Si comincia a due anni, si dà il meglio da ragazzi e si perde il tocco da anziani: che cosa accade nella testa di chi mente, e perché a volte una bugia ci rende migliori
Un’esclusiva della nostra specie?
Il primo articolo si fermava su una soglia: corvi e scimpanzé tengono conto di ciò che un rivale vede o sa, ma nessuno ha mai dimostrato che comunichino deliberatamente qualcosa che ritengono falso per far nascere nell’altro una credenza sbagliata. È questa la menzogna in senso stretto, e la tesi di questo articolo è prudente ma netta: allo stato attuale delle prove, è documentata solo in Homo sapiens (Denault et al., 2022; Hall et al., 2017). Non è un dogma, ma una conclusione provvisoria, aperta alla smentita sperimentale.
1. Piccoli bugiardi crescono
Il test più usato è il «gioco dello sbirciare»: il bambino, lasciato solo con un giocattolo alle spalle, non deve voltarsi a guardarlo; al ritorno, lo sperimentatore gli chiede se ha sbirciato. A due anni circa un quarto dei bambini nega, a tre circa la metà, dai quattro oltre l’80% (Evans et al., 2013; Talwar et al., 2002). Molti però si tradiscono: se si chiede loro di che colore fosse il giocattolo, rispondono giusto. Questa fuga semantica si impara a controllare solo verso i 7-8 anni.
Decisiva è la Teoria della Mente, la capacità di capire che gli altri possono sapere o credere cose diverse da noi. Una meta-analisi su oltre 7.800 bambini ne conferma il legame con la menzogna (Lee et al., 2021), e un esperimento suggerisce che sia anche causale: bambini di tre anni che non mentivano hanno cominciato a farlo dopo alcune sessioni di training sugli stati mentali altrui (Ding et al., 2015). A quell’età, mentire non è un difetto morale ma un traguardo cognitivo.
Il bambino impara anche quando mentire: tra i 3 e i 7 anni compaiono le bugie bianche, come dichiarare gradito un regalo deludente (Talwar et al., 2007). E l’ambiente conta: in Africa occidentale, i bambini di una scuola che usava punizioni corporali mentivano più spesso e meglio dei coetanei di una scuola non punitiva (Talwar et al., 2011). La severità non elimina la bugia: la affina.
2. Da Pinocchio junior a Pinocchio senior
L’abilità nel mentire cresce durante l’infanzia, tocca il massimo tra adolescenza e prima età adulta e poi declina, seguendo l’andamento delle funzioni esecutive (Debey et al., 2015). Cambiano anche i motivi: il bambino mente per evitare guai, l’adolescente per conquistare autonomia (Jensen et al., 2004), l’adulto per fare bella figura o proteggere l’altro (DePaulo et al., 1996).
3. Dentro il cervello di chi mente
Nella comunicazione umana la verità è l’opzione predefinita: chi ascolta tende a credere (Levine, 2014) e chi parla recupera automaticamente la risposta vera. Mentire significa quindi inibirla, costruire un’alternativa plausibile, tenere in mente entrambe le versioni e sorvegliare che il falso non si contraddica. Per questo è sistematicamente più lento, come conferma una meta-analisi di 114 studi (Suchotzki et al., 2017). Con l’esercizio, però, il costo si riduce (Van Bockstaele et al., 2012): una bugia ripetuta diventa quasi automatica.
Nei volontari istruiti a mentire, la risonanza magnetica mostra soprattutto le reti del controllo cognitivo, in particolare la corteccia prefrontale dorsolaterale e la cingolata anteriore (Meier et al., 2021). Quando invece si è liberi di barare per denaro entrano in gioco i circuiti della ricompensa: la risposta del nucleo accumbens all’attesa di un guadagno predice chi sarà disonesto in una prova successiva (Abe et al., 2014). E il controllo non è un freno morale: si accende quando chi bara abitualmente sceglie l’onestà, ma anche quando l’onesto sceglie di barare (Speer et al., 2020). Nessuna area del cervello, insomma, è un «rilevatore di bugie».
4. Bugie a fin di bene
Non tutte le bugie servono a chi le dice. Nella vita quotidiana molte sono rivolte a proteggere gli altri, e nelle relazioni strette prevale la componente altruistica (DePaulo et al., 1998). Fingere di apprezzare un regalo o minimizzare un difetto può nascere dalla compassione (Lupoli et al., 2017). Per questo ogni società insegna due regole in apparente contraddizione: «non mentire» e «non dire sempre brutalmente ciò che pensi».
Umani, fino a prova contraria
La menzogna nasce dall’incontro di tre ingredienti: linguaggio simbolico, Teoria della Mente e funzioni esecutive prefrontali. È, in estrema sintesi, l’inganno diventato comunicazione. Se un giorno un esperimento dimostrasse che un animale comunica deliberatamente il falso per creare una falsa credenza, la soglia andrebbe spostata. Fino ad allora, l’inganno è ovunque nel mondo vivente, ma la menzogna intenzionale resta un prodotto dell’Homo sapiens.
Nel prossimo articolo
Come attecchiscono, si propagano e si consolidano le narrazioni ingannevoli nei gruppi umani? Dal cervello del singolo alla società, nel capitolo conclusivo della serie.
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Riferimenti
Abe, N., Greene, J. D., & Kiehl, K. A. (2014). Response to anticipated reward in the nucleus accumbens predicts behavior in an independent test of honesty. Journal of Neuroscience, 34(32), 10564–10572. https://doi.org/10.1523/JNEUROSCI.0217-14.2014.
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