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LA COLOMBIA DI GABO

La costa caraibica della Colombia nei ricordi di Gabriel Garcìa Màrquez

Autore: Manuela Fine

Media: Viviana Peretti

 

Esistono due modi di raccontare la realtà e la scelta è determinata dall’intenzione del racconto. In sostanza, si può raccontare per far vedere un’immagine oppure si può scegliere di raccontare per suscitare un’ immagine. Questa prima scelta, che può sembrare ovvia, è fondamentale. Infatti, anche se spesso l’immediatezza di uno scatto fotografico riesce a cogliere tutti i colori e le forme di un’esperienza vissuta, non sempre è semplice per un fotografo fissare un particolare, magari l’unico in grado di rivelare l’atmosfera di un luogo. Oltre alle conoscenze tecniche, è necessario saper guardare con attenzione. Lo stesso avviene con le parole. Molti scrittori si dilungano in estenuanti descrizioni, piene di periodi ridondanti, senza riuscire a coinvolgere il lettore. Altri invece, con la pazienza e la precisione di un certosino, ponderano ogni singolo vocabolo prima di incastonarlo in preziose strutture narrative. Nascono così segni e suoni meravigliosi che si traducono, grazie al potere dell’evocazione, in immagini talmente vivide da sembrare reali. In alcune circostanze, se lo scrittore è davvero abile, si percepiscono persone, oggetti e luoghi in modo così intenso da suscitare l’illusione di poterli vedere in tempo reale.

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Cimitero di Capurganà, Colombia, Ottobre 2006

Partendo da questa riflessione e prendendo spunto dal reportage fotografico di Viviana Peretti ho scovato nella narrativa di Gabriel Garcìa Màrquez altre immagini legate a quei luoghi della Colombia. Soprattutto in Vivere per raccontarla, (testo di riferimento: Vivere per raccontarla, Mondadori, Milano, 2003, traduzione italiana di Angelo Morino) l’opera che racchiude le memorie dello scrittore, filtrate e plasmate in modo tale da fondere insieme vita e artificio letterario, Garcìa Màrquez ci fa immaginare, pagina dopo pagina, i luoghi della Colombia in cui trascorse l’infanzia e l’adolescenza.

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 Si tratta della costa caraibica, del paese di Aracataca, dove Gabito viveva nella casa dei nonni materni, e delle diverse località che s’incontrano viaggiando verso Baranquilla, dove viveva invece sua madre.

Nel libro i ricordi non vengono presentati in ordine cronologico e nelle prime pagine siamo già nel 1950, quando Màrquez ha già lasciato la facoltà di legge per dedicarsi alla letteratura, con grande dispiacere di suo padre.

Lo scrittore sceglie di raccontare i suoi ricordi più significativi partendo da un viaggio che fece insieme alla madre il 18 febbraio del 1950, per accompagnarla a vendere la vecchia casa di Aracataca.

Fu durante quel viaggio che Gabo scelse di diventare scrittore ed è grazie al racconto di quell’esperienza che noi possiamo scoprire la sua Colombia.

Sulla vecchia lancia a motore, che lo porta da Branquilla a Ciniéga, attraverso la Palude Grande, e poi in treno da Ciénaga a Aracataca, Garcìa Màrquez ci mostra i luoghi in cui è cresciuto e scopre di provare nostalgia per la prima volta.

Il ricordo di Aracataca però è ancora incontaminato, perché la nostalgia non ha avuto il tempo di trasformarlo.

Ecco allora le parole che creano l’immagine del paese:

  Capurganà, Colombia, Ottobre 2006

 

 «Lo ricordavo così com’era: un buon posto per viverci, dove tutti si conoscevano, in riva a un fiume dalle acque diafane che si precipitavano lungo un letto di pietre polite, bianche ed enormi come uova preistoriche. All’imbrunire, soprattutto in dicembre, quando passavo le piogge e l’aria diventava di diamante, la Sierra Nevada di Santa Marta sembrava avvicinarsi con i suoi picchi bianchi fino alle piantagioni di banani della riva opposta.»

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Porto Fluviale di Turbo, Colombia

Lo scrittore ripercorre poi la storia di Aracataca e delle altre località in cui mille volte si è trovato a passare da bambino. Pian, piano vediamo gli stabilimenti della United Fruit Company, le coltivazioni di banani - che un tempo costituvano la vera ricchezza del paese e, a piccoli tratti, ecco alcuni episodi legati conflitti che sconvolsero il paese.

Garcìa Màrquez riesce a farci percepire l’atmosfera che si respirava nella Colombia della sua infanzia.

Tutti i luoghi descritti sembrano quasi schiacciati, sovrastati, da un caldo afoso e da un profondo senso di solitudine.

 

 

 Leggendo Vivere per raccontarla ci si immerge in immagini che hanno i colori chiari e metallici delle giornate troppo calde e le forme semplici e geometriche di case e strade disabitate.

Ma ritroviamo anche altre fotografie che ci raccontano le passioni, le debolezza e la vita quotidiana degli abitanti. Un fermento di pettegolezzi, invidie, rivolte e piccoli rituali magici che lo scrittore conobbe personalmente, grazie anche agli interessi esoterici di sua nonna Tranquilina Iguaran Cotes.

La costa caraibica della Colombia non è soltanto un ricordo di infanzia per Garcìa Màrquez; Aracataca, con le sue piantagioni di banani e gli stabilimenti della United Fruit company ormai deserti, ha in sé i colori e l’atmosfera che lo scrittore riprodurrà, plasmandoli con l’abilità di un alchimista, nei suoi romanzi più noti, Cent’anni di solitudine e L’amore ai tempi del colera. Nasce in Colombia quindi il senso di solitudine che si avverte nell’opera di Garcìa Màrquez, ma è sempre nel rapporto che lo scrittore ha con i luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza che va ricercata l’origine del suo particolare realismo magico.

Molti personaggi dei suoi romanzi si ispirano a persone che Gabo ha realmente conosciuto da bambino. Tra questi, Don Emilio, il Belga, che si tolse la vita con un suffimigio al cianuro d’oro. Màrquez; pensò sicuramente a lui quando scelse lo stesso tipo di morte per Jeremiah de Saint-Amour in L’amore ai tempi del colera.

Vale la pena quindi riscoprire le immagini di quella Colombia - la costa caraibica tra gli anni Trenta e i primi anni Cinquanta - per comprendere appieno l’universo letterario di Gabriel Garcìa Màrquez

MAGIA CARAIBICA

MAGIA CARAIBICA GALLERIA FOTOGRAFICA

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