Un orizzonte diverso sulla menzogna
Abitare il cambiamento senza mentire a sé stessi
Sono di recente tornato da un evento di tre giorni sulla filosofia intensissimi. Intrisa di lectio magistralis, durante i quali filosofi, studiosi e intellettuali di discipline diverse si sono confrontati intorno a una parola antica e, insieme, sorprendentemente contemporanea: cháos.
È difficile non avvertire quanto questo tema appartenga ancora al nostro tempo e continuerà ad esserlo. Viviamo in continuazioni fasi storiche nelle quali gli equilibri geopolitici, sociali e relazionali sembrano diventare più fragili, mentre notiamo istintivamente che la sensazione di qualcosa che prende consistenza continuamente sfuggendoci di mano. E forse una parte di questo disorientamento nasce anche da quella forma esasperata di ripiegamento sull’individuo che potremmo chiamare individualismo egoico. Presi separatamente, né “individualismo” né “egoismo” indicano necessariamente qualcosa di patologico o di moralmente negativo. L’attenzione verso di sé è indispensabile. Abbiamo bisogno di riconoscere i nostri desideri, difendere i nostri confini, prenderci cura delle nostre necessità. Persino una quota di egoismo può rappresentare, in determinate condizioni, una sana capacità di proteggere la propria esistenza.
In ogni fase di crisi l’individuo diventa l’unico orizzonte possibile che debba essere curato; mentre perde di significato e di senso la collaborazione solidale. L’“individualismo egoico” descrive allora una condizione nella quale il Sé non è più il luogo dal quale incontriamo il mondo, ma rischia di diventare il luogo nel quale il mondo viene interamente ricondotto a noi stessi. L’altro perde progressivamente consistenza propria e diventa conferma, ostacolo, strumento, spettatore o concorrente. Eppure, la persona ha bisogni profondamente legittimi. Ha necessità di sopravvivere ai passaggi difficili dell’esistenza. Di amare e sentirsi amata. Di essere compresa e, a propria volta, comprendere ciò che le è estraneo. Ha bisogno di una quota reale di libertà, della possibilità di inseguire un progetto, di dare forma ai propri desideri, di esercitare quel potere personale che non coincide con il dominio sull’altro, ma con la capacità di diventare autore della propria esistenza. Sono esigenze umane fondamentali. Il problema nasce quando proviamo a soddisfarle perdendo il rapporto con una domanda ancora più radicale: “Posso realizzare tutto questo restando fedele a me stesso?” Forse esiste infatti un bisogno meno evidente degli altri, ma non meno fondamentale: quello della coerenza interiore.
Essere coerenti non significa essere immobili. Non significa ripetere per tutta la vita le stesse idee, gli stessi comportamenti o la stessa immagine di sé. Al contrario, la coerenza più autentica deve essere capace di attraversare il cambiamento. Essere sé stessi non significa rimanere identici. Significa riuscire a riconoscersi anche mentre si diventa altro. Ed è proprio qui che la questione della verità assume una dimensione diversa. Non parlo soltanto della verità nel senso della corrispondenza tra ciò che diciamo e ciò che è accaduto. Esiste anche una verità esistenziale: il rapporto tra ciò che sentiamo, ciò che comprendiamo di noi stessi e il modo in cui scegliamo di vivere.
Allo stesso modo, la menzogna non comincia necessariamente quando pronunciamo qualcosa di falso. Possiamo essere formalmente sinceri con gli altri e, nello stesso tempo, vivere in una profonda menzogna verso noi stessi. Accade quando chiamiamo scelta ciò che in realtà è paura.
Quando definiamo amore una dipendenza. Quando chiamiamo prudenza la rinuncia a vivere. Quando diciamo “sono fatto così” per evitare di confrontarci con ciò che potremmo diventare.
