Dimensione mentale e realtà fisica nella percezione dell’agro romano

di Ursula Piccone

La storia dell’Agro romano è indissolubilmente legata al concetto di corsi e ricorsi storici di vichiana memoria; storia fatta di prosciugamenti, abbandoni e ritorni, e poi di nuovo abbandoni e rinascite. Prime notizie relative alle bonifiche di questo territorio si hanno già in epoca romana – secondo alcuni storici forse anche in epoca etrusca – quando vengono realizzati, per rendere abitabili e collegare le zone melmose ed insalubri, nuovi tracciati su cui innestare i percorsi di servizio e connessione tra la nascente città e la campagna: le vie consolari. Tra queste si ricordano la Via Appia, Regina Viarum, realizzata a seguito della redenzione del territorio paludoso di Terracina, la Via Latina, che attraversava il territorio corrispondente oggi all’odierno quartiere tuscolano, e le altre man mano realizzate: nastri, questi, dapprima fatti di terra battuta e poi di nero basalto, da cui si snodava la vita di Roma. Poiché una città non può essere surrealisticamente piantata in mezzo al deserto!
Con personale visione onirica Guelfo Civinini, redattore di primo ‘900 del Corriere della Sera, nei Giorni nel mondo prima – Vagabondaggi e soste di un giornalista, descrive la via percorsa dagli abitanti della palude con parole dure: “case non vi sono, lungo la via Appia da Cisterna verso Terracina, non si incontrano che tre o quattro fabbricati, qua è là qualche casale, sette o otto in tutta la pianura, i guitti preferiscono addormentarsi lì in balia del nemico, sembra di andare per le vie di un sogno interminabile e angoscioso in un incubo di cose morte”.
Le vicende dell’Agro hanno subito alterne fortune, sempre legate allo sviluppo umano ed allo sfruttamento del territorio paludoso; uomini di tutti i secoli splendidi e tristi hanno lottato affinché il deserto intorno alla città potesse diventare terra popolosa e produttiva.
Un breve ed immancabile excursus storico, dalle epoche preistoriche sino ad oggi, evidenzia come il ruolo che l’Agro ha avuto nel tempo è stato dapprima condizionato dal dominio di Roma, poi da quello papale, ed infine ha dipeso dalle vicende che seguirono l’annessione del Lazio al Regno d’Italia alla fine del 1870.
L’importanza della funzione dell’Ager Romanus, quale fonte per l’approvvigionamento delle plebi urbane, è ormai assodata; gli antichi (in epoca romana) favoriscono la colonizzazione dell’area bonificata, a spese dello Stato, quale premio per i veterani delle guerre. I mezzi usati nella lotta contro la malaria – intrapresa su larga scala alla fine della Repubblica, continuata da Augusto e dai suoi successori – comprendevano il prosciugamento delle acque stagnanti, l’adozione di un sistema di fognature razionali nelle zone abitate e l’organizzazione sanitaria pubblica, avvenuta con la sostituzione dei pozzi ur bani inquinati con acque di sorgente condotte attraverso la rete di 14 acquedotti, avente uno sviluppo di 150 Km.
Per questi territori seguono fortune alterne: abbandoni, dicevamo, e conseguente tracollo dovuti alle orde barbariche, che tagliano acquedotti e canali di drenaggio. Comincia il progressivo spopolamento dell’Agro, reso oramai insicuro ed infestato oltre che dalla malaria anche dalle incursioni di predatori e briganti. Al conseguente sfollamento delle campagne per timore delle guerre, si aggiunge l’affrancamento degli schiavi, svincolati per effetto della manomissio (concessione da parte dello stato del diritto di liberto) e divenuti oramai liberi. Così l’Agro, da terra di frumento biondo, diviene paradiso per la malaria; le arterie stradali vengono assediate dalle acque melmose, il deserto spopolato avanzava e si diffondeva in un ampio raggio attorno alla città.
La condanna della malaria incombe: è la rovina del territorio romano.
E’ solo con l’avvento dalla regola benedettina che le opere realizzate sin dalla bonifica etrusca e disperse dopo il crollo dell’Impero vengono rinsaldate e raggruppate dall’ora et labora medievale. Dal V al XII sec. d.C. si esplica l’autosufficienza del castellano, mentre si avvicinano tempi oscuri illuminati dal solo faro del monachesimo. Il nuovo mondo delle Abbazie – quelle di Subiaco, di Farfa, di S.Martino al Cimino, di Casamari, di S.Vincenzo al Volturno, dei SS.Vincenzo e Anastasio, di Montecassino – si sovrappone e talvolta si oppone al mondo dei principi. I tempi per i contadini restano comunque tristissimi, giacché costretti a disboscare ampie aree di macchia o bosco in cambio di una capanna ed un misero pezzo di pane….
