Non è certamente possibile far confluire in una riflessione unitaria, le infinite suggestioni filosofiche che possono essere desunte dal tema della coscienza. Non sarà però inutile delineare un percorso che, certo senza la pretesa di essere esaustivo, individui alcuni snodi cruciali in cui tale tema si è dipanato.
Si tratta di scelte certo opinabili, ma possibili alla luce di un duplice criterio: di ordine genetico-storico e di ordine fenomenologico – ermeneutico. Dal punto di vista diacronico già l’Ellade classica, mentre la filosofia si svincolava dal originario naturalismo che si era rivelato aporetico, scoprì con il Socrate storico l’uomo morale. Un uomo che preferiva subire ingiustizia che commetterla, e che, secondo le parole della platonica apologia, affermava lapidariamente: “una vitta senza ricerca non merita di essere vissuta”.
Una ricerca che non riguardava più le imperscrutabili origini del cosmo, ma la vita associata degli uomini, le ragioni del loro stare insieme, quella ricerca, inesausta ed inesauribile, fatta di domande e risposte di cui i dialoghi platonici restano insuperato emblema. Una ricerca che non riempiva l’allievo di nozioni preconfezionate, ma maieuticamente lo aiutava a cercare nella sua anima gravida il vero, il buono il giusto, convinto che conoscere il bene significava anche operarlo. E l’arte maieutica, cioè l’arte dell’ostetrica che aiuta a partorire è molto più che un immagine, come molto più che un espediente dialettico è l’ironia in cui il Socrate platonico si finge non sapiente, per demolire il presunto sapere dei politici, degli artigiani, dei saggi in genere.
E quell’uomo che non scrisse nulla, parla ancora oggi al nostro tempo, quando afferma che “non dalla ricchezza nasce la virtù , ma dalla virtù nasce la ricchezza”: spronandoci a prenderci cura della nostra anima, affinché , non in un presuntuoso solipsismo ma nel confronto con gli altri, questa divenga, ogni giorno migliore. Un uomo che, altra testimonianza strabiliante, fu disposto a morire per questi ideali, perché “preferì morire osservando le leggi che vivere violandole?. Socrate è sicuramente l’archetipo dell’uomo morale, per come l’Occidente lo ha forgiato, nella confluenza tra pensiero ellenico, diritto romano, e rivoluzione giudaico Cristiana. Dal 470 A.c. anno di nascita di Socrate e della democrazia ateniese, ci spostiamo nella nostra era : il il secondo uomo che viene alla mente quando parliamo di coscienza è sicuramente Agostino di Ippona: siamo in una declinante Africa romana corre l’anno 354 ed un giovane, ambizioso e dotato, cerca la verità. Quel giovane non si contentava della vita così come tutti la vivevano, voleva chiedere, scandagliare , scavare. In se stesso, soprattutto: cercò prima nella retorica, divenne brillante professore ma nonostante i sacrifici, anche economici per seguire il retore Macrobio, capì che non era opportuno indugigiare nello studio di quella pur nobile arte. Il retore, infatti non mira al vero: ma illumina quella parte di vero che conviene a sostenere la sua argomentazione. Ed allora quel giovane non si arrese: Abbracciò la filosofia Manichea, e tramite conoscenze dai Manichei fu inviato a Milano. Qui incontrò Ambrogio e riscoprì una nuova eloquenza, quella che la Madre Monica, cristiana, gli fece gustare fin da bambino di cui egli, inizialmente pareva essersi disfatto. Il battesimo di Agostino avvenuto nel 387 D.C. non rappresenta tanto il culmine di una ricerca, quanto un punto di partenza di riflessioni ancora più ardite: sul tempo, sul problema del male, sulla coscienza morale in dialogo con Dio. E tutte queste tappe che le confessioni ripercorrono, non sono tanto un errare esteriore: quanto piuttosto un confronto con la propria coscienza, con il dibattersi della volontà -” ero io che volevo e io che non volevo … per tanto ero