Dalle lucciole assassine ai corvi che temono le spie, gli esseri viventi ingannano da centinaia di milioni di anni. Ma mentire, davvero, sappiamo farlo solo noi?
Ingannare non è mentire
Nel linguaggio comune sono sinonimi, per la scienza no. L’inganno è qualunque tratto, segnale o comportamento che induca un altro individuo a farsi un’idea falsa della realtà, a vantaggio di chi lo produce. Mentire significa invece comunicare ciò che si ritiene falso con l’intenzione di farlo credere vero: la differenza non sta nel messaggio, ma nella mente di chi lo emette (Denault et al., 2022).
Non esiste una scala che porti dal mimetismo alla bugia umana: l’evoluzione procede per ramificazioni, non verso un traguardo. Si riconoscono però meccanismi di complessità crescente, dai trucchi incisi nel corpo fino a strategie che sembrano tenere conto di ciò che l’altro vede o sa.
1. Travestiti dall’evoluzione
Nella sua forma più semplice l’inganno non richiede né intenzione né consapevolezza: è scritto nel corpo. Camuffamento (confondersi con l’ambiente) e mimetismo (somigliare a un’altra specie) attraversano gran parte del mondo vivente (Stevens, 2018). Il pesce farfalla dai quattro occhi (Chaetodon capistratus) sfoggia vicino alla coda un grande ocello nero, più vistoso del vero occhio: forse per deviare gli attacchi, ipotesi che attende però conferme sperimentali (Meadows, 1993). Nessuno inventa questi trucchi: la selezione naturale premia, generazione dopo generazione, le varianti ereditabili che confondono i sensi altrui.
2. Femmes fatales e bruchi travestiti da serpente
Con i sistemi nervosi centralizzati l’inganno non è più solo qualcosa che l’organismo è, ma qualcosa che fa. Il bruco Hemeroplanes, se minacciato, dilata la parte anteriore del corpo e diventa una credibile testa di serpente, con tanto di falsi occhi (Hossie et al., 2014). Le femmine delle lucciole Photuris imitano i lampi di corteggiamento delle femmine di altre specie, attirano i maschi illusi e li divorano, adattando il codice luminoso alla vittima (Lloyd, 1975). Il crotalo del deserto (Crotalus cerastes) agita la punta della coda come fosse un verme per attirare le lucertole, e smette appena compare una minaccia (Reiserer et al., 2008). Il segnale ora dipende dal contesto, ma l’ingannatore non ha bisogno di sapere che cosa l’altro vede o crede.
3. Gridare «al lupo!» e fingersi feriti
In alcune specie sociali compare l’inganno tattico: un comportamento normale usato in un contesto insolito per trarre in errore un altro individuo (Whiten et al., 1988). Il drongo codaforcuta africano lancia falsi allarmi, spesso imitando il richiamo delle sue stesse vittime, per farle fuggire e rubarne il cibo; quando queste si abituano, cambia richiamo (Flower et al., 2014). I pivieri del genere Charadrius, per allontanare un predatore dal nido, trascinano un’ala come se fosse spezzata: si esibiscono nel campo visivo dell’intruso, insistono se smette di seguirli e reagiscono se il suo sguardo torna verso il nido (Ristau, 1993). Non c’è prova che vogliano far credere qualcosa di falso, ma il loro comportamento risponde a quello dell’altro.
4. Spie, ladri e spioncini
Corvidi e primati offrono il banco di prova più stringente. Le ghiandaie della California, se vengono osservate mentre nascondono il cibo, più tardi lo spostano altrove, soprattutto se in passato sono state a loro volta ladre: come se usassero la propria esperienza per prevedere le mosse altrui (Emery et al., 2001). I corvi imperiali, se sentono i richiami registrati di un rivale mentre uno spioncino verso la stanza accanto è aperto, nascondono il cibo in fretta, come se un concorrente invisibile li stesse spiando (Bugnyar et al., 2016). Gli scimpanzé subordinati puntano al cibo che il dominante non può vedere (Hare et al., 2000). Qui l’inganno sembra agire sullo stato informativo dell’altro: su ciò che ha visto, o potrebbe aver visto.
