Marina Abramović nasce a Belgrado nel 1946, in una famiglia segnata dalla storia: entrambi i genitori erano stati partigiani durante la Seconda guerra mondiale ed ebbero un ruolo nella Jugoslavia post-bellica di Tito. Crescere in quell’ambiente — rigido, disciplinato, quasi militare — lascerà un segno profondo nel suo rapporto con il corpo, la resistenza e l’autocontrollo, elementi che diventeranno poi il cuore pulsante della sua arte.
Si forma artisticamente tra Belgrado e Zagabria, studiando pittura, ma è negli anni ’70 che trova la sua vera voce: abbandona la tela per fare del proprio corpo il materiale stesso dell’opera. Nasce così la sua lunga carriera nella performance art, un campo in cui diventerà una delle figure più influenti e radicali del secolo.
Gli anni della sperimentazione estrema
Le prime performance di Abramović esplorano il dolore, il rischio e i limiti fisici e psicologici come strumenti di conoscenza. Opere come Rhythm 10 (1973) e soprattutto Rhythm 0 (1974) — in cui si offrì passiva al pubblico per sei ore, lasciando a disposizione 72 oggetti (tra cui una rosa, ma anche un coltello e una pistola carica) — segnano un punto di non ritorno: mostrano quanto l’essere umano, di fronte all’assenza di conseguenze, possa diventare crudele, e quanto il corpo dell’artista possa farsi specchio collettivo.
L’incontro con Ulay
Nel 1976 inizia il sodalizio artistico e sentimentale con l’artista tedesco Ulay (Frank Uwe Laysiepen), durato dodici anni. Insieme realizzano alcune delle performance più celebri della storia dell’arte contemporanea, esplorando la fiducia, la fusione e la tensione tra due identità che si cercano e si scontrano — Relation in Time, Breathing In/Breathing Out, Rest Energy. Il loro rapporto si conclude nel 1988 con un gesto che è già leggenda: camminano l’uno verso l’altra partendo dai due estremi della Grande Muraglia Cinese, per incontrarsi a metà e dirsi addio.
La maturità e la consacrazione
Negli anni successivi Abramović continua a esplorare resistenza fisica, memoria culturale e identità balcanica, con opere come Balkan Baroque (1997), con cui vince il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia.
Il culmine della sua ricerca sulla presenza arriva nel 2010 con The Artist is Present al MoMA di New York: settantotto giorni, oltre settecento ore, seduta immobile davanti a migliaia di sconosciuti che si alternano sulla sedia di fronte a lei. L’opera la consacra definitivamente al grande pubblico, trasformandola in un’icona capace di parlare tanto al mondo dell’arte quanto alla cultura popolare.
Eredità e presente
Oggi Abramović continua a lavorare come artista, performer e insegnante, fondando il Marina Abramović Institute (MAI), dedicato alla trasmissione e allo studio della performance art di lunga durata. La sua opera ha influenzato generazioni di artisti e continua a interrogarsi sulla stessa domanda che ha attraversato tutta la sua vita: quanto può resistere, e quanto può conoscere di sé, un essere umano quando si spoglia di ogni protezione?
THE ARTIST IS PRESENT
Il silenzio che parla
Per tutta la vita Abramović ha scolpito un linguaggio fatto di ferite, resistenza, carne che si offre al limite. Ma qui il corpo non compie imprese: semplicemente è. Ed è forse questa la forma più radicale che abbia mai osato — non chiedere all’artista di agire, ma di essere, per ore, senza scudo, senza maschera, in un’immobilità che è già meditazione, già preghiera laica.
Guardare ed essere guardati diventa così una pratica contemplativa, non diversa dal monaco che fissa la fiamma di una candela o l’onda del proprio respiro. Abramović fissa l’altro — e nell’altro, inevitabilmente, ritrova se stessa. Lo sguardo si fa specchio. Lo specchio si fa soglia. Un varco che permette a chi siede di fronte a lei di scivolare, per qualche istante, in un tempo sospeso, lontano dal frastuono del mondo.
Lacrime senza parole
Molti, sedendosi davanti a lei, sono scoppiati in lacrime. Nessun dialogo, nessuna parola — eppure qualcosa si muoveva nel profondo: un dolore antico, una solitudine mai confessata, una gratitudine improvvisa per essere, finalmente, visti. In un mondo che ci insegna a guardare senza vedere, a sfiorare migliaia di sguardi senza che nessuno si fermi davvero, Abramović ha riaperto un’esperienza primordiale: il riconoscimento di un’anima intera da parte di un’altra anima.
