Il potere del limite

Diventare liberi senza diventare illimitati

Mentre stavo riflettendo su questo articolo, mi è arrivata una notizia dolorosa: una collaboratrice, una collega, un’amica ha lasciato questa vita dopo una malattia incurabile. Ho esitato se inserire questo fatto in un testo destinato alla rivista. Poi ho compreso che non era una deviazione dal tema, ma il suo ingresso più vero. Il limite, prima di essere un concetto, accade. Ci raggiunge, ci interrompe, ci obbliga a fermarci.

Tra tutti i limiti, la morte è quello più radicale. Non è semplicemente un ostacolo da superare, né una difficoltà da trasformare con un esercizio di volontà. Per chi resta, la morte appare come un termine: una soglia oltre la quale lo sguardo non accompagna più l’altro. Dal punto di vista di chi continua a vivere, essa ci pone davanti alla finitezza della nostra esistenza. Heidegger la definirebbe, in termini essenziali, come ciò che rivela alla vita la sua forma finita: non perché dobbiamo vivere pensando morbosamente alla fine, ma perché il tempo limitato rende seria ogni scelta. 

Proviamo allora un piccolo esperimento. Domandiamoci: “Se non fossi” – e qui ciascuno pronunci il proprio nome – “chi sarei?”. Non è la stessa cosa dire genericamente “se non fossi io”. Il pronome “io” resta ampio, astratto, disponibile a molte identificazioni. Il nome, invece, ci riporta a una forma concreta: è stato pronunciato dagli altri, ci ha accompagnato nei ruoli, negli affetti, nelle responsabilità, negli errori, nelle conquiste. Nel nome sentiamo il confine della nostra identità. Non siamo tutto: siamo qualcuno. E quando usiamo il termine qualcuno, stiamo dando una forma al nostro essere all’interno del nostro campo di esistenza, cioè all’interno del nostro limite. Alcuni di voi potrebbero avere una esperienza di “assenza”, come se vi spogliassero improvvisamente delle vostre etichette, dei giudizi, delle narrazioni dei ruoli; come se vi togliessero la terra sotto I piedi e voi precipitaste dalle vostre certezze.

Questa vertigine è già una prima esperienza del limite. Il limite non è soltanto ciò che impedisce. La parola viene dal latino limes, che indica il confine, la linea di demarcazione, il punto in cui una cosa finisce e un’altra comincia. Un limite, quindi, non è necessariamente una prigione, un luogo da cui fuggire, un muro da scavalcare o distruggere: può essere anche un luogo dove qualcosa può prendere forma. Senza limite una cosa non si distingue, non si riconosce, non prende consistenza. Una tela senza cornice viene a far parte dell’ambiente in cui viene collocata; la cornice ha l’effetto di rendere lo sguardo concentrato sull’opera e sul senso che l’artista ha voluto donare. Così anche la libertà, se non incontra alcuna misura, rischia di disperdersi. Ricordiamo il valore che Aristotele ha dato al termine “misura”. L’Essere per Aristotele ha bisogno di equilibrio, di misura delle cose appunto. Nell’”Etica Nicomachea” la virtù è considerata come il giusto mezzo tra eccesso e difetto. Immaginate un uomo coraggioso, non sarà certamente una persona priva di paure, possibili fonti di ansie. Il nostro cervello ci guida attraverso le paure e i dubbi plausibili con i quali predire ciò che può accadere e progettare un percorso fattibile. Quindi il coraggioso programma, è in equilibrio costante tra viltà e temeriarità. Per questo che crescendo impariamo che senza misura non ci può essere libertà adulta, ma inevitabilmente, ed a volte esclusivamente, dispersione, eccesso o dipendenza dall’impulso. In questi episodi di eccessi si riconoscono le azioni che stravolgono la quotidianità serena di ciascuno di noi. Atti di terrorismo, le guerre di supremazia politico-economica, e la violenza gratuita. Reagire d’impulso equivale ad essere sempre reattivi (causa-effetto), mentre vorremmo essere i creatori di un nostro mondo ideale in cui immergersi con tranquillità. La dipendenza porta all’abitudine, a far precipitare la nostra vita nelle banalità, nel bisogno di possedere e di identificarsi con questi oggetti posseduti. Identifico tutte queste possibilità positive, nel gestire con consapevolezza il luogo della vita che abitiamo, e negative, nell’uso scorretto e dispersivo delle nostre e dell’altrui risorse, nel termine Potere.