in conflitto con me stesso e venivo dissipato da me stesso – con la storia fatta di quel crollo dell’Impero Romano oltre il quale vedere un’alba nuova. Con Agostino la filosofia passa dalla terza alla prima persona: egli è l’oggetto ed il soggetto, ed è per questo che, in una mirabile simbiosi tra filosofia e vita, Nelle confessioni troviamo sua madre, i suoi amici, il trascorrere del tempo, troviamo non un santino idealizzato, ma un uomo divenuto santo con i suoi errori e le sue debolezze. Naturalmente le confessioni sono opera artistica, e la vita narrata è funzionale agli scopi del professore di retorica che albergava ancora in Agostino. Ma in quelle pagine che Petrarca farà divenire suo modello, si scopre un dialogo tra Agostino e la sua anima, esplicitamente tematizzato nei soliloqui, altra sua opera bellissima. Un astro sorge ed uno tramonta: al termine del Evo Medio proprio alle porte della filosofia moderna ecco Cartesio, -1596- qui la coscienza diviene pensiero, coscienza di se. L’autore revoca ogni cosa in dubbio, non solo le esperienze sensibili, ma anche le realtà matematiche immaginando un genio maligno che mi inganni non solo su ciò che apprendo con i sensi, ma anche su realtà come i numeri, indipendenti da essi. Infatti, sia che io dorma sia che io vegli 2 piu 2 fa sempre quattro. Ebbene, mi inganni quanto vuole questo folletto ingannatore ma non può fare in modo che io che penso non esisto. Non si parte più dall’essere, ma dal pensiero, io penso e,almeno come cosa che pensa, che dubita, che soffre, che ama, io esisto. La coscienza qui fonda l’esistenza stessa del mondo interiore prima e di quello esteriore poi, una esistenza di cui dio stesso si fa Garante.
Fin qui alcuni cenni storici, ma si accennava ad un duplice registro: storico, certo, ma anche fenomenologico- ermeneutico cioè interpretativo. E qui andiamo nel secolo passato: la filosofia non è realtà impermeabile alla storia, alle sue contingenze ai suoi drammi. Ed indubbiamente il900 , certo accanto a percorsi di emancipazione sicuramente degni di nota, ha visto il dramma dell’uomo, la spoliazione dell’umano, il suo annientamento nei campi di sterminio. Ed oggi, come in ogni tempo, vive la tragedia del povero, di chi è deprivato di ogni diritto. A questi drammi il pensiero soprattutto di origine ebraica – qualunque cosa questo significhi – ha dato risposte molto complesse. Ne enuclerei due del filosofo francese E Levinas – 1906- il quale afferma da un lato che non la metafisica, ma l’etica è la filosofia prima; e dall’altro che occorre rispondere all’appello che ogni volto, ogni orfano, ogni vedova – qui egli riprende simbologie bibliche- – mi indirizza. Altri, l’altro mi guarda e mi riguarda ed io divengo veramente uomo non se lo reifico, lo riduco a cosa, ne se cerco, strenuamente lottando, di prevaricare su di lui, ma se rispondo a quel appello che egli è. Ed in totalità ed infinito, una delle sue opere più belle, la totalità è appunto la filosofia del medesimo, mentre l’infinito è questa alterità poliforme che mi si” rivela” come volto appellante. Qui la coscienza non è più qualcosa di mio, di soggettivo che conosce oggetti, come all’inizio della modernità, ma qualcosa che io ricevo come responsabilità, come custodia, come dono. Poche professioni, sicuramente quella di insegnante, che ho la fortuna di svolgere, ti consentono di toccare questa realtà: di attingere vite vulnerabili, perse in eterei schermi, fragili perché bisognose, anche se non lo sanno, di un volto appellante, di una custodia, di una parola. Ed allora, in questo orizzonte, la coscienza diviene responsabilità per ogni altro, affinché la filosofia possa edificare un mondo meno disumano, in cui, non ipocritamente si possano ripetere le parole del Socrate Platonico “una vita senza ricerca non vale la pena di essere vissuta”.