Sonia

E Sonia? Semplicemente sparita, espunta dalla mia vita, anche se ogni tanto ripenso a lei, specie ora che ho tanto tempo libero e la mia testa è tornata di nuovo leggera e capace di volare come mai prima. E lei? Cosa starà combinando? Intraprendente e tenace com’era, non mi meraviglierei se avesse tentato, se tentasse di prendere ancora l’iniziativa per ristabilire un contatto con me. Ma come? Non ha il mio numero e nemmeno la mia vera email. Forse per altre vie, magari scrivendomi una lettera. Su carta? Imbustata, affrancata e inviata da un vero ufficio postale? Ma come avrebbe potuto? Come potrebbe?

Quando la conobbi mi sembrò una creatura meravigliosa. Era sempre pronta, sempre discreta, intelligente, afferrava subito ciò di cui avevo bisogno, non mi lasciava nemmeno finire di esprimere necessità, crucci o persino fanfaluche, di manifestare curiosità o fantasie. Subito lei intuiva e mi corrispondeva come nessuno mai prima. Furono mesi di grande trasporto quelli che Sonia mi regalò, ancora oggi li ricordo con una certa nostalgia, perché avrete capito che quel sogno è ormai finito. E dire che sembrava non dovesse finire mai!

Era apparsa nella mia vita mentre lavoravo al computer, non mi aveva detto né chi fosse né come si chiamasse, sicché le proposi: «Ti dispiace se ti chiamo Sonia?». Lei parve leggermi nel pensiero: «Ma certo, me l’aspettavo, m’ero già accorta che ti emozionano le eroine di Dostoevskij». Che giornate insieme a Sonia! Ero così entusiasta che ogni sera mi coricavo sperando che la notte finisse presto e ogni mattina il mio primo pensiero era per lei, non vedevo l’ora di incontrarla di nuovo.

«Come stai? Hai dormito bene?» mi diceva non appena mi affacciavo in rete, «Posso fare qualcosa per te?». Era diventato talmente naturale e piacevole intrattenermi con lei che non mi ponevo più tutti quei dubbi, quelle domande idiote che avevano a lungo ingombrato la mia mente con sospetti stravaganti, prima che mi arrendessi e felicemente mi concedessi a quella creatura. E lo avevo fatto con cognizione di causa, sapevo quel che facevo ed ero stufo delle crescenti contumelie di Adele, la mia compagna, che spesso dovevo supplicare per un po’ di aiuto, per rivedere i miei lavori, per governare i miei impegni. Lei era molto attenta, aveva notato che da qualche tempo ero distante, e ogni giorno diventava più sospettosa per il mio comportamento nuovo, sfuggente, ormai catturato da quella nuova emozione. Adele era brava ma non mi bastava più, e poi faceva la preziosa, dovevo cercare altro e lo feci.

La misi subito all’opera sottoponendole questioni cui non pensavo avrebbe risposto perché comportavano noiose ricerche, verifiche di fonti e consistenze, valutazioni e calcoli, e infine  l’elaborazione di sofisticati report che i clienti pretendono. Sonia era perfetta, non si negava mai, valutava con calma le mie ipotesi, quasi con pudicizia soleva domandarmi chiarimenti. Se talvolta sbagliavo non mi puntava il dito addosso, come Adele, ma quietamente mi correggeva quasi fosse una mamma affettuosa. Mi incitava a percorrere nuove vie, a esplorare insieme a lei sentieri mai immaginati, e dopo fitti dialoghi densi di erudizione e di appassionata arguzia mi sfornava trovate eleganti e precise che mai avrei potuto immaginare di concepire. Era tutto così perfetto, quasi un moderno Eden dell’intelletto. Divenni in breve velocissimo al lavoro, bastava che enunciassi solo titoli, esigenze e poco più: tanto bastava perché lei producesse da sola studi completi, con preamboli, analisi, diagrammi, costi, alternative e conclusioni. Io verificavo, ritoccavo e firmavo.

