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CHI SONO GLI ZINGARI?

Autore: Gino Battaglia
Media: Paolo Ciani

Zingari? Rom? Nomadi? Gitani? Zigani? Chi sono quelle donne e quei bambini che incontriamo, spesso come mendicanti, nelle strade delle nostre città? Talvolta sono protagonisti di drammatici fatti di cronaca, che rivelano precarie condizioni di vita. Si muore di freddo o di fuoco nei campi in cui abitano. L’insistenza delle richieste di alcuni di loro appare molesta, ma sono come gli ambasciatori di un mondo di poveri, in cui si confondono. Zingari? Pur nella durezza del giudizio verso di loro non è politically correct chiamarli così. Nomadi, allora? Ma sono nomadi davvero? Rom? Ma – come vedremo – non sono tutti Rom. Slavi? Men che meno…

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Il nome – a ben pensarci – non è un problema secondario: è il modo di rappresentarsi qualcuno. Nel Settecento sono cominciati studi sulla lingua degli zingari (per ora chiamiamoli così). Essi hanno aiutato a fare chiarezza sulla provenienza di questo popolo dalle origini fino ad allora ignote, e quindi ampiamente favolose. Qualcuno li riteneva originari dell'Egitto. Era una vecchia leggenda, confermata anche da certe affermazioni fatte dagli zingari stessi alla loro comparsa in Europa. Ad essa devono il loro nome in inglese ("gipsies") o in spagnolo (“gitanos"). Altri li volevano discendenti della setta misteriosa degli Athinganos dell'Asia Minore (da cui il tedesco "Zigeuner", l'ungherese "czigani" o l'italiano "zingari"). La realtà in questo caso ha superato la fantasia perché quegli studi portarono a dire che la terra d'origine degli zingari era ancora più remota: confrontando il romanes (la lingua dei Rom) alle lingue parlate nel nord subcontinente indiano - provenienti dal sanscrito – si scoprirono significative similitudini. Da qui l'ipotesi, che è ancora oggi la più accreditata, sull'origine indiana degli zingari. Gli zingari in Europa, dove risiede la maggior parte di loro, sono circa sei milioni. In Italia il loro numero è calcolato attorno agli centoventimila. Non tutti sono nomadi… Ecco il problema: alcuni sono ormai sedentari. Molti aspirano alla stabilità. Per lo più si tratta di immigrati poverissimi. Alcuni sono profughi, cioè gente che cerca accoglienza provenendo da situazioni ormai invivibili. Tanto spesso non si considera questo aspetto, ma pensiamo agli ancora recenti conflitti balcanici o al complesso evolversi delle società post-comuniste dell’Europa dell’est, con il loro carico di tensioni etniche o sociali. Si tratta, comunque, di una presenza molto contenuta, se confrontata con le popolazioni e le risorse delle città o delle regioni italiane dove si trovano oggi.

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Gli zingari in Italia sono divisi in gruppi diversi, giunti da paesi diversi e in momenti diversi, forse a partire già dal 1500. Ma gli arrivi più consistenti sono avvenuti nella seconda metà del Novecento. La realtà degli zingari è in continua trasformazione, proprio perché in continuo movimento fisico o geografico. La loro lingua, che ha comunque una radice comune, si arricchisce continuamente di vocaboli presi in prestito, si modifica, si adatta al paese in cui si trovano. Così la loro religione. Perché non esiste una religione degli zingari. Si potrebbe dire tutt’al più che esista una religiosità zingara. Ma gli zingari sono cristiani cattolici, ortodossi, protestanti, sono musulmani. Se c’è un'origine comune degli zingari (l’India del nord), gli stessi studiosi delle loro origini, come Jules Bloch o - più recentemente - François de Vaux de Foletier, sono propensi a credere che, già al momento di lasciare l’India, non fossero un gruppo omogeneo, ma un insieme di genti diverse. Si sono poi arricchiti di nuovi compagni di strada lungo il cammino verso Occidente. Ha scritto Leonardo Piazere che non vi sono tratti “originali” zingari, che i tratti dell’identità di questo o quel gruppo zingaro provengono in realtà dalle società dei gagé con cui si sono trovati contatto. Ciò che caratterizza gli zingari è semmai una assimilazione più o meno consapevolmente autogestita di quei tratti culturali. La permanenza più o meno lunga in diversi paesi, i diversi mestieri e la diversa religione hanno prodotto diversi gruppi. Così troviamo zingari che lavorano metallo, come i Kalderasha; che si occupavano tradizionalmente del commercio di cavalli come i Lovara; dediti allo spettacolo viaggiante come i Sinti (che non sono Rom). Molti allora possono essere i criteri per denominare i diversi gruppi di zingari, che magari si intersecano e si sovrappongono: appunto il mestiere, o la zona geografica di residenza recente (Sinti Estrekharija, dell'Austria, Sinti Piemontesi, Rom Abruzzesi), la religione (Khorakhané, musulmani)... In Italia, è possibile incontrare zingari che vivono in condizioni molto diverse: zingari molto poveri, con grosse difficoltà anche a trovare luoghi di sosta - che vivono praticamente come senza fissa dimora -, e zingari ricchi, zingari che lavorano e zingari che vivono di elemosina, zingari ancora nomadi e zingari ormai sedentari. Come ha sostenuto Lucrezia Jochimsen, gli zingari sono una popolazione che si è mossa verso l'Occidente, come tante altre prima, proveniente dall'Asia, ma hanno cominciato la loro migrazione troppo tardi, in un certo senso, ed erano troppo poco numerosi per conquistarsi uno spazio. Così gli zingari appaiono come l'ultima schiera di quel grande movimento di popoli che ha interessato l'Occidente nel Medioevo, tanto che si è parlato di "invasioni". Ma loro arrivarono troppo tardi. Troppo tardi e troppo pochi, dunque, per conquistare territori o potere. Il nomadismo, continuare cioè a spostarsi in cerca di risorse, è stata l'unica soluzione per sopravvivere. Su questi tratti, un’origine comune, una lingua, una sensibilità religiosa, si innesta qualcosa che sembra essere ancora forte, una sorta di identità negativa: il non essere gagé, la diversità dalla gente che vive dentro casa. Ricambiata dalla diffidenza. Ciò effettivamente accomuna tutti gli zingari. A dare loro un'identità (e un nome) ci si sono provati in molti. Ma spesso questa identità è stata il pregiudizio, le immagini che gli altri si sono voluti fare di loro, nate dal sospetto, dalla paura, o dalle proprie frustrazioni. Gli zingari appaiono piuttosto - come diceva padre Yoshka Barthelemy, prete francese che vissuto per decenni tra loro – “uomini che fuggono”, nomadi per forza. Oggetto dell'incomprensione e dell'aggressività di molti, separati dai propri vicini da muri invalicabili.

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