La menzogna interiore è precisamente questa distanza: lo spazio che lentamente si apre tra ciò che percepiamo profondamente e la forma di vita che continuiamo a rappresentare. Nel coaching trasformativo questo spazio è particolarmente importante perché ogni trasformazione autentica comporta inevitabilmente una fase di instabilità. Cambiare significa perdere temporaneamente una forma senza averne ancora acquisita pienamente un’altra. È qui che ritorna il cháos. Il caos non è necessariamente distruzione. Nell’origine della parola greca c’è anche l’idea dell’apertura, dello spalancarsi di uno spazio. Prima che qualcosa assuma una nuova forma, può esserci un momento nel quale la vecchia organizzazione non funziona più e quella nuova non è ancora visibile. È una condizione scomoda. Vorremmo attraversarla rapidamente. Vorremmo sapere subito chi siamo, dove stiamo andando, quale decisione prendere. E invece proprio questo momento richiede una capacità diversa: restare. Restare sufficientemente a lungo da ascoltare quello che sta accadendo.
Carl Rogers, in Un modo di essere, scrive: «È sorprendente come elementi che sembrano insolubili diventino solubili quando qualcuno ascolta».
Possiamo portare questa intuizione ancora più vicino al processo trasformativo: alcuni elementi apparentemente insolubili cominciano a diventare solubili anche quando impariamo ad ascoltarci.
Non nel senso narcisistico del ripiegamento continuo su di sé, ma nel senso più esigente dell’ascolto interiore. Ascoltarsi significa sospendere, almeno per qualche momento, la necessità di spiegarsi. Significa avvertire ciò che accade nel corpo prima di attribuirgli un significato.
Una contrazione. Un respiro che si accorcia. Una sensazione di apertura. Una rabbia che sale. Una tristezza apparentemente fuori luogo. Una quiete improvvisa davanti a una possibilità. Il corpo spesso precede la nostra interpretazione. Non possiede necessariamente la risposta, ma segnala che qualcosa sta chiedendo attenzione. Abitare la crisi significa allora abitare anche i sentimenti che la accompagnano. Non scacciarli. Non trasformarli immediatamente in azione. Non lasciarsi nemmeno governare da essi. Abitarli. È una posizione intermedia e difficile: riconoscere ciò che sentiamo senza identificare tutto il nostro essere con quella sensazione. “Sto provando paura” è diverso da “sono una persona paurosa”. “Sto vivendo rabbia” è diverso da “sono la mia rabbia”. “Sto attraversando una perdita” è diverso da “la mia vita è perduta”. In questa piccola distanza nasce una possibilità trasformativa. Il sentimento diventa qualcosa che posso conoscere, interrogare, comprendere. E progressivamente posso chiedermi quale verità stia cercando di mostrarmi. Forse il cambiamento richiede proprio questa forma di coraggio: non mentire a se stessi mentre non sappiamo ancora chi diventeremo. È relativamente semplice essere coerenti quando tutto rimane stabile. Più difficile è rimanere fedeli a sé mentre cambiano il lavoro, le relazioni, il corpo, i desideri, il ruolo sociale, l’età, l’immagine che abbiamo costruito negli anni. La coerenza, allora, non consiste nel conservare la stessa forma. Consiste nel conservare il contatto con ciò che, dentro il cambiamento, riconosciamo come profondamente nostro.
Da qui può nascere una domanda utile: “Che cosa, dentro di me, sta cercando una nuova forma senza voler tradire la propria verità?”. Forse il caos acquista allora un significato diverso. Non è più soltanto ciò che disordina. Può diventare lo spazio nel quale una forma ormai insufficiente si apre alla possibilità di trasformarsi. E il compito della coscienza non è quello di eliminarlo immediatamente, ma di attraversarlo senza perdersi. Ascoltare. Abitare. Discernere. E infine scegliere.
La trasformazione autentica non consiste nel diventare qualcun altro. Consiste nel diventare capaci di dare una forma nuova a ciò che riconosciamo come vero. Forse è proprio questa una delle responsabilità più profonde dell’essere umano contemporaneo: in un mondo che tende continuamente a dirci chi dovremmo essere, recuperare il coraggio di ascoltare ciò che siamo mentre stiamo diventando. Perché la menzogna più pericolosa non è sempre quella che raccontiamo agli altri. È quella che pur permettendoci di continuare a vivere ci impedisce di accorgerci che abbiamo smesso di abitare noi stessi.