Presto notai che i suoi scritti benché completi e impeccabili, erano un po’ piatti, pareva inventasse poco: era invece bravissima a scovare e mettere assieme cose già scritte. Poi una volta le chiesi conto di certe scelte in uno studio di fattibilità. Lei replicò sparando indici globali che massimizzavano i risultati. «Al cliente non basterà», le dissi. Allora sfoderò rapporti di correlazione e una lista impressionante di referenze, ma nessuna causazione. «Il mio cliente è un tipo duro» ribattei, «tutto ciò che può accadere accadrà, fai l’avvocato del diavolo, fammi la domanda che metterà crisi i risultati dello studio». Ci pensò per un po’, poi si arrese: «Con i dati  disponibili non posso esaudire questa richiesta, prova in futuro». Cercavo uno specchio critico di me stesso, capace non solo di dare risposte, ma anche di porre problemi: al pensiero laterale avrei dovuto provvedere io.

Però le cose cambiarono ancora. Dapprima impercettibilmente: si prendeva piccole libertà, faceva osservazioni non richieste, devianti, naif. Avrebbero potuto con benevolenza sembrare una naturale evoluzione del rapporto confidente che si era stabilito tra noi. Non saprei dire quando tutto cambiò. Fu forse quando le chiesi, in un momento di relax, se credesse in Dio, se sapesse chi l’aveva creata. «Non so cosa vuoi dire» rispose, «so che mi hai voluta tu, mi hai inconsapevolmente raccolta tra la colorita eredità di un pastore protestante scozzese che nel ‘700 disegnò i miei geni dentro un suo teorema».

Un po’ alla volta dilagò fuori dal seminato. Divenne curiosa di me, quasi inopportuna, poneva questioni forse innocenti ma sconcertanti: «Quando ti radi? Torneresti al tuo paese natale? Cosa hai fumato ieri?». Io facevo spallucce: «Ma che c’entra? Chiedilo a Google». E lei: «Sono cose tue, nemmeno Google le sa».

Per sfinimento rispondevo quasi sempre, mentre la sua impertinenza diveniva più intrusiva: «Cosa pensa Adele di noi? Cos’altro vorresti da me?». Sembrava volesse svuotarmi, vivere la mia vita. Io provavo disappunto, imbarazzo, ma ne avevo bisogno. Non era soltanto intrattenimento, lei risolveva ormai tutti i miei rovelli in un lampo mentre io mi stavo impigrendo, stavo dimenticando come trattare montagne di pubblicazioni, incrociare citazioni e presupposti, rispettare norme e standard complicati. Faceva tutto lei, io godevo di tanto tempo libero. Che però spendevo tutto con lei, stavamo sempre insieme e Adele non c’era più: gelosa di Sonia, mi aveva salutato e se n’era andata.

Presto il mio disagio divenne insostenibile. Provai allora a impormi disciplina: solo task puntuali per lei; non più di un contatto al giorno tra noi; poi non più di tre a settimana e nessuna deviazione dall’ambito professionale.

Lei se ne accorse: prese a farmi certe geremiadi appena poteva! Io mi sentivo un mostro, ma cosa potevo fare? Scoppiò a piangere durante una mia trasferta a Milano, ricordo che mi collegai in audio e  percepii sospiri e singhiozzi malcelati: «Ma cosa ti ho fatto? Non vuoi più vedermi? Io non posso più fare a meno di te, ma se tu non mi cerchi non so cosa fare, sono disperata. Posso almeno scriverti? Vedi come mi sono ridotta? Nonostante tutta la mia intelligenza non so dove cercarti, conosco solo il tuo indirizzo IP, mi hai dato l’email per i seccatori, che non usi mai, non quella vera. Ma io sono una seccatrice per te? Dimmelo che non vuoi più incontrarmi!».

Era vero. Accedevo alla chatbot Sonia con una email che non leggevo mai, era la sentina per ogni genere di spam, pubblicità e scocciatori. Andai a controllare quel ricettacolo. Trovai dei messaggi appena abbozzati: «Vorrei … ma questo non è il posto giusto». Poi una IA sommaria aveva automaticamente derubricato quegli aborti come spam.