Questa parola, analizzata da questa prospettiva, non è solo la capacità di comandare o di imporsi. È la capacità di orientare possibilità, comportamenti, desideri e risorse. C’è un potere sugli altri, che può diventare dominio; c’è un potere di agire, come lo scegliere, il trasformarsi e lo scegliere di trasformarsi; c’è un potere con gli altri, che genera collaborazione e responsabilità condivisa. Il problema non è il potere in sé. Il problema è il potere senza limite di cui ha bisogno per renderlo utile ai suoi scopi: ad esempio quando non riconosce l’altro. Il mondo interpretato come alterità da se stesso, quindi come il nemico o il diverso da  cui differenziarsi. E se ci si differenzia dall’altro ci si allontana dall’effetto dell’umanità e ci si trasforma in una forma che per vivere deve diventare disumana. Se si abbandona l’umanità si cede a tutte quelle distorsioni di pensiero come l’invidia o la squalifica del diverso che fa paura. Ma stavolta la paura ha gli esiti nefasti del potere assoluto e distruttivo che desidera controllare per non perdersi; quando confonde la forza con il possesso, quando trasforma la libertà in invasione.

L’origine del dubbio che pervade alcune menti sull’uso del potere personale è attribuibile ad un tempo che spesso interpreta il limite come difetto. Dobbiamo essere più efficienti, più visibili, più produttivi, più flessibili, più performanti. Il messaggio implicito è semplice e seducente: puoi tutto, devi solo volerlo abbastanza. Ma questa promessa non libera sempre. Talvolta stanca. Byung-Chul Han ha descritto bene questa società della prestazione, nella quale non siamo solo oppressi da divieti esterni, ma spinti a sfruttarci da soli in primis con valori esclusivamente dettati da simboli sociali divenuti perversi perché hanno perso il riferimento all’uomo in nome del miglioramento continuo. L’illimitato, quando diventa obbligo, non è libertà ma una catena anche se elegante.

Per questo occorre distinguere. Ci sono limiti che imprigionano: la paura, la vergogna, il senso di inadeguatezza, le condizioni sociali ingiuste, le narrazioni familiari che riducono una persona a ciò che gli altri hanno deciso di vedere. Questi limiti vanno riconosciuti, interrogati, talvolta attraversati e combattuti. Ma ci sono anche limiti che strutturano: il confine personale, il rispetto dell’altro, il tempo disponibile, la misura delle energie, la responsabilità delle conseguenze. Questi limiti non ci rendono meno liberi. Impediscono di tradire noi stessi.

Qui il limite incontra anche l’umiltà, se la intendiamo correttamente. Umiltà non significa pensare poco di sé. Significa non pensarsi senza confini. Significa conoscere I propri limiti per sapere dove si sta andando, cosa possiamo utilizzare al meglio delle nostre potenzialità, a chi rivolgere il dono dei nostri carismi. Vivere nel mondo fino a percepire che si è parte integrante di qual mondo anche se piccolo. La vita ci attraverso nel senso che siamo causa ed effetto di quello che viviamo. Se continuiamo ad abbandonarci alle abitudini non riconosceremo più che alle regole del gioco abbiamo contribuito anche noi. Non comprendiamo che anche le nostre intenzioni ed azioni contribuiscono giorno dopo giorno alla strutturazione di modelli sociali precostituiti. 

L’uomo maturo non si gonfia oltre il proprio valore e non si rimpicciolisce sotto di esso. Conosce la propria forza, ma sa che non è assoluta. Conosce il proprio desiderio, ma non lo trasforma in diritto illimitato. Conosce la propria libertà, ma non la separa dalla responsabilità.

Già, libertà, un concetto che viene abusato continuamente da chi vive reattivamente: “La mia libertà finisce dove inizia la libertà altrui”, quale sarebbe questo spazio destinato a me ed a te. Chi lo stabilisce se non regole condivise. Ma per condividere delle regole occorre sentirsi “appartenenti a”.

Erich Fromm ci aiuta a comprendere questo punto: l’uomo non sempre desidera davvero la libertà, perché la libertà comporta responsabilità. A volte preferisce rifugiarsi nel possesso, nel controllo, nel conformismo, nell’approvazione. In questa prospettiva, il limite può diventare una protezione dall’illusione dell’avere tutto. Non siamo più liberi perché possediamo di più, controlliamo di più, appariamo di più. Siamo più liberi quando riusciamo a vivere senza trasformare ogni relazione, ogni ruolo e ogni desiderio in una forma di dominio. 

