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RITRATTO BAROCCO, RITRATTI DEL '600 E DEL '700 NELLE RACCOLTE PRIVATE

Tivoli, Villa d'Este

4 luglio- 2 novembre 2008

Autore: By Courtesy of Ufficio Stampa Novella Mirri

Media: By Courtesy of Ufficio Stampa Novella Mirri

“Ritratto barocco”, la grande mostra dedicata al ritratto nel ‘600 e ‘700, propone dal 4 luglio al 2 novembre 2008, nella splendida cornice di Villa d’Este a Tivoli 37 opere raffiguranti papi, principi, cardinali e figure di spicco della società dell’epoca, provenienti da collezioni private, italiane ed estere.
L’esposizione, la prima d’arte antica ospitata a Villa d’Este, uno dei monumenti più visitati e prestigiosi d’Italia, capolavoro del giardino italiano e inserita nella lista UNESCO del patrimonio mondiale, è promossa dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Roma, Rieti e Viterbo ed organizzata dalla De Luca Editori d’Arte S.r.l., e presenta opere poco note, molte delle quali mai esposte al pubblico, selezionate dal curatore della mostra Francesco Petrucci, tutte di qualità elevata, rappresentative dei massimi ritrattisti attivi soprattutto a Roma in età barocca.

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Tra i capolavori esposti il ritratto di Isabella Farnese di Nicolas Régnier (Parigi, Galerie Pardo), che per la cura minuziosa del fastoso abbigliamento ricorda la preziosità delle opere di arte decorativa, il ritratto del cardinale Bernardino Spada del Guercino recentemente ritrovato (Roma, collezione Forti Bernini), un inedito ritratto di Giusto Sustermans raffigurante il cardinale Leopoldo de’ Medici, un ritratto di artista di Anton van Dyck del periodo genovese e un gentiluomo del raro ritrattista Luciano Borzone (collezione Aldega), il ritrovato ritratto del cardinale Giulio Sacchetti di Simone Cantarini, alcuni ritratti del Baciccio e di Ferdinand Voet, lo splendido ritratto di bambini detto “allegoria della musica” di Sebastiano Ceccarini, qui identificato con esponenti della casa Muti Bussi (Pesaro, Galleria Altomani), tre ritratti di Pompeo Batoni mai esposti al pubblico, tra cui quello raffigurante Edward Augustus, Duca di York che si dimostra essere la prima posa, proveniente dalla casa reale di Hannover. Conclude la mostra il capolavoro della ritrattistica di Anton Raphael Mengs, tra barocco e neoclassicismo emergente, una spettacolare posa di Clemente XIII troneggiante tra ori e damaschi, esposto nel 2005 alla mostra di Washington sulla ritrattistica papale e qui presentato in Italia per la prima volta (Spoleto, collezione privata).

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Come afferma Petrucci: “La definizione di Barocco, estesa alle manifestazioni artistiche e culturali che interessarono la penisola e in particolare Roma – suo centro di irradiazione internazionale - tra il secondo quarto del ‘600 e il terzo quarto del ‘700, può essere applicata senz’altro anche alla ritrattistica. Se il fine dell’arte barocca è quello di educare, convincere e commuovere attraverso gli strumenti della tecnica e dell’immaginazione, facendo ricorso all’allegoria e alla metafora celebrativa, i ritratti di pontefici, monarchi e principi eseguiti nel corso di due secoli rientrano appieno in tale categoria estetica”.
Petrucci poi prosegue: “Sono “ritratti monumento”, che devono eternare i personaggi in posa, destando ammirazione e nel contempo soggezione, essere un monito per chi li ammira, nell’esaltazione del prestigio e del potere assoluto di una sola classe sociale: l’aristocrazia. Ambientazioni opulente e fastose, ostentate senza alcuna remora morale, la ricchezza della materia e il gusto per il particolare decorativo, furono chiamate a collaborare al fine di esprimere le esigenze di prestigio e un potere che doveva sembrare caduto dal cielo, per volontà divina. Generazioni di blasonati rampolli atteggiati da super-uomini posarono così per specialisti della fisionomia come Rubens, Bernini, Algardi, Van Dyck, Velázquez, Maratta, Mignard, Rigaud, Batoni e Mengs, tra i protagonisti di quella stagione dell’arte occidentale che seppe meglio interpretare i desiderata della classe privilegiata”.

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E conclude sempre il curatore: “Se in architettura il berniniano Baldacchino di San Pietro (1624 – ’33) è stato definito il “manifesto” del Barocco, in scultura il gruppo di Apollo e Dafne del Bernini (1622 – ’25) viene considerato una precoce manifestazione del nuovo stile, in pittura il trionfalismo barocco trova una prima grande manifestazione nella volta di Palazzo Barberini di Pietro da Cortona (1632 – ’39). Nel campo del ritratto credo invece che il cardinale Bentivoglio di Van Dyck (Firenze, Palazzo Pitti), dipinto a Roma nel 1623, debba invece essere considerato il primo vero ritratto barocco, nella sua commistione tra naturalismo e aulica esaltazione della figura; l’aspirazione alla monumentalità e ad una superiore dignità, la fastosità dell’ambientazione con il teatrale ampio tendaggio, la colonna, le stoffe preziose e persino la brocca di fiori sul tavolo, il moto impresso dalla torsione laterale della figura alle vesti, fanno di questo capolavoro un modello per la ritrattistica cardinalizia successiva.
Tale esempio è seguito in scultura dal berniniano busto del cardinale Scipione Borghese del 1632, eroica e nel contempo vitalissima rappresentazione di un principe di Santa Romana Chiesa. Seguiranno sulla scia del “ritratto ideale” i busti di Francesco I d’Este e Luigi XIV, che sublimano il personaggio nello stesso eloquio solenne, patetico ed eroico nel contempo.
L’artista che forse seppe meglio illustrare ed esaltare il fasto e la superiorità dell’aristocrazia, il suo senso del gusto e di raffinata eleganza, l’aura di distanza irraggiungibile, sia nei portamenti che nel decoro dei lussuosi abiti, fu Anton Van Dyck, prima nelle opere genovesi e poi soprattutto in quelle realizzate durante il lungo soggiorno inglese. Superbi esempi di ritratto celebrativo sono la scenografica parata collettiva dei conti di Pembrocke e il ritratto equestre di Maurizio di Savoia, veri e propri monumenti pittorici che travalicano i tempi.
Soltanto Batoni oltre un secolo dopo riuscì a rievocare tale fasto, esaltato dalle inimitabili ambientazioni nella Roma dei Cesari con cui le gloriose effigi dei “milordi” dialogavano, quasi come una sfida all’eternità.
Scriveva il poeta Marino “è del poeta il fin la maraviglia” e persino i ritratti degli artisti sembrano improntati a tale principio nell’epoca dello stupore. Ne è un esempio all’insegna della spettacolarità il ritratto di Mario de’ Fiori eseguito da Morandi (Ariccia, Palazzo Chigi), ove il pittore si volta stupito interrotto nell’esecuzione di un vaso di fiori che è lo stesso da lui dipinto nel quadro, in un gioco di rimandi capziosi, o l’autoritratto di Andrea Pozzo in bilico sul cornicione di una delle volte che deve dipingere (Firenze, Uffizi e Chiesa del Gesù)”.

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