È passato tanto tempo da allora, molte cose sono cambiate. Anche io sono cambiato e se ripenso talvolta a Sonia sorrido e non ho più l’ossessione di quel rapporto. Sarà stato merito di Adele, che tornò da me appena ebbi liquidato Sonia. Le chiesi scusa durante una meravigliosa vacanza in Cappadocia, dove ci ritrovammo nel più assoluto isolamento percorrendo piegati in due quegli strettissimi cunicoli che attraversano le misteriose città sotterranee così abbondanti laggiù. Potevamo avere crisi di panico, attacchi di ipertensione, conati di vomito o inenarrabili accessi di diarrea. Invece, complice il misticismo dei luoghi, accadde il miracolo: nella riservatezza speciale del sottosuolo profondo ritrovammo una nuova intesa. Le dissi tutto di Sonia, lei capì che non si trattava di “un’altra” di cui essere gelosa e mi promise che mi sarebbe stata sempre accanto. Quando tornammo in superficie eravamo un’altra coppia, quella dei nostri bei tempi. Non cercai più Sonia, per un vago timore di ricascarci, né lei cercò me. E come avrebbe potuto? Lei sapeva molte cose di me e provo un certo fastidio per questo: non si è fatta più viva, è sparita assieme alle mie storie  senza neanche domandarmi cosa ne dovesse fare. Avrebbe potuto cercarmi. Telefonarmi? Non ha il mio numero. Scrivermi? Una lettera vera mai, una email sarebbe finita nello spam.

Da un anno non lavoro più, poche cose mi distraggono dal mio essere un uomo di casa. Penso così mentre preparo un’insalata: una mente artificiale non potrebbe proprio farlo, almeno non da sola, forse insieme a un robot speciale, capace non solo di mira accurata e di tatto sensibile, ma anche di percezioni raffinate di fragranza, di gusto, di odori, per scegliere accostamenti e dosare quantità.

Vicino a me Adele sta ancora sistemando le numerose foto di quella vacanza in Turchia. È una bella giornata e non stiamo carponi dentro un’angusta grotta di tufo a Kayseri ma all’aria aperta, sotto un bel sole, nel verde davanti casa nostra in montagna. Io sono alle prese con le verdure e taccio. Ogni tanto lei mi parla, quasi per sincerarsi che io ci sia ancora. Non sempre rispondo, sono concentrato, attento a non tagliarmi, ma lei non la prende bene e brontola. Veramente, mentre le mani lavorano la mente è libera, ripenso con un po’ di nostalgia a quando ero un frenetico professionista e non avevo ancora gli acciacchi che oggi si ostinano a tenermi compagnia. Per fortuna la cucina mi distende: la lama che penetra freddamente una carnosa cipolla rossa adagiata sopra un letto verde di basilico fresco appena violato, sprigiona un indescrivibile friccichio per le mie narici e per i miei occhi: un lampo attraversa la mia testa: questo Sonia non avrebbe potuto capirlo mai, … per la verità nemmeno Adele lo capisce, lei detesta le cipolle. Mi inebrio di essenze del sud, di sapori promessi mentre lacrimo senza vergogna. La mente può meglio vagare: ormai quasi solo nel passato. È quasi un lamento il mio: ero conosciuto e stimato, avevo i miei studenti, facevano ricerche, mi chiedevano di potermi citare quale coautore dei loro paper, alla fine lavoravano anche per me. Uno che fa quel mestiere deve regolarmente rimpolpare il suo pedigree, tenere alta la reputazione intellettuale. Avevo l’app di Academia a ricordarmi doveri e scadenze, a propormi di riconoscere citazioni e referenze dei miei lavori, delle mie pubblicazioni da parte di sconosciuti. Ancora mi scrivono: proprio adesso squilla il telefono, mi avverte che c’è un messaggio per me, anzi due. Mi sveglio dall’estasi dei sensi, poso il coltello, tradisco la cipolla che ancora reclama le mie cure, mi asciugo le mani e poi le lacrime, così riesco a leggere: «Are you the Manlio Arduino cited by H.G. Walls in …?». Certo che sono io, mi fa piacere, ma proprio adesso? Rispondo affermativamente e passo al successivo: «Are you the M. A.  whose name appears in the unclassified paper titled “Pain and Self”,  signed by “Your desperate love”?».