È qui che l’opera tocca il cuore della coscienza — non nel pensiero, ma nella percezione pura di esistere negli occhi di un altro. La coscienza, in questo senso, non è solo pensiero: è relazione. È l’istante in cui due presenze si sfiorano senza toccarsi, si riconoscono senza dire nulla, si curano a vicenda semplicemente restando.
Il tempo come materia dell'opera
E poi c’è il tempo — elemento centrale, spesso dimenticato. Sette ore al giorno, per tre mesi: un’eternità misurata in minuti di immobilità. Il tempo stesso diventa materia scolpita, come altrove il corpo di Abramović è stato portato al limite della resistenza. Qui il limite non è il dolore fisico, ma la durata della presenza — la capacità di restare, di non fuggire, di non distogliere lo sguardo nemmeno quando l’altro porta con sé un peso che pesa come un intero mondo.
Ed è proprio in questa durata che si svela il senso più profondo: la meditazione non è un lampo, è una pratica lenta, paziente, costante. Abramović non regala illuminazioni istantanee, ma la possibilità di abitare, accanto a uno sconosciuto, un tempo lento e condiviso — quel tempo che nella vita quotidiana ci neghiamo quasi sempre, come un lusso proibito.
L'incontro che nessuno aveva previsto
Tra migliaia di sedute, una resta scolpita nella memoria collettiva come una cicatrice luminosa: il giorno in cui Ulay, suo antico compagno di vita e d’arte, si sedette in silenzio davanti a lei dopo anni di lontananza. Nessuna parola — solo lo sguardo. Eppure in quegli occhi si leggeva una storia intera: amore, rottura, nostalgia, e forse un principio di perdono. Fu un istante che travalicò l’arte per diventare puro atto umano: la riconciliazione silenziosa di due coscienze che si erano amate e poi perdute, come due fiumi che tornano, per un attimo, a toccarsi.
un atto di resistenza contro la distrazione
In fondo, The Artist is Present è anche una critica sommessa al nostro tempo frantumato, dove l’attenzione è merce rara e lo sguardo corre veloce, distratto, superficiale. Abramović chiede l’opposto: fermarsi. Guardare fino in fondo. Restare. In questo senso l’opera non è solo arte, ma gesto filosofico — un invito a riscoprire la coscienza come presenza piena, non come semplice attività della mente, ma come capacità di esserci per un altro essere umano, senza fuga, senza maschere.
Forse è questo il vero lascito dell’opera: averci ricordato che la meditazione più autentica non abita necessariamente nel silenzio solitario, ma nell’incontro — nello sguardo che si posa su un volto sconosciuto e, per un istante, lo rende familiare, lo rende casa. Nell’atrio del MoMA, per tre mesi, Marina Abramović non ha semplicemente fatto arte.
Ha offerto uno spazio sacro, laico e universale, dove la coscienza umana ha potuto, finalmente, specchiarsi in un’altra coscienza — e riconoscersi viva.
Bibliografia
- Biesenbach, Klaus, et al. Marina Abramović: The Artist Is Present. New York: The Museum of Modern Art, 2010. (catalogo ufficiale della mostra, con saggi di Klaus Biesenbach, Arthur C. Danto, Chrissie Iles, Nancy Spector e Jovana Stokić)
- Jones, Amelia. “‘The Artist Is Present’: Artistic Re-Enactments and the Impossibility of Presence.” TDR/The Drama Review 55, no. 1 (2011): 16–45.
- Westcott, James. When Marina Abramović Dies: A Biography. Cambridge, MA: MIT Press, 2014.
- Richards, Mary. Marina Abramović. 2nd ed. Londra: Routledge, 2018.
- Levine, Abigail. “Marina Abramović: The Artist Is Present.” Hemispheric Institute of Performance and Politics, 2010.
- Lader, Ryan. “The Artist Is Present and the Emotions Are Real: Time, Vulnerability, and Gender in Marina Abramović’s Performance Art.” BU Journal of the Writing Program, 2010.
- “The Artist Is Present (2010): A Psychoanalytical Performance Study.” Studio Art Therapy / Psychoanalytic Studies Journal, 2024.
- Akers, Matthew, regista. Marina Abramović: The Artist Is Present. Documentario. HBO Documentary Films, 2012.