5. L’ultima soglia: la bugia
Mentire richiede di sapere che un messaggio è falso, di rappresentarsi ciò che l’altro crede e di voler cambiare quella credenza (Mitchell, 1986). Gli esperimenti sugli animali sono compatibili con forme elementari di lettura della mente altrui, ma non escludono spiegazioni più semplici: per questo la domanda resta aperta. Nella menzogna umana si incontrano linguaggio simbolico, rappresentazione degli stati mentali altrui e controllo intenzionale di ciò che si dice; e il linguaggio ne moltiplica il potere, fino a inventare eventi mai accaduti e realtà non verificabili.
Un’arte antica quanto la vita
Solo dalla fine degli anni ’70 si è affermata l’idea che i segnali animali possano anche manipolare (Dawkins et al., 1978). Oggi sappiamo che l’inganno è ovunque, distribuito in livelli di complessità che non formano una scala evolutiva. La menzogna ne è la forma più raffinata e, per quanto ne sappiamo, la più umana.
Nel prossimo articolo
Quando impara a mentire un bambino? Che cosa accade nel cervello di chi mente? E a che cosa serve, socialmente, una bugia?
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Riferimenti
Bugnyar, T., Reber, S. A., & Buckner, C. (2016). Ravens attribute visual access to unseen competitors. Nature Communications, 7, 10506.
Dawkins, R., & Krebs, J. R. (1978). Animal signals: information or manipulation? In J. R. Krebs & N. B. Davies (Eds.), Behavioural Ecology: An Evolutionary Approach (1st ed., pp. 282–309). Blackwell.
Denault, V., Talwar, V., Plusquellec, P., & Larivière, V. (2022). On deception and lying: An overview of over 100 years of social science research. Applied Cognitive Psychology, 36(4), 805–819. https://doi.org/10.1002/acp.3971.
Emery, N. J., & Clayton, N. S. (2001). Effects of experience and social context on prospective caching strategies by scrub jays. Nature, 414(6862), 443–446. https://doi.org/10.1038/35106560.
Flower, T. P., Gribble, M., & Ridley, A. R. (2014). Deception by flexible alarm mimicry in an African bird. Science, 344(6183), 513–516. https://doi.org/10.1126/science.1249723.
Hare, B., Call, J., Agnetta, B., & Tomasello, M. (2000). Chimpanzees know what conspecifics do and do not see. Animal Behaviour, 59(4), 771–785. https://doi.org/10.1006/anbe.1999.1377.
Hossie, T. J., & Sherratt, T. N. (2014). Does defensive posture increase mimetic fidelity of caterpillars with eyespots to their putative snake models? Current Zoology, 60(1), 76–89. https://doi.org/10.1093/czoolo/60.1.76.
Lloyd, J. E. (1975). Aggressive mimicry in Photuris fireflies: Signal repertoires by femmes fatales. Science, 187(4175), 452–453. https://doi.org/10.1126/science.187.4175.452.
Meadows, D. W. (1993). Morphological variation in eyespots of the foureye butterflyfish (Chaetodon capistratus): Implications for eyespot function. Copeia, 1993(1), 235–240. https://doi.org/10.2307/1446319.
Mitchell, R. W. (1986). A framework for discussing deception. In R. W. Mitchell & N. S. Thompson (Eds.), Deception: Perspectives on human and nonhuman deceit (pp. 3–40). State University of New York Press.
Reiserer, R. S., & Schuett, G. W. (2008). Aggressive mimicry in neonates of the sidewinder rattlesnake, Crotalus cerastes (Serpentes: Viperidae): Stimulus control and visual perception of prey luring. Biological Journal of the Linnean Society, 95(1), 81–91. https://doi.org/10.1111/j.1095-8312.2008.01016.x.
Ristau, C. A. (1993). The cognitive ethology of an “injury-feigning” plover: a beginning. Etología, 3, 57–68.
Stevens, M. (2018). Mimicry, camouflage and perceptual exploitation: The evolution of deception in nature. Evolutionary Biology, 45(3), 339–352.
Whiten, A., & Byrne, R. W. (1988). Tactical deception in primates. Behavioral and Brain Sciences, 11(2), 233–244. https://doi.org/10.1017/S0140525X00049682.