Agli inizi degli anni sessanta Yacef Saadi, ex combattente nella guerra d'indipendenza algerina e membro dell'F.L.N. (Fronte di Liberazione Nazionale) è in Italia per cercare un coproduttore e un regista, per un film sull'indipendenza algerina. Negli stessi anni, Gillo Pontecorvo e Franco Solinas sono impegnati nella stesura di Parà, un progetto sulle lotte per l'indipendenza dell'Algeria che dovrebbe avvalersi di una coproduzione con gli Stati Uniti.
Saltata la coproduzione con gli americani, Pontecorvo e Solinas decidono di rivolgersi ad Antonio Musu della Igor Film di Roma, che insieme allo stesso Saadi per la Casbah Film di Algeri, diverrà uno dei produttori del film.
La sceneggiatura conoscerà ben cinque stesure (l'iniziale testo presentato da Saadi a Pontecorvo fu accantonato dallo stesso regista) prima di trovare nel 1965 la sua forma definitiva, con il titolo La Battaglia di Algeri.
Si è discusso e scritto tanto sulla coralità di questo film e sulla ricerca da parte dell'autore, di nascondere la moltitudine delle voci del popolo algerino, nei movimenti e nelle azioni di questo giovane "non-personaggio" La Pointe, che scopre se stesso nel momento in cui prende coscienza delle condizioni di vita del proprio popolo.
Il suo essere non-personaggio, ma un "catalizzatore", permette a Pontecorvo di rinunciare a qualsiasi tipo d'intreccio, affidandosi completamente a questi per il progredire degli eventi e creando quella mirabile miscela di reportage-documentario-inchiesta giornalistica, che probabilmente è il tratto più distintivo e se vogliamo originale, dell'intera pellicola. Il regista pisano utilizza tutta la frammentarietà e "l'imperfezione" dell'immagine giornalistica, per creare una sorta di work in progress per le strade della capitale algerina, dove il rifiuto per l'armonia compositiva è prima di tutto scelta etica, una cosciente e rigorosa rinuncia verso la drammatizzazione che obbliga lo spettatore ad una continua riformulazione di significati.
Le sequenze che ci mostrano la violenza per le strade di Algeri, sono contrapposte alle scene in cui i guerriglieri algerini sono torturati dalle milizie francesi.
È importante sottolineare questo aspetto, perché La Battaglia di Algeri è anche un film sulla violenza.
I luoghi che ci vengono presentati - sia la Casbah con le viuzze strette che Pontecorvo ci fa abbracciare con delle stupende panoramiche o le strade della città, che percorriamo camera in spalla o gli interni delle ville francesi ad Algeri (vedi la celeberrima Villa Sesini) - detengono una propria e inalienabile ferocia. Questo rapporto violenza-luogo, ci permette di focalizzare al meglio e di individuare anche chi compie queste azioni; è uno spaventoso triangolo senza vertice che unisce il chi il come e il dove. La "villa" fuori città diventa quasi un toponimo della violenza contemporanea, come non pensare ai racconti e alle immagini della terribile Villa Grimaldi a Santiago del Cile e non risulta certamente impossibile trovare anche in questi giorni, nuovi e più calzanti esempi.
Pontecorvo dà inizio al film proprio con la tortura, l'unica "arma" in grado di poter annientare in profondità l'universo simbolico umano e questa sequenza, che diventa una vera e propria dissezione sulla violenza colonialista, ci viene a rammentare in maniera insinuante che tutto questo, nasce e si sviluppa con una spaventosa razionalità.
Cercare di comprendere la rigorosità con cui Pontecorvo gira queste sequenze è fondamentale per arrivare a questo tipo di considerazione, non c'è niente di irrazionale nella tortura, sembra dirci il regista, tutto è severamente disciplinato, solo l'utilizzo della musica (La passione secondo Matteo di Bach) introduce un elemento di rottura con l'ambiente circostante, un'ancora di salvataggio per lo spettatore, quasi una nostalgia per la pienezza dei valori umani.
La breve conferenza stampa che il colonnello Mathieu tiene nella seconda parte del film, si lega indissolubilmente alle sequenze d'apertura; la Francia non può certamente rinunciare all'Algeria e per raggiungere questo obbiettivo tutto è lecito, l'importante come dice il colonnello è accettarne le "necessarie conseguenze".