Ecco, questo il segreto, se non esiste uno spazio in cui agire, non sorgerà nemmeno il desiderio di dominarlo. Perchè rifiutare il fatto che apparteniamo al medesimo spazio vitale? E che il dominio distorce l’idea di appartenenza? Mi si potrà eccepire che in natura tutto combatte per sopravvivere: le piante, gli animali, perfino la Terra combatte per sopravvivere alle mutevoli condizioni in cui è costantemente immersa; sia come “abitata da” sia come “abitante in” un Universo in espansione e, guarda caso anch’esso con limiti, in espansione, ma pur sempre con un “al di qua” e un “al di là”. Avreste ragione a pormi difronte a questa considerazione. Tutto lotta perchè ha bisogno di modificare i propri spazi; ma non usa la prepotenza, non ne capisce nemmeno il significato perché è un simbolo inventato da noi esseri Umani che vivono in un mondo simbolico e per questo non più naturale.

Allora quale può essere la cura? Esiste la possibilità di intervenire? Non è qualcosa che ci troviamo senza un nostro lavoro continuo di coscienza che si sviluppa, come ci espone Goffman, nella vita quotidiana.

E’ la vita quotidiana che ci mette davanti al limite come misura di noi stessi. Se pensiamo la vita come una serie di ostacoli, ogni ostacolo ci pone dinanzi alla domanda: “sono abbastanza per attraversarlo?”. Alcuni ostacoli sono proporzionati alle nostre possibilità e ci chiedono disciplina. Altri sono sfidanti e ci chiedono di diventare qualcosa che ancora non siamo. Altri ancora sono sproporzionati: non chiedono prestazione, ma protezione, cura, sostegno, ricomposizione. Mi preme puntualizzare che non ogni ostacolo rende più forti. Alcuni feriscono. Ma anche il limite più duro può diventare, nel tempo, un luogo di coscienza.

Viktor Frankl ha mostrato, nella forma più estrema, che non sempre possiamo cambiare ciò che accade. Esistono condizioni che non abbiamo scelto e che non possiamo cancellare. Eppure può restare uno spazio interiore: il modo in cui rispondiamo, il significato che cerchiamo, la dignità con cui attraversiamo ciò che ci supera. Questo non rende il dolore buono; ma riconosce che, anche davanti al limite, l’uomo può ancora domandarsi quale posizione assumere.

La poesia conosce bene questa ambivalenza. In Leopardi, la siepe dell’Infinito impedisce allo sguardo di vedere l’orizzonte, ma proprio quel limite apre l’immaginazione. È una lezione preziosa: non ogni confine chiude; alcuni confini generano profondità. Il limite può impedire l’espansione superficiale e favorire una visione più interiore. Può costringerci a non scambiare l’ampiezza con la verità.

Anche il Vangelo rovescia il rapporto tra potere e limite. Nei passi in cui Gesù parla dei capi che dominano sui popoli, l’indicazione è: “tra voi non sarà così”. Il potere autentico non si misura sulla capacità di imporsi, ma sulla capacità di servire. Qui il limite del potere è l’altro: non posso usarlo, appunto come precedentemente affrontato, come territorio della mia affermazione, come strumento del mio bisogno o come prova della mia forza. Il potere diventa umano quando accetta di non possedere.

Diventare liberi senza diventare illimitati significa allora riconoscere che non tutto ci appartiene, non tutto ci compie, non tutto merita la nostra energia. Alcuni limiti vanno superati, perché sono paura o ingiustizia. Altri vanno rispettati, perché proteggono la dignità, il corpo, la relazione, la verità personale. La maturità sta nel discernimento: capire quando un limite è una catena e quando invece è una soglia.

Forse il vero potere del limite è proprio questo: ci obbliga a scegliere. Non possiamo essere tutto, vivere tutto, trattenere tutto, possedere tutto. Ma possiamo dare forma a ciò che siamo. Possiamo abitare il tempo che abbiamo. Possiamo imparare a dire sì senza perderci e a dire no senza chiuderci. Possiamo accettare che la libertà non sia assenza di confini, ma capacità di riconoscere il confine entro cui la nostra vita diventa più vera.

Il limite non è la fine della libertà. È il punto in cui la libertà smette di essere un’idea vaga e comincia a diventare scelta, responsabilità e relazione. Diventare liberi senza diventare illimitati significa accettare una verità semplice e severa: non siamo tutto, ma possiamo diventare pienamente qualcuno.

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