Campagna Romana

testo di Stefano Abbadessa Mercanti

C’era silenzio nelle leggere colline bruciate dal sole, e cicale che cantavano nell’estate della Campagna Romana. C’era una torre medioevale, con le pecore che brucavano l’erba sotto l’ombra dei pini, e i colli, in fondo. E casali colonici, con la scala esterna, sulle sommità delle lievi colline battute dal ponentino, e un caldo che smorzava la vita.

Oggi quel mondo, con un occhio attento, lo possiamo percepire sempre più lontano dalla città.

Un tempo le greggi pascolavano al Colosseo, oggi continuano a farlo a Cinecittà.

Quella torre solitaria tra un gruppo di pini è ancora lì con alle spalle i Castelli Romani ed un fondale di brutti edifici popolari. Vedo ancora animali pascolare, ma tra due vie colme di traffico.

Una passeggiata nelle vecchie strade che circondano Roma è un percorso a ritroso nel tempo o meglio un’immagine del tempo trascorso.

Saliamo su di uno dei tanti colli con un casale abbandonato alla sommità e oscuriamo il mondo intorno. Lasciamo che la collina diventi un’isola solitaria e cerchiamo di ascoltare le voci che non ci sono più. Sentiamo gli odori della terra bruciata e immaginiamo le foglie di tabacco stese al sole.

In ogni casa abbandonata le vite semplici di persone che lavoravano la terra e che vendevano i loro prodotti ai mercati cittadini. Con il loro carro, quando lo avevano, percorrevano la Via Laurentina o la Via Ostiense e arrivavano in città …

Oggi percorrendo le stesse strade si incontra la nuova città.

Una città che cerca di proteggere quei segni di tradizione ma non ci riesce pienamente. Non é il semplice oggetto da salvare bensì lo spirito di quel territorio. La nostra é una società che nasconde la sua storia contadina e che dimentica il vitale intreccio tra campagna e città che da sempre l’ha caratterizzata.

Vorrei sentire ancora i venti estivi che carezzavano la pelle, ma come sarà possibile, se i palazzi diventano mura invalicabili che interrompono, uccidono la naturale circolazione dei venti?

Mausoleo di Cecilia Metella sull’Appia Antica

Vitruvio, nel suo De Architectura, duemila anni fa già ne parlava. Era prassi necessaria conoscere la meteorologia del luogo. Oggi progettiamo edifici che potrebbero essere ovunque. Ogni periferia di qualunque città annovera nella sua vastità fabbricati progettati in serie e quartieri come replicanti della stessa mancanza d’identità.

Un sistema di torri difensive medioevali circonda interamente Roma. Non possiamo certo dire di averle tutelate quando le incastriamo tra una rampa del Grande Raccordo Anulare e un centro commerciale.

Ancora agli inizi del XX secolo nella Campagna Romana si potevano incontrare le capanne, di forma conica e allungata estremamente arcaica, dimore stagionali delle povere genti che popolavano il territorio. Spesso erano raggruppate in venti o trenta unità e formavano dei villaggi. Oggi possiamo ancora vederle, ricostruite da alcuni abitanti di Rocca di Papa, nipoti di carbonai, nel bosco di Monte Cavo.

L’Agro Romano era ancora in quel periodo terra malarica, ma la lotta alla sopravvivenza non lasciava scelta: era un immenso pascolo, un enorme territorio di caccia e un’estesa pianura coltivabile.

Navigando sul Tevere, ancora oggi, possiamo incontrare dei paesaggi che ci ricordano come la Campagna Romana era fino agli inizi del XX secolo e come per duemila anni ha saputo rimanere immutata. Uno scheletro d’albero caduto ai bordi del fiume, cespugli sparuti, alcuni alberi in lontananza e il silenzio ascoltato osservando il vapore che si alza dal terreno.

Lo spirito del luogo è ciò che sopravvive alle continue modifiche di un territorio e che gli dà un carattere indistinguibile e unico.