Se abbiamo visto che la tortura e la sua conseguente negazione appartengono evidentemente alla classe militare (con il visibile bene placido della classe dirigente) diverso e sicuramente più ambiguo, risulta essere il discorso su quanto accade per le vie di Algeri.
Può apparire terribile ma c'è qualcosa di "tremendamente umano" nei linciaggi che i coloni francesi compiono contro la popolazione locale. Pontecorvo ci porta in un mondo fatto di torture, di case predisposte per umiliare i prigionieri, ma la sua macchina da presa, riesce sempre a cogliere l'importante differenza che va a separare queste due forme di violenza.
Se come detto in precedenza, la villa fuori città è il luogo prescelto per le torture militari e per la crudeltà scientificamente programmata, monopolio su cui prosperano tutti i stati coloniali; la strada ospita qualcosa di evidentemente meno programmato e razionale. Nei linciaggi dei coloni è manifesta tutta l'irrazionalità e lo spavento creati dagli attentanti, ma questa umana irrazionalità, che porta i coloni francesi a scagliarsi contro i civili algerini non è essa stessa figlia del colonialismo?
La differenza tra quella che potremmo definire violenza di piazza e violenza riposta (le torture) si rintraccia nelle modalità e nelle intenzioni. Le disordinate e violente reazioni dei coloni non possono essere assolutamente avvicinate a quanto accade all'interno di Villa Sesini, dove il pensiero razionale ha un unico scopo: annientare l'uomo.
Le straordinarie sequenze in cui le donne algerine portano le bombe nei locali frequentati dai coloni, ci mostrano che il colonialismo è riuscito a creare un vero e proprio ecosistema della violenza, mettendo gli esseri umani gli uni contro gli altri e non lasciando loro altra soluzione che combattersi reciprocamente.
È sicuramente questa particolareggiata ricerca all'interno dell'umana violenza, uno degli aspetti più controversi e affascinanti dell'intero film; la ricerca della verità in questo caso, porta Gillo Pontecorvo a creare sì un film corale, ma certamente non epico; un film senza personaggi ma che riesce continuamente a mettere al centro di ogni ragionamento l'uomo stesso (particolare di non poca importanza!).
L'apparente estemporaneità di questo cinema è figlia di una rigorosa direzione morale e non è un caso se La Battaglia di Algeri ebbe numerosi problemi di distribuzione, soprattutto in quei paesi come la Francia e l'Inghilterra, dove il film venne bandito fino al 1971.
Gillo Pontecorvo propone una visione sicuramente diversa dell'Africa. È indicativo che in Francia il film abbia incontrato numerose resistenze. La pellicola oltre a denunciare apertamente i metodi utilizzati dall'armata francese e le scelte del ministro dell'interno Françoise Mitterand, che diede totale libertà d'azione alle forze armate, compie un gesto a nostro avviso ancora più coraggioso e importante.
Le sequenze iniziali ci mostrano La Pointe ed alcuni sui compagni nascosti dietro una finta parete. La macchina da presa si muove lentamente, sfiorando i loro volti in primo piano che vengono illuminati da una luce debole.
La morbida passeggiata della macchina da presa sui volti di queste persone, ci viene a ricordare con estrema delicatezza la grande umanità di questi individui che lottano per la propria libertà.
Il regista si ritaglia questo breve spazio non per ridare dignità a gli esclusi dalla storia (posizione che evidentemente presupporrebbe un forte squilibrio di rapporti) ma per creare, un seppur breve intenso momento d'incontro; per Pontecorvo, il cinema è un postulato sociale che deve parlare "agli altri" e non solo "degli altri", riuscendo in questa maniera ad estendere il proprio tessuto al di fuori dello schermo.
Chissà, forse sarà stata proprio l'immagine di questi volti ad elevare agli occhi dei censori, queste "comparse della storia" a esseri umani.
La luce elemento primigeneo dell'arte cinematografica, custodisce per sempre questi visi; forse agli occhi dei suoi detrattori, la grande colpa di Pontecorvo è stata proprio questa.