Un
elegante skyline di tre enormi strutture, che sembrano fluttuare
nell’aria, appare nel verde della collina alberata
di Villa Glori tra il quartiere Flaminio e la collina dei
Parioli.
La città della musica di Roma va a colmare un vuoto
urbano dando l’impressione di essere un elemento della
città presente da sempre.
Progetto romano e solo romano. Difficilmente un’architettura
si fonde così pienamente con una città, con
un territorio.
Il progetto ha previsto, oltre alla realizzazione delle
sale da concerto, la creazione di una collina artificiale
da destinare ad area verde, interna alla struttura stessa,
con un sottostante parcheggio.
Il nuovo parco realizzato, esteso circa tre ettari con quattrocento
nuove piantumazioni, é diventato naturale prosecuzione
della vicina Villa Glori.
Quando si é nella cavea, che fa da perno alle tre
sale a forma di scarabeo e ad un grande basamento rivestito
con mattoni a “faccia vista” che include gli
ambienti a servizio della struttura, si ha la sensazione
di essere in una interpretazione del concetto di “agorà”,
così già ben espresso in questa città.
Tre sale da concerto: una da 2700 posti realizzata a terrazzamenti
dedicata alla musica sinfonica, una da 1200 posti e una
da 700 posti. Il tutto é progettato per essere a
servizio della musica: le tre sale, realizzate con una struttura
in legno lamellare e acciaio, rivestita all’esterno
con lastre di piombo e all’interno in legno di ciliegio,
sono concepite come delle immense casse armoniche.
Stare
nella sala maggiore dà la sensazione di trovarsi
all’interno di un violino.
La volontà dell’amministrazione comunale era,
innanzi tutto, quella di ridare alla città, dopo
la distruzione dell’Augusteo avvenuta nel lontano
1935, un auditorium di proprietà pubblica e di notevole
prestigio.
La scelta di questa localizzazione fu dettata principalmente
da due circostanze: il bisogno di un terreno particolarmente
esteso non eccessivamente lontano dal centro città
e l’esigenza di colmare un vuoto urbano che divideva
due quartieri.
L’intento di metterli in relazione non sembra, però,
ancora realizzato pienamente. I Parioli con Piazza Euclide
appaiono lontani, staccati dalla vita nuova creatasi vicino
e così anche il quartiere Flaminio, con le vicine
strutture sportive progettate da Nervi.
Finiti i concerti la gente migra al parcheggio adiacente,
lasciando il luogo scarno della propria identità.
Roma é splendida ma, estendendosi sempre di più
nelle periferie, perde forza e vigore nella sua identità.
A volte, come lampi nel buio, dei segni indicano nuove apparizioni
nel tessuto urbano. Però se queste singolarità
non riescono a diventare elementi vivi di un processo urbano
evoluto si può rischiare di perdere anche il nuovo
valore acquisito.
E’ questa la sensazione che si ha visitando la città
della musica, un’isola in un oceano urbano.
Un progetto che si fonde con la morfologia del territorio
e con il carattere intrinseco della città ma privo
delle interconnesioni con l’entità urbana precostituita.
L’urbanistica fa le città più della
buona architettura.
Le città sono fatte di legami, di comunicazioni,
di flussi che si incrociano tra di loro, si mescolano e
danno vita ad “eventi”. Qui le energie, come
dei campi magnetici, le passano accanto, la sfiorano ma
non riescono ad attraversarla.
E la sera, quando le luci dell’ultimo concerto si
spengono e il pubblico va via, la grande cavea centrale
da “piazza” della Città della musica,
dietro la cancellata chiusa, diventa solo uno spazio vuoto
e solitario.