Scrive Christian Norberg-Schulz nel suo Genius Loci “La nostra esistenza quotidiana e’ fatta di fenomeni concreti: gente, animali, fiori, alberi e foreste, pietra, terra, legno e acqua, città, strade e case, porte, finestre e mobili; ed ancora è fatta di sole, luna e stelle, di nuvole che si muovono, di notte e giorno, di stagioni che passano. Ma la nostra vita comprende anche fenomeni più intagibili come le emozioni.”

Ora, pero’, cerchiamo di capire esattamente quale territorio si intende quando parliamo di Campagna Romana o Agro Romano: l’area pianeggiante e collinare compresa tra il mar Tirreno ad ovest, i Colli Albani a sud, i Monti Prenestini e Sabini ad est ed i Colli Sabatini a nord. E’ quel territorio che ruota intorno al nucleo urbano della città e che, in larga parte, appartiene al Comune di Roma.

Giuseppe Raggio – Capanna nella Campagna Romana

Un territorio con una sua storia non sempre omogenea ma, sicuramente, caratterizzata prima dal forte predominio di Roma, successivamente da quello dei Papi e poi dalle vicende legate all’Unità d’Italia e di Roma capitale. Lo svilupparsi delle lotte contadine nei primi decenni del Novecento ha dato esiti che, ancora oggi, possiamo rileggere nel tessuto sia urbano che suburbano. Rimangono, molto spesso incastonati nei nuovi quartieri della città, alcuni casali rurali. Le genti che ci hanno vissuto e che hanno coltivato queste terre sono state elementi fondanti della svolta che l’attività agricola ha avuto in quegli anni, veri pionieri di un territorio che per troppo tempo è stato in abbandono. Molti contadini sono arrivati da altre parti d’Italia, per esempio dalle Marche e dall’Umbria, per coltivare queste terre. Testimonianze forti di tale immigrazione le troviamo nel territorio ostiense dove ancora oggi alcune vie ricordano queste persone che in epoca malarica sono arrivate per bonificare le terre verso il mare: Via dei Romagnoli, che da Acilia si dirige al mare attraversando Ostia Antica, costeggiando il Borgo e il Castello di Giulio II. Era in questo centro che gli scariolantiprincipalmente vivevano. Dirigendosi, dal Castello, verso il Tevere si attraversa il territorio delle saline. Qui possiamo ancora osservare i canali e i sistemi d’irrigazione che da allora rendono fertili queste terre. Arrivando all’argine e salendo su di esso possiamo osservare il lento scorrere delle acque del fiume, che in tanti secoli, prima della costruzione dei suoi argini, con le usuali tracimazioni inondava periodicamente questa pianura solitaria e malsana.

Credo che, innanzitutto, ci sia la necessità di comprendere cosa sia stato questo territorio nel corso dei secoli che, dalla decadenza di Roma, è rimasto quasi immutato fino ad arrivare alla fine dell’Ottocento e agli inizi del Novecento quando alcune riforme hanno segnato l’evolversi dell’attività agricola.

Già nel Seicento molti artisti visitarono questi luoghi per riproporne le atmosfere ma nell’Ottocento si ebbe una vera passione per l’illustrazione paesaggistica: Jakob-Philipp Hackert e Jean-Baptiste Camille Corot furono tra i primi a cogliere quelle visioni romantiche che lo scrittore Francois-René Chateaubriand nel 1804 così descrive:

“Qua e là si scorgono accenni di strade romane in luoghi ove non passa più alcuno e tracce disseccate di torrenti invernali simili, quando si vedano di lontano, a grandi strade battute e frequentate, mentre non sono che il letto deserto di un’onda tempestosa trascorsa come il popolo di Roma. Rari son gli alberi, dovunque s’alzano rovine di acquedotti e di tombe; rovine che sembrano le foreste e le piante indigene d’una terra composta dalla polvere dei morti e dai ruderi degli imperi. Spesso in un gran piano ho creduto vedere ricche messi; avvicinandomi ho scoperto erbe avvizzite. A volte, sotto queste sterili messi, si distinguono i ricordi di un’antica coltivazione. Ma niente uccelli o contadini, o lavori rustici, o muggiti di mandrie o villaggi. Un piccolo numero di fattorie scalcinate s’ergono sulla nudità dei campi; le finestre e le porte né son chiuse, non vi escono né uomini, né rumore, né fumo… Si direbbe davvero che nessun popolo ha osato succedere ai padroni del mondo nella loro terra nativa e che questi campi son tali quali li ha lasciati il vomere di Cincinnato e l’ultimo aratro di Roma… Niente è paragonabile per bellezza alle linee dell’orizzonte romano, al dolce declivio dei piani, ai contorni soavi e fuggenti dei monti che lo compiono… Una tinta armoniosa unisce la terra, il cielo e le acque: tutte le superfici, per una sottilissima gradazione di colori, confondono le loro estremità in modo che non si può determinare il punto nel quale una sfumatura finisce ed una comincia.”

Acquedotti nella campagna romana

Diversi furono i pittori anche del territorio romano, tra i quali Nino Costa, intorno al quale si sviluppò il movimento Arte Libertas, un sodalizio tra artisti che illustravano il territorio campestre. Successivamente, nei primi anni del Novecento, esauritesi le teorie costiane, con la volontà di un’azione più pratica caratterizzata da una pittura dal vero si arrivò al gruppo di pittori, tra cui Enrico Coleman, Ettore Ferrari, Giuseppe Cellini, Alessandro Morani, Giuseppe Ferrari, Cesare Biseo, Edoardo Gioja, Paolo Ferretti, Onorato Carlandi e Napoleone Parisani, che diede vita ai cosidetti “Venticinque della Campagna Romana”. Tra gli altri troviamo anche Duilio Cambellotti e Giacomo Balla.

Forse la caratteristica che ancora oggi più si avverte e di cui noi romani siamo da sempre consapevoli é quella di vivere in un territorio costellato da ruderi e rovine, da antichi basolati e schegge di pietre scolpite, da resti di antichi acquedotti e pietre miliari. L’accavallarsi di secoli su secoli ha prodotto un esempio di territorio unico nel suo genere: il Parco dell’Appia Antica che di questo elemento fondante è immagine storica e paesaggistica. Una passeggiata lungo la Regina viarum è un viaggio tra passato e presente, dove l’elemento storico è oggetto di contemplazione e, insieme, di riflessione sulla realtà contemporanea.

Ogni giorno, noi romani, passiamo intorno a quei ruderi e neanche li osserviamo più, però sappiamo che sono lì; come spettri della nostra esistenza.

Vivere accanto a questi testimoni di una vita che non c’è più, ha storicamente prodotto un profondo senso di immobilismo e di romantica accettazione della propria brevità di vita. Le nuove società sono naturalmente proiettate verso il contemporaneo ed il futuro. Il nostro passato, invece, rende chi ha profonde radici in questo territorio partecipe di una storia già rappresentata tante altre volte e, forse, inutile da rinnovare.

Però, quando siamo in viaggio ed osserviamo i nuovi edifici di altre città europee, apprezziamo l’interventismo e la capacità di rinnovamento che gli altri paesi hanno avuto. Troviamo affascinante il Beaubourg a Parigi, realizzato attraverso un’opera massiccia di demolizioni. Ma quanti accetterebbero l’abbattimento di un intero isolato nel centro di Roma per fare qualcosa di nuovo, di moderno?

Attraversando la Campagna Romana ci sono un po’ ovunque resti di ville, torri, ruderi ed acquedotti. Uno straordinario sistema di approvvigionamento idrico attraversa ancora oggi l’intero territorio donandogli un aspetto, specie nel Parco degli Acquedotti, unico e insostituibile, con campi battuti dal sole, greggi che pascolano sotto gli antichi archi dell’acquedotto di Claudio e come immagine dell’infinito la vetta di Monte Cavo.