Coscienza, corpo e trasformazione del Sé umano
Parlare di verità e menzogna significa, di solito, parlare di parole. Una cosa è vera se corrisponde ai fatti; è falsa se li altera, li nasconde, li manipola. Questa definizione resta necessaria. Senza il rispetto dei fatti, la vita comune si indebolisce, la fiducia si spezza, il linguaggio diventa una superficie scivolosa sulla quale nessuno riesce più a stare in piedi. Eppure, se ci fermiamo qui, rischiamo di cogliere solo una parte del problema. La verità e la menzogna non abitano soltanto nelle frasi che pronunciamo. Abitano anche nel modo in cui viviamo, nel modo in cui ci raccontiamo, nel modo in cui ascoltiamo o evitiamo ciò che sentiamo. C’è una menzogna che non consiste nel dire qualcosa di falso agli altri, ma nel vivere lontani da ciò che intimamente sappiamo. Ed esiste una verità che non è solo una dichiarazione corretta, ma un modo più intero di stare nella propria vita. In questa prospettiva, la coscienza non è soltanto il luogo in cui pensiamo. È il luogo in cui qualcosa di noi si accorge di sé. Non sempre in modo chiaro, non sempre in modo ordinato, non sempre con parole già pronte. A volte la coscienza arriva come disagio, come tensione, come respiro trattenuto, come senso di estraneità davanti a una scelta che pure sembrava razionale. Altre volte arriva come quiete improvvisa, come riconoscimento, come la percezione semplice ma forte di essere finalmente nel posto giusto rispetto a sé stessi.
La verità, allora, non è solo qualcosa che si possiede. È qualcosa che si lascia emergere.
Qui il pensiero di Heidegger può offrire una chiave preziosa. La verità, nel suo senso più profondo, non è soltanto esattezza della proposizione. È anche disvelamento: qualcosa che esce dal nascondimento, che si mostra, che appare nella sua evidenza. Trasportata nella vita personale, questa idea diventa molto concreta. Ci sono verità che non possiamo fabbricare con la volontà. Possiamo solo creare le condizioni perché si mostrino. Possiamo smettere di coprirle con spiegazioni frettolose, con ruoli, con abitudini, con parole che suonano bene ma non ci corrispondono più. La menzogna, in questa visione, non è soltanto l’opposto morale della sincerità. È anche una forma di copertura. È il modo in cui impediamo a qualcosa di manifestarsi. Mentiamo quando diciamo il falso, certamente. Ma mentiamo anche quando riduciamo la nostra vita a una versione più comoda, o più accettabile, o più funzionale allo sguardo degli altri. Mentiamo quando diciamo ‘sto bene’ solo perché non vogliamo attraversare ciò che ci abita. Mentiamo quando chiamiamo prudenza ciò che è paura, amore ciò che è dipendenza, generosità ciò che è bisogno di essere indispensabili, libertà ciò che è fuga da ogni responsabilità.
Sartre chiamerebbe questi comportamenti “cattiva fede”: non una semplice bugia, ma una maniera di sottrarsi alla propria libertà. La persona in cattiva fede si racconta di essere soltanto ciò che è già: il suo carattere, il suo passato, il suo ruolo, la sua ferita, la sua abitudine. Dice: ‘Sono fatto così’, e in quella frase spesso chiude ogni possibilità di trasformazione. Oppure, all’opposto, si immagina pura libertà, come se non avesse corpo, storia, relazioni, conseguenze. In entrambi i casi evita la verità più scomoda: siamo situati, ma non siamo completamente determinati; abbiamo una storia, ma non siamo condannati a ripeterla nello stesso modo.
Per questo la coscienza è sempre esigente. Non ci chiede soltanto di sapere chi siamo, ma di rispondere a ciò che sappiamo. La verità non diventa trasformativa finché resta informazione. Diventa trasformativa quando modifica il nostro modo di stare al mondo. Nel mio modo di intendere il coaching trasformativo, il passaggio decisivo avviene attraverso il corpo. Non perché il corpo sia un ornamento dell’esperienza, ma perché è il primo luogo in cui la vita viene vissuta. Prima ancora di spiegare un’emozione, il corpo la porta. Prima ancora di interpretare una relazione, il corpo la registra. Prima ancora di decidere una scelta, il corpo spesso ne avverte la coerenza o la stonatura.
