L'ARCHITETTURA NELL'OBIETTIVO DI TINA MODOTTI
Autore: Stefano Abbadessa Mercanti
Quando il sogno e il desiderio si incontrano nell’anima di una persona generano, quasi sempre, una forte energia vitale che spinge verso una ricerca della vita e dell’essenza delle cose.
Negli anni, flussi e riflussi di impegno civile hanno visto idealisti e concreti battaglieri lottare per i diritti civili e per una società più equa.
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Quali movimenti politici siano stati più vicini alle lotte di uguaglianza sociale è la storia che lo testimonia. Adesso vorrei parlare di come un’artista ha rappresentato attraverso la fotografia la realtà che la circondava e il suo desiderio di ricerca per un mondo migliore.
Le foto di Tina Modotti colpiscono per la loro forza emotiva, per la chiara visione politica che ogni immagine riporta.
Uno sguardo umano, innanzitutto, con un profondo senso estetico e morale.
I segni che compongono le sue architetture sono netti, definiti. Fatti di una materia che tende a sovrapporsi ad un infinito lontano, pur essendo vicino, ma che è sempre fatto di una luce che lascia speranza.
Anche quando questa luce è buia.
L’immagine ha sempre una fuga che lascia prevedere un cammino, una “strada visiva” da percorrere con lo sguardo e con l’anima.
Il suo percorso si manifesta quasi sempre ostacolato da frammenti di materia, raffigurazioni più legate al sogno che alla realtà. Muri come pannelli di una scenografia che non lascia intravedere il retro della scena.
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Tutto è come tagliato da lame fatte di ombre definite e fisiche che rappresentano la realtà. E la segnano e la incidono.
Tina Modotti è un personaggio del nuovo mondo seppur arrivata dall’Italia. Da li il coraggio di esprimersi e di sentirsi profondamente libera di essere donna e cittadina, artista e rivoluzionaria.
Un personaggio epico che ha vissuto tra politica e arte.
L’immagine di un tessuto sgualcito si confonde con le foglie di alcune piante o con la pelle di un corpo umano, tutti visti da vicino. Così vicino da non riconoscerli quasi più ma da percepirne solo la loro essenza, perdendo la loro esteriorità.
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La sua architettura non racconta un edificio ma ne vede dei frammenti, dei cenni e in questi scopre, per esempio, una scala che porta lontano, in un mondo che non riusciamo a vedere ma che sappiamo esistere anche in quella luce nera che lo invade.
Quella luce è molto spesso presente, è come una costante della vita.
Una fila di case, povere e vecchie, con due donne minuscole in lontananza vicino una porta aperta: aperta nel buio della vita.
Eppure in lei c’è forza ed energia, c’è vita e dolore, c’è speranza.
Alcuni suoi scatti non si cancellano dalla memoria, rimangono come dei flash fissi negli occhi di alcune donne o nei particolari di mani ossute e venose che muovono una marionetta, proiettando le loro ombre su muri anonimi.
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