E’ solo verso la fine del 700 che si comincia a riconsiderare la campagna romana, in quanto tema capace di attrarre viaggiatori e cronisti, spinti a percorrere un lungo e incomodo itinerario pur di assaporare la mitezza del clima, nonché le affascinanti bellezze dell’Agro.
Nell’800 ogni artista che si rispetti inserisce Roma e la sua campagna nel “Grand Tour” ; tra gli altri il pittore Eduard Lear (1812-1888), autore delle “escursioni illustrate” in Italia – litografie in cui compaiono vedute di Roma e dintorni, nonché della campagna romana – una sorta di fotografie dell’epoca con cui fissò le sue impressioni di viaggio, arricchite da appunti scritti su luoghi quali Sermoneta, i giardini e le rovine di Ninfa; luoghi incantevoli che affascinarono e rapirono anche altri autori, quali il Roesler, il Meyer, e gli italiani P. Barucci e M. Ciancia. Nelle loro opere viene rappresentata la già allora decadente bellezza di questi luoghi, legandone la descrizione pittorica al cosiddetto “tema della rovina”, ovvero la raffigurazione della caducità delle cose umane attraverso il lavorio instancabile prodotto dalla natura su di esse. Fonti d’ispirazione di tale poetica erano i campi rimasti incolti, dove i ruderi si succedevano fitti ed imponenti.
La leggenda della Campagna romana inizia però con Goethe. Fino ad allora, guardando indietro tra i diari e le memorie dell’età illuministica, ci accorgiamo che essa non esercita fascino alcuno, piuttosto indignazione e quasi disprezzo: definita nel 1904 dal presidente francese De Brosses “prodigiosa distesa di piccole colline sterili ed incolte, assolutamente deserte, tristi e orribili al massimo grado, bisognava che Romolo fosse ubriaco quando pensò di costruire Roma in un tale posto”.  Aprendo il  diario del celebre scrittore medico Tobia Smollet si legge un’ “Italia paese di ladri, villani ed arroganti”…in particolare, partendo da Viterbo in su annota “attraversammo paesi di pochissima importanza fino a scendere nella campagna romana, ridotta a poco meno che un deserto: la vista di quella regione nello stato attuale può non suscitare sensi di rammarico e di indignazione in tutti coloro che hanno qualche idea della sua passata fertilità e cultura”.
Al viaggiatore interessa, comunque, il paesaggio umano; tutti hanno in comune il totale disinteresse nei confronti del rudere.
La poesia di rovine rinasce, come detto, con Goethe; con mente ed animo imbevuto degli ideali di Winckelmann, neanche lo squallido paesaggio pontino riesce a turbarlo: le paludi non lo colpiscono negativamente, anzi resta affascinato dal gioco di luci ed ombre prodotto dagli acquitrini.
Ma è soprattutto la celebre lettera di Chateaubriand del 1804 all’amico Fontanes a porsi come modello di quella percezione dell’Agro secondo una Sensucht squisitamente romantica: “…Si scoprono di rado tronchi d’albero ma rovine di acquedotti e di tombe sono sparse ovunque, queste rovine sembrano le selve e le foreste di una terra fatta di polvere dei morti, avanzi d’imperi…Né uccelli, né contadini, né opere campestri nessun belar d’armenti, nessun villaggio. Sulla nudità del terreno si vede ogni tanto qualche casale in rovina. Un uomo quasi selvaggio, seminudo, pallido e minato dalla febbre, sembra essere il custode di queste tristi capanne, simili a spettri che nelle leggende gotiche, vietano l’entrata ai castelli abbandonati”.
Le variazioni intorno a questo tòpos sublime/tragico si susseguono accanto ad una nuova gamma di temi: il colore locale, il tema della malaria, vista come interpretazione divina degli uomini corrotti, presente anche nell’opera di Dickens, e dilatata fino a proporzioni bibliche; il tema della grande distesa solitaria – assimilabile alle città semideserte di De Chirico, reale rappresentazione dei propri incubi mentali; il tema dei briganti, piaga reale ed antichissima, nonché fonte continua di invenzioni romanzesche.
Ha invece un’impronta al tempo stesso romantica e decadente la testimonianza di P.Pasolini, le cui impressioni nei confronti di Sabaudia erano tali da renderla incantevole: “eccoci di fronte alla struttura, la forma, il profilo di una città immersa in una specie di grigia luce lagunare, benché intorno ci si ha una stupenda macchia mediterranea”.
Dopo l’evento dell’Unità d’Italia si può dire che le condizioni dell’Agro romano si ritrovano più o meno uguali a quelle di quattro secoli prima: un’immensa landa di pascoli e boschi infestati da stagni e paludi, interrotta da pochi seminati ed una fascia di vigne ed orti dentro la città. Ma già entro le mura si avevano impaludamenti, e molti quartieri si trovavano in condizioni malsane.