Abitare un sentimento significa fermarsi abbastanza a lungo da non esserne trascinati e da non tradirlo. Non significa assecondarlo ciecamente. Se provo rabbia, abitare la rabbia non significa autorizzarmi a ferire. Significa chiedermi quale confine sia stato violato, quale valore sia stato toccato, quale energia di protezione stia cercando una forma più giusta. Se provo paura, abitare la paura non significa farmi governare da essa. Significa riconoscere quale rischio sto percependo, quale parte di me chiede protezione, quale prudenza può nascere senza diventare paralisi. Se provo tristezza, non devo trasformarla subito in efficienza. Posso ascoltarla come testimonianza di un legame, di una perdita, di qualcosa che ha avuto valore. Abitare un sentimento vuol dire non espellerlo e non idolatrarlo. È una terza via. Non lo nego, ma non gli consegno il comando. Lo ascolto, lo localizzo, lo lascio respirare, gli do parola, poi verifico quale gesto responsabile può nascere da lì. Questo è un punto fondamentale. La verità del sentimento non coincide sempre con la verità dei fatti. Il fatto che io mi senta escluso non significa automaticamente che l’altro mi stia escludendo. Il fatto che io provi paura non significa necessariamente che la situazione sia pericolosa. Il fatto che io senta desiderio non significa che quel desiderio sia buono per me o per gli altri. Il sentimento è vero come l’esperienza di vivere. Deve essere interrogato per dare interpretazione.
Non c’è trasformazione senza questo momento di onestà. Ma l’onestà non va confusa con una confessione brutale e disordinata. Essere veri non significa rovesciare addosso agli altri tutto ciò che sentiamo. Anche questa può diventare una forma di irresponsabilità travestita da autenticità. La verità ha bisogno di forma, di tempo, di misura, di cura. Una verità lanciata senza rispetto può diventare violenza. Una verità mai detta può diventare prigione.
Il lavoro trasformativo è proprio questo: dare alla verità una forma abitabile.
Quando una persona comincia ad abitare un sentimento, cambia la realtà in cui vive. Non perché il mondo esterno si modifichi magicamente, ma perché cambia il campo delle sue possibilità. Una persona che riconosce la propria paura può smettere di chiamarla destino. Una persona che riconosce la propria rabbia può trasformarla in confine. Una persona che riconosce la propria vergogna può cominciare a distinguere il proprio valore dallo sguardo degli altri. Una persona che riconosce il proprio desiderio può domandarsi se sta inseguendo un’immagine o una vocazione reale. Ogni trasformazione personale produce una piccola trasformazione del mondo vicino. Un tono diverso in una conversazione. Un no detto senza aggressività. Un sì detto senza compiacimento. Una domanda posta al momento giusto. Una scusa finalmente pronunciata. Una decisione presa non per reazione, ma per fedeltà a ciò che si è compreso. Sono gesti piccoli, quasi invisibili. Eppure, il mondo umano è fatto soprattutto di questi passaggi minuti. Le grandi trasformazioni collettive cominciano spesso da micro-trasformazioni del modo in cui una persona guarda, parla, ascolta, sceglie, resta o si sottrae.
A questo punto di questo breve approfondimento sull’argomento che investe la coscienza di essere coerenti, e non menzogneri, rispetto a ciò che percepiamo di noi stessi, e di come il coaching trasformativo tende a modificare una nostra abitudine dinanzi all’insolvibile, per dirla alla Edgar Morin, consapevolizzando nella crisi il pensiero profondo; ecco una breve illustrazione di un esercizio meditativo che può rappresentare la formula di “abitare il momento” di Heidegger.
Sedetevi in silenzio. Non cercate subito una soluzione. Portate attenzione al respiro e lasciate che la giornata appena vissuta si presenti senza ordine dinanzi alla vostra mente. Emergerà una scena: una parola non detta, un sorriso forzato, una risposta data troppo in fretta. Ascoltate le vostre percezioni fisiche. Altre volte vi siete abbandonati alla tentazione di risolverla rapidamente esclamando: ‘Non è nulla.’ Altre volte è stato magari più semplice accusare qualcuno. Questa volta rimanete immobili con i pensieri, fermi a vivere questa piccola, o grande, situazione di particolarmente complessa e per questo percepita come difficile. Ora non interpretatela subito. Appoggiate una mano sul punto del corpo in cui sentite maggior chiusura, o una particolare sensazione, o semplicemente d’istinto ponete quella mano sulla prima parte del corpo che vi viene in mente, e chiedetevi interiormente: ‘Che cosa stai cercando di dirmi?’