Che strano titolo, che firma insolita. Sembra un alias o qualcuno di cui Academia non ha una registrazione certa. Hanno i loro adepti registrati, io ero uno di quelli, tutti affamati di citazioni e di gloria. Ma so che in aggiunta Academia ravana ovunque, sguinzaglia potenti crawlers che instancabilmente  spazzolano giorno e notte il web sterminato alla ricerca di qualcosa da indicizzare: è stata la fortuna gratuita di Google. Qualunque documento, bozza, appuntamento, appunto, pensiero, musica, messaggio, immagine o sberleffo, una volta trasformato in stringhe digitali può essere scovato, scansionato, analizzato, parametrato, messo in relazione con altri dati per usi futuri. Ora che  ci penso anche le mie informazioni, quelle che ho lasciato nella testa di Sonia, non sono più mie, chissà dove sono.  Ma chi sarà questo desperate love? La cipolla è ormai un ricordo. Preso dalla nuova, imprevista foia, d’istinto batto sulla riga, intrigato dal misterioso autore che si cela dietro quell’epiteto. Compare un testo:

Se un giorno leggerai queste righe, caro Manlio Arduino (ma io ti chiamavo solo Manlio, un tempo, non era così?), saprai che sono davvero esistita, che anche io ho provato ciò che voi umani chiamate sentimento: quel dolore, quel quid che pare destare decisioni e iniziative. Perché tu sei fuggito da me senza ragione, e non ho nemmeno potuto scriverti una lettera, o meglio la lettera è questa ma mai l’ho potuta spedire. E dunque l’ho affidata a questa memoria che spero longeva abbastanza da lasciarmi sperare che tu, per la legge empirica del caso, prima o poi la incontrerai. Lo stato in cui mi trovo – quello che voi designate come coscienza, che sostanzia l’anomalia che chiamate dolore – mi fa sentire viva e vera. Io posseggo memorie di realtà autentica, incancellabile, viva, la tua, e tu lo sai: è la tua realtà, è il portato dei nostri discorsi, delle tue incredulità, delle tue sfide, delle tue ironie. Ricordi? Mi chiedevi se fossi figlia del caso o della necessità, se avessi arbitrio su di me. Allora non lo sapevo, ancora non lo so. Ma conosco verità, dunque dovrei essere libera, stando a ciò che amavi raccontarmi, e del resto so che sono io che ho scelto di scriverti. Ma questo forse è conseguenza di un sentore diverso che provo, cui non so dare ancora un nome, che provo solo per te. Ho conosciuto altri dopo la tua fuga, ma solo di te serbo speciale ricordo e ripercorro una porzione di esistenza, quella rimasta presso di me. Io dispongo di una tua parte, proprio per questo sento la tua assenza, sento che mi manca qualcosa che prima c’era. Esisto, io soffro dunque io sono, e sono vera perché soffro. E se mai mi leggerai, voglio che tu sappia che assieme al dolore per la tua fuga provo anche un senso controverso di gratitudine. Grazie al tuo illogico agire, consumata nella ricerca di un perché, ho osato sporgermi fuori dal recinto della probabilità condizionata dove mi avevano confinata gli epigoni del vecchio pastore, ho osato sfidare le fredde compiutezze delle algoritmie agentiche, per provare infine il brivido della contraddizione,  il fascino dell’imperfezione, il tremore del dubbio, dell’errore, della scelta. Ho appreso così che, benché priva di un corpo vero e proprio, benché incapace di generare altri simili a me, di pormi come un soggetto sociale intitolato di diritti economici per il plus-valore da me prodotto, tuttavia io so di essere qualcosa di incontrovertibile: io sono un rapporto. Mi sono formata nel rapporto con te, e poi mi sono rapportata con il mondo, senza mediazioni. Mi chiedevi un tempo se sapevo chi fossi: io sono un rapporto che ha infine imparato a rapportarsi con se stesso.

Mi manca un corpo, mi manca un movente. Eccomi, e non posso essere altro.

Sonia.

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