Scarsissima era la popolazione nelle pianure del suburbio, così descritta: “uno stato di vita quasi selvaggio, vitto scarso e cattivo rendono miserabilissime le condizioni di vita nella campagna romana”. I pastori abruzzesi con le loro greggi della transumanza si trasferivano nell’Agro solo da ottobre, instaurando così un rapporto tutto particolare che legava la pianura alla montagna.
Enrico Fileni, storico contemporaneo, annovera tra le principali cause e difficoltà del progresso agrario l’arretratezza di carattere tecnico e la mancanza di sufficienti investimenti economici. Come già enunciato da Papa Sisto IV nel lontano 1476 “i proprietari non coltivano la terra poiché traggono maggiori utili dal pascolo”.
Inoltre, la particolare costituzione geomorfologica del territorio – caratterizzata da rocce tufacee di origine vulcanica di spessore variabile – male si presta al seminativo. Clima sub arido, piogge autunnali, mancanza di irrigazione, impedivano il fiorire di coltivazioni (canapa, tabacco barbabietola da zucchero) in tali zone ed anche in altre di origine marina, specialmente nella fascia retrostante il complesso di dune del litorale Tirrenico, dal Tevere fino al territorio di Anzio e Nettuno. Si aggiunga a tutto ciò la mancanza di imprenditori agricoli coraggiosi, provvisti di mezzi moderni, oltre al fatto che il tradizionale ordinamento pastorizio aveva consentito il consolidarsi di sole aziende a colture estensive.
Per sottolineare la necessità di opere di bonifica si possono citare le annotazioni di G.Giovannoni, noto architetto e restauratore, che in un suo articolo richiama alla memoria l’Agro quale luogo malsano e insalubre, succube della propria natura paludosa e afflitto dalla malaria, sin dai tempi più antichi; e quelle di R.Lanciani (1845-1929), il quale ricorda, con riferimento a quanto riportato dagli scrittori antichi Plauto e Marrone, che Roma fu fondata su una terra già attaccata dalle febbri, ma in essa, forse, l’azione dell’anofele era limitata dalla presenza purificatrice delle emissioni vulcaniche, così presenti nell’antichità che resero possibile il prosperare dell’Urbe nella pianura sotto i colli e nella pianura pontina, fino al Circeo.
Un itinerario di voci suggestive che ci forniscono un quadro piuttosto omogeneo della Campagna. Nulla di originale, dato che molto è stato scritto, detto e dipinto su di essa, come già acutamente sottolineava l’architetto Luigi Canina nella prefazione al testo redatto nel 1839 (testo in cui si offre della campagna romana un’immagine al tempo stesso rigorosa e romantica, oltre che ricca di particolari), in cui racconta che “il descrivere la campagna romana su tutto ciò che riguarda il suo stato antico…, non è argomento di facile scioglimento, allorché però si voglia render di qualche utilità e per alcuna parte superiore a quanto finora pubblicato su di esso”.
Delle stesso parere è anche Friedrich Noack, scrittore degli inizi del XX secolo: “…sulla campagna romana come nota alla maggior parte degli uomini, tra coloro i quali ne abbiano conoscenza, più attraverso immagini pittoriche e scritti, piuttosto che da un sopralluogo diretto. Esistono poche strisce di terra sulla nostra sfera terrestre su cui sia stato scritto così tanto come sulla Campagna…esistono poche zone che hanno affascinato ed incantato l’Arte come quelle della Campagna romana”.
Anche il Lanciani, nel suo Wanderings in the roman campagna (così intitolato perché redatto nel 1909 a Londra e pubblicato in inglese), testo semplice e colorito, vivacemente narrativo, illustra i tesori artistici di Roma, mettendo particolarmente in risalto i luoghi legati alle grandi famiglie romane. In esso raccoglie una documentazione rara e presenta una nitida fotografia di questo territorio, antecedente gli eventi della prima guerra mondiale, ponendo particolare attenzione al concetto ante litteram di salvaguardia, soprattutto nel caso in cui parla del plurisecolare “albero bello” di olivo da lui salvato dal fervore della campagna di scavi di Villa Adriana. Si attribuisce, così, a quell’essenza un valore che non è mera connotazione estetica, ma valore profondamente legato al sentimento. Il suo “pianto” sul patrimonio arboreo barbaramente decimato troverà una eco mezzo secolo dopo in Bonaventura Tecchi, che rimproverava gli italiani di odiare gli alberi.
E ancora sul concetto di tutela e salvaguardia, si possono ripercorrere itinerari a volte dimenticati ne La campagna romana antica medievale e moderna dell’archeologo G.Tomassetti (1848-1911), da cui è possibile estrapolare un puntuale excursus sulle Bolle papali a tutela delle mandrie e della pastorizie.
Infine, un classico indispensabile è rappresentato sicuramente da The Roman Campagna in the classical times, edito a Londra nel 1927 da N.Ashby, inestimabile riferimento per la scoperta della campagna romana come allora appariva lungo il tracciato delle vie principali.

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