Potrebbe giungervi una leggera sensazione: una sensazione di peso, un momento di assenza, una difficoltà all’espressione, un flash di ricordi. Lasciate che scorrano queste sensazioni fino al loro completo moto di quiete, una sensazione simile allo sfinimento, ad un qualcosa simile alla stanchezza. Non la stanchezza del corpo, ma quella più profonda di chi da troppo tempo cerca di essere accomodante. Ora non siate giudicanti. Non costruite un discorso. Respirate dentro questa sensazione. Dopo qualche istante comprenderete che non dovrete cambiare brutalmente abitudine per trovare la soluzione che vi farà uscire da quell’empasse. Dovrete soltanto fare un gesto vero: domani, in una conversazione, non direte subito sì. Prendetevi tempo. Direte: ‘Ci penso e ti rispondo.’
È poco dite? Sì, è poco. Ma è reale. Ed è proprio questo il punto. La trasformazione non nasce sempre come rivoluzione visibile all’esterno immediatamente. A volte nasce come una fedeltà minima alla propria verità. Una fedeltà così piccola da sembrare irrilevante, ma abbastanza concreta da cambiare la posizione della persona nel mondo. È scoprire che se vi lascerete andare, così come invita il pensiero esistenzialista, i vostri gesti usciranno in maniera innovativa ed aderente al vostro Essere o, come descrive Heidegger, al vostro Esserci.
In conclusione, la coscienza non è un tribunale interiore che ci condanna. È una possibilità di ritorno. Ci permette di tornare a ciò che viviamo: di distinguere i fatti, dall’interpretazione che diamo; i sentimenti, dalle reazioni al mondo che ci circonda; il desiderio, dalle forme di dipendenza, i ruoli assunti nella società, dalla persona. La coscienza non elimina la menzogna una volta per tutte. La rende riconoscibile. E quando una menzogna viene riconosciuta, perde una parte del suo potere. La verità, allora, non è un possesso definitivo. È un esercizio. È una pratica di presenza. È il coraggio di lasciare che qualcosa si mostri nel corpo, nella parola, nella relazione e nell’azione. Non basta dire la verità. Occorre imparare ad abitarla. Perché solo ciò che viene abitato può diventare mondo. Il Sé umano è una forma vivente, continuamente chiamata a incontrare ciò che sente, ciò che sceglie, ciò che evita e ciò che desidera. La menzogna lo irrigidisce in una maschera. La verità rimette in movimento la persona (che ancora è piena di senso della maschera) togliendole la maschera per farla diventare umana.
Abitare un sentimento, allora, non è un esercizio intimistico. È un atto etico. Mi chiedo se non sia proprio da qui che possa nascere una coscienza più umana: non dalla pretesa di possedere tutta la verità, ma dalla disponibilità a lasciar cadere una menzogna alla volta. Non dall’illusione di essere trasparenti a noi stessi, ma dal lavoro paziente di tornare al corpo, ai sentimenti, alla parola, alla responsabilità.
Bibliografia essenziale
Esiodo, Teogonia, vv. 116 ss. Per l’uso arcaico di cháos come apertura/spalancamento originario.
Heidegger, M. (1927). Essere e tempo.
Heidegger, M. (1930). L’essenza della verità.
Sartre, J.-P. (1943). L’essere e il nulla.
Sartre, J.-P. (1946). L’esistenzialismo è un umanismo.
Rogers, C. R. (1980). Un modo di essere.
Fromm, E. (1941). Fuga dalla libertà.
Merleau-Ponty, M. (1945). Fenomenologia della percezione.
Ricoeur, P. (1990). Sé come un altro.
Damasio, A. R. (1999). Emozione e coscienza.
Frankl, V. E. (1946). Uno psicologo nei lager.
Jung, C. G. (1954). Gli archetipi e l’inconscio collettivo.