottrarsi e la sensazione che si prova, guardando queste ninfee sconfinate, é quella di immersione totale nell'opera e nella natura.
Ed é la luce che rende materia il colore, che appiattisce la terza dimensione, sensazione resa ancora più forte dalla mancanza di cornici per le opere stesse. Il colore a tratti si fonde nella natura, rendendo più effimera e fugace la lettura dell'opera.
In effetti, Monet stesso aveva immaginato nel suo grande progetto di realizzare un insieme panoramico, che raggruppasse tutti i soggetti in un unicum, con un effetto di continuità spaziale e temporale. Unità spaziale resa ancor più forte se si considera che le pareti dove sono collocate queste opere, hanno un andamento ovale, forma in grado di accogliere i visitatori e al tempo stesso far perdere la cognizione spaziale del finito per condurci verso l'infinito.