Il paese dai mattoni blu

di Stefano Abbadessa Mercanti

C’è una terra fatta di polvere e sottili fili d’erba. Una terra lontana e sognata da sempre. C’è un mondo distante che però è appartenuto all’immaginario di ogni lettore delle storie di Marco Polo e che la fantasia ha mantenuto nei cassetti, riposto per tanto tempo.
Ci sono luoghi che vivono dentro di noi e che non sono materia ma immagine dei nostri desideri e della nostra capacità di astrazione.
E c’è una città che appartiene al mito, Samarcanda.

Sono arrivato una sera d’estate dopo un viaggio attraverso terre più o meno desertiche e quest’immensa oasi, fatta città, mi ha accolto con il calore delle note di una piccola orchestra classica e la calda voce di una soprano in abito da sera nero. Eravamo in una piccola chiesa russa sconsacrata trasformata in galleria d’arte e sala da concerti. Difficilmente mi sono così abbandonato alla musica e, tanto più, alla magia di un luogo. Le pareti ricoperte interamente di quadri dalle fatture più diverse, ritratti di vecchi generali sovietici pluridecorati ma anche tanta pittura della prima metà del novecento.
Sguardi di gente ritratta chissà in quale parte della ex Unione Sovietica, ognuna  con una propria espressione e con i tratti somatici appartenenti a tante etnie diverse.

Gli occhi di un vecchio con la faccia scavata e una magrezza che sembra arrivare dall’anima mi colpiscono. Non riesco a distogliere lo sguardo perché sembrano dire cose che io non riesco a comprendere.
E come sempre davanti al mistero si rimane affascinati e pieni di curiosità.
Con le note di un’Ave Maria è iniziato il concerto e la serietà e la professionalità ha imposto una colta e raffinata poesia ad una serata: in una città, in mezzo all’Asia, lontana dalla mia Italia.
Erano tanti anni che volevo venire in questo paese di grandi commerci e migrazioni, pieno di mercati antichi e di merci straordinarie, almeno nelle mie fantasie. In un mercato ho comprato magnifiche e rarissime spezie che, arrivato in Italia, mi sono accorto essere come quelle che normalmente uso cucinando.
C’è un laghetto artificiale nel centro di Bukhara, la città dei tappeti, con anatre che nuotano e un’umanità intorno che chiacchiera ai tavoli dei bar. Tra innumerevoli edifici antichi e splendide Madrase (scuole coraniche) multicolori, scorre la vita di un insieme di popoli che riescono a vivere pacificamente tra di loro. La lingua unificatrice è il russo, in quanto ex repubblica appartenente all’Unione Sovietica, e forse oggi la loro fortuna è quella di appartenere ancora  a questo universo unificatore che come uno spettro sembra ancora regnare sovrano.
Molto c’è da fare per arrivare ad una vera democrazia ma l’Uzbekistan, in fondo, ha raggiunto l’indipendenza da solo quindici anni.
Comprare un libro nel quartiere universitario di Samarcanda significa entrare in vecchie librerie di “stato” con tante signore-commesse sedute su delle sedie dietro ai banconi e non troppo interessate a vendere dei libri. Alcune rimangono stupite nel vedere uno straniero entrare nel loro negozio. Difficile trovare testi in inglese.

C’è un’altra città che non conoscevo e che mi ha sorpreso sopratutto per le sue splendide mura curvilinee che oltre ad avvolgerla sembrano aver voluto respingere ed attrarre gli avventori. Chi può aver ideato delle mura cittadine come quelle, con quale splendida logica irrazionale può averle concepite? La città di Khiva è magnifica con il suo minareto ricoperto di ceramiche colorate che nel non aver trovato mai una sua conclusione le ha dato un carattere molto particolare.
Conoscere l’Uzbekistan significa scoprire profondamente cos’è un’oasi nel deserto, con delle città piene di verde e dense di miraggi architettonici; significa capire come la logica “produzione agricola” dell’Unione Sovietica possa aver trasformato parti di un territorio arido in infiniti campi di cotone alimentati dalle acque di fiumi che non arrivano quasi più con le loro acque a quello che chiamavamo mare d’Aral, che oggi muore giorno dopo giorno per mancanza d’acqua.
E un mare oggi è diventato un lago, con villaggi e barche su rive che non esistono più. Cimiteri di barche sulla terra ferma come scheletri di un’umanità sparita.
Ma il cotone è il loro “oro” e la loro forza economica.
Tornando da questo viaggio, con il desiderio di rifarlo al più presto, continuo a guardare gli occhi di quel vecchio che oggi, però, sembra siano loro a scrutarmi dalla parete di fonte alla mia scrivania, nel mio ufficio.
Non ho resistito, in quella ex chiesa, ho comprato il quadro!

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