Tra questi prati e l’infinito c’è Via di Capannelle. Sulla sinistra la cosiddetta Villa dei Setti Bassi e a destra ciò che rimane della Tenuta di Lucrezia Romana.

Adesso proviamo ad immaginare una scena probabilmente accaduta proprio qui nel primo secolo dopo Cristo: una donna con una tonaca bianca, inginocchiata a terra, piange la morte di suo figlio. Di fronte a lei, in una buca scavata nel terreno, é disteso il corpo di un fanciullo. La madre piange e gli carezza il viso, le sue dita lo sfiorano per l’ultima volta e con la mano destra, lentamente, gli depone tra le labbra una moneta per assicurargli il passaggio nell’aldilà.

La donna si alza portando con sé le lacrime ed il suo dolore, mentre un uomo vicino a lei comincia a riempire la tomba di terra e, successivamente, la ricopre di tegole in terracotta.

Lo sguardo della madre abbandona il sepolcro del giovane fanciullo. La donna s’incammina lungo una strada in pietra, in un paesaggio dove sullo sfondo c’é un acquedotto. Ad un certo punto si ferma, volge il viso ed osserva l’innumerevole quantità di tombe disseminate in questo territorio. In una di quelle giace suo figlio.

Ora poniamo il nostro sguardo nel suo ed osserviamo lo stesso luogo ma, con un balzo temporale che solo la fantasia ci permette, arriviamo al giorno d’oggi.

Scorgiamo, in fondo nella campagna, qualcuno che sta facendo degli scavi. Ci avviciniamo curiosi e vediamo affiorare dalla terra delle tegole. Un uomo sta riportando alla luce qualcosa scomparsa da tanto tempo ed una donna, con i riccioli biondi, lo sovrintende.

Si spostano le tegole, si depongono ai lati e si comincia delicatamente ad asportare la terra che è subito sotto. Non riusciamo a sottrarci alla curiosità di sapere cosa comparirà e, piegandoci sulle ginocchia, non distogliamo lo sguardo neanche per un attimo. Lo spazzolino, agitato dall’uomo, comincia ad incontrare una materia bianca che con il passare dei minuti è sempre più evidente essere un teschio umano. Dopo un po’ lo possiamo osservare, completamente, nella sua funerea immobilità. La donna con i riccioli biondi, indica all’uomo di avvicinarsi nella zona della bocca e di insistere con lo strumento. Una sottile lamina di metallo è ferma lì da quasi duemila anni ed oggi, i nostri occhi sono lì ad osservarla. A questo punto lo sguardo si volge verso il piano di campagna dove, poco più in là, parte di un’antica strada è appena riemersa. La seguiamo nel suo percorso fino a quando non è bruscamente interrotta da un muro in cemento armato. Alziamo ancora di più gli occhi e una serie di binari con alcuni treni sono di fronte a noi. Ci guardiamo intorno e dietro di noi, in fondo, i resti di antichi acquedotti tagliano una campagna, leggermente collinosa, straordinariamente salvata dall’espandersi della città. Da un altro lato, poco lontano, un quartiere di recente edificazione. Dopo la fine dell’operazione di scavo sapremo che sono state trovate circa duecentocinquanta tombe e sapremo, anche, che saranno distrutte per far posto al deposito della metropolitana di Roma “Osteria del Curato”.

Eravamo a conoscenza che, in passato, durante la realizzazione del primo lotto dei lavori avevano distrutto parte della Necropoli e interrotto l’antica Via Latina ma speravamo che questa volta non continuassero. Ma lo hanno fatto e tutto il materiale trovato è finito in alcune scatole, per essere esposto una sola volta nel Museo Archeologico Romano e per poi, svuotato dalla sua essenza dell’essere oggetto funerario, scomparire di nuovo; questa volta nel buio di un magazzino.

Dice Andrea Carandini, nel suo Storie dalla Terra: “Là dove è confinata la sola bellezza sradicata dai valori del contesto, come in tante collezioni museali, l’ammirazione per quel sublime congelato si accompagna spesso a un senso di tristezza.”

BUON RICOVERO , NELLA CAMPAGNA ROMANA, Edward Lear

Tutto il territorio romano è costellato da innumerevoli necropoli di varie epoche. Quella sopra citata non è chiaramente più possibile visitarla e in tanti altri luoghi del suburbio, seppur più fortunati del precedente, ci ritroviamo in situazioni piuttosto simili. Molto spesso dopo lo scavo le tombe sono state ricoperte ed oggi è, quindi, impossibile vederle. Una vasta campagna di scavo voluta dalla Soprintendenza nei nuovi quartieri recentemente insediati ha portato alla conoscenza di molti siti archeologici nell’intero territorio.

Solo per fare un esempio di cosa significhi attraversare l’Agro Romano cerchiamo di percorrere la Via Ostiense lungo il tratto fuori città: per quanto il nostro sguardo possa essere superficiale e assolutamente privo di qualsiasi volontà scientifica ci accorgeremo che i punti di interesse sono notevoli.

Al decimo chilometro della Via Ostiense, in località Le Vallora, come riporta un documento del 1368, oggi denominata Tor di Valle possiamo vedere il Casalis Turris de Vallora, già di proprietà nel 1502 del Monastero al Clivus Scauri in Roma. Oggi lo possiamo osservare nelle stratificazioni subite durante i secoli, dal Medioevo fino agli anni Venti del 1900. Probabilmente, da come riportato nel Catasto Alessandrino, nei secoli era adibito ad osteria ed oggi ne possiamo facilmente identificare l’antica torre con merli guelfi.

Continuando verso Ostia possiamo osservare diversi casali contadini, oramai quasi tutti in abbandono, testimonianza delle varie riforme agrarie e degli insediamenti che nei primi decenni del ‘900 si sono succeduti nell’intero territorio.

Lungo questa via, o nelle immediate vicinanze, potremmo incontrare alcune necropoli tra cui quelle di Decima, Vitinia, Dragoncello… se non fossero state ricoperte.

All’altezza di Via di Malafede si può notare un complesso di edifici tra cui una chiesa, raccolti a corte, di fondazione sicuramente medioevale, con aggiunte successive che arrivano fino agli inizi del 1900. Nel tempo la proprietà, ricordata in alcuni documenti del 1330, è stata sia della famiglia Orsini che del Convento dei SS. Giovanni e Paolo. Si presenta oggi restaurato e riutilizzato a scopo commerciale.

Poco più avanti, alla destra della Via del Mare – Ostiense, all’altezza della tenuta di Giano, è visibile il basolato dell’antica Via Ostiense.

A questo punto scegliamo di lasciare il percorso carrabile e seguiamo l’argine del Tevere. Passando attraverso il sottopasso che dalla Via Ostiense porta alla borgata Centro Giano, dirigiamoci, appena possibile, sulla destra e saliamo sul dosso che separa il fiume dal centro abitato. Ora il punto di vista cambia, i tracciati moderni scompaiono e l’andamento del fiume è il nostro nuovo riferimento topografico. Seguendo l’andamento dell’acqua il nostro percorso terminerebbe al mare dove le acque del fiume incontrano quelle salate del Tirreno.

Mentre proseguiamo il nostro cammino, il paesaggio lentamente migliora. Le zone costruite abusivamente fin dagli anni ’60 in poi, lasciano il posto ad un paesaggio lievemente collinare. Le ultime alture alla sinistra del fiume, prima della piana delle saline, segnano la presenza, anch’essa non visibile perché interrata, dei resti dell’acropoli di Ficana, città pre-romana istituita su di un colle per il controllo della foce del Tevere.

Seguirà, sempre sulla sinistra, un’altura dove il Pontefice Gregorio IV (827-844 d.C.) fece erigere un casale fortificato con la cosiddetta Torre di Dragoncello. Poco più avanti esisteva una torretta utilizzata come punto di avvistamento per la vicina fortificazione denominata “Dragoni”. Se oggi noi percorriamo la Via dei Romagnoli ci accorgiamo che due quartieri consecutivi hanno esattamente la stessa denominazione: Dragoncello e Dragona.

Ci siamo già lasciati alle spalle Acilia, dove avremmo potuto vedere, nelle poche case rimaste, uno degli esempi di borgata fascista nati negli anni ’30. Oggi la zona delle casette Pater, alla destra della Via del Mare – Ostiense viene denominata “Monti di San Paolo”, a ricordo delle estese proprietà che la Basilica di San Paolo aveva in questo territorio. In diverse cartografie d’epoca però, si dà questa definizione anche al territorio alla sinistra, cioè a quello che oggi è chiamato Acilia sud.

Tornando sull’argine del fiume e riprendendo il percorso verso il mare, arriviamo alle Saline di Ostia Antica dove l’alternarsi delle case coloniche ai viali di eucalipto denotano un’evidente intervento dell’uomo sulla terra per sconfiggere la malaria. Al di là delle saline c’è il Borgo di Ostia Antica con la Rocca voluta da Giuliano Della Rovere e progettata da Baccio Pontelli nel XV secolo.

A questo punto siamo arrivati agli scavi di Ostia Antica con i resti di un’intera città romana, testimonianza di un’intensa e antica attività commerciale e marittima.

Proseguendo verso Fiumicino, la necropoli di Portus ci offre uno dei più importanti esempi di complesso cimiteriale dell’intera storia romana, testimonianza della vita e dell’attività mercantile della città di Portus ora, in parte, ancora di proprietà privata.

Qui troviamo uno degli esempi che più rappresentano la continuità storica del territorio: esattamente nella zona dove oggi c’è l’aeroporto Leonardo da Vinci in passato c’era il bacino portuale del Porto di Claudio. Ne è testimonianza il Museo delle Navi Romane che troviamo all’interno dell’area aeroportuale. Interessantissimo è il bacino lacustre esagonale fatto costruire da Traiano più internamente che, insieme alle strutture portuali ancora poco conosciute, fa della foce del Tevere un particolare intreccio tra architettura, storia e natura.

Il nostro percorso potrebbe continuare ancora per molto. Credo che ciò che si è descritto fino ad ora basti a far comprendere la complessità e la quantità di “segni” che la storia ci ha lasciato.

Oggi ciò che era campagna sta diventando sempre più città e i limiti ed i confini dell’Agro Romano sono sempre più indefinibili. Forse parliamo solo di un’idea o di quei pochi angoli che si sono ancora salvati. E l’identità di un luogo tende a scomparire.

Chi di noi ha vissuto nella propria infanzia gli ultimi momenti di vita di un territorio che ha nel cuore e che vede morire, difficilmente può accettare questa realtà.

Il problema non è l’espandersi della città ma l’indifferenza dell’urbanistica e dell’architettura per i caratteri del luogo e delle genti che lo vivono.

Negli ultimi decenni, ed ancora oggi si continua, sono nati nuovi quartieri dove il “senso del vuoto” è la sensazione principale che si prova visitandoli.

I luoghi hanno la loro identità e la loro storia, fatta dalle molteplici relazioni che tra loro intercorrono.

Le case dovrebbero essere costruite per le esigenze di chi vi abita; le piazze e le strade essere luoghi d’incontro e di scambio. Lo spazio dell’uomo deve avere un “senso” per chi lo vive.

Eppure la cultura urbanistica italiana è ricca d’esempi straordinari, che, sempre più spesso, però,  sembrano